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Maestri di Vita, quarta puntata - Filippo Corridoni

 





FILIPPO CORRIDONI (1887-1915) - Sindacalista rivoluzionario, guida di numerose agitazioni sindacali e leader del movimento operaio, fu uno dei protagonisti dei tumulti più violenti di inizio secolo e fu arrestato oltre 30 volte. Dopo i primi anni di militanza nelle organizzazioni sindacali marxiste maturò posizioni critiche verso il filosofo tedesco orientandosi verso la dottrina socialista-nazionale di Sorel e creando una propria sigla sindacale, antagonista dei sindacati marxisti. Schieratosi per l'intervento nella Prima Guerra Mondiale  assieme a personaggi come De Ambris, D'Annunzio e Mussolini, partì volontario per il fronte nonostante le precarie condizioni di salute. Morì lanciando un solitario ed eroico assalto alla Trincea delle Frasche, sul Carso, brandendo un tricolore nella mano.
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CITAZIONI



Io rimarrò sempre il Don Chisciotte del sovversismo; ma un Hidalgo senza ingegno, pieno soltanto di fede. Morirò in una buca, contro una roccia, o nella corsa di un assalto, ma – se potrò – cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!


Bisogna trovare il punto debole della Massoneria e ivi ferirla a morte. Ora non evvi che non veda nell’elezionismo spinto fino alla degenerazione bloccarla, il tallone d’Achille della setta. Conclusione? Eccola. Metter da banda i falsi scrupoli e, in periodo elettorale, far mordere la polvere a qualunque candidato massonico, poi sarà quel che sarà.



Come può, come deve un giovane men che ventenne adattarsi alla tortuosità della vita elettorale? Perchè spingere la nostra gioventù ad una pericolosa ed idiota masturbazione? Ma la si lasci sbizzarrire nel suo campo naturale di lotta, la si lasci assaltare le fortezze salde e ben guarnite, e sarà idonea alla bisogna, se riuscirà a smantellare qualche torrione o ad aprire qualche breccia, avrà fatto largamente il suo naturale e diretto dovere e avrà ben meritato la Rivoluzione Sociale!



Per il borghese la patria, più che un’idealità è una contingenza o, per meglio dire, è una contingenza rivestita di pseudoidealità. Per il borghese la patria è l’ordine costituito, è quell’insieme di organismi repressivi e compressivi che proteggono i suoi affari e le sue digestioni. Per il borghese la patria, tutta la patria, è racchiusa in questo trinomio: poliziotto, soldato, magistrato.



Ogni lotta è una schermaglia che sonda il nemico e ci da coscienza della nostra potenzialità; è una finta manovra, un addestramento. E se la lotta vittoriosa frutta quella riserva di entusiasmo a cui si attingono i valori morali per le nuove e maggiori battaglie, la lotta perduta ha anch’essa le sue utilità; acuisce il dissidio sentimentale fra borghesi e rivoluzionari, rinfocola le ire e serve soprattutto ad un esame analitico e critico delle proprie forze e delle proprie facoltà per la ricerca di quei difetti e di quelle lacune che hanno dato alla battaglia un esito negativo. L’entusiasmo della vittoria assopisce le facoltà investigatrici; la mortificazione, il bruciore della sconfitta le fustiga, le eccita ed all’occorrenza le crea. Dopo la vittoria c’è il tripudio, dopo la sconfitta c’è l’esame di coscienza; e non è poco perchè vuol dire la tendenza alla perfezione.



Ogni volta la borghesia, presentendo il suo fato, s’impunti nel fatale andare e crei dei nodi gordiani che non possono essere sciolti dal semplice giuoco della lotta, essi saranno tagliati dalla spada della rivoluzione, più affilata di quella di Alessandro Magno.



Ho amate le mie idee, la mia patria più di una madre, più della vita, le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente, ché anche la povertà ho amata come san Francesco d’Assisi e fra Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore e il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario.

Pubblicato il 20/3/2008 alle 23.8 nella rubrica Maestri di Vita.

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