nerononpercaso | nero non per caso | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

 
nerononpercaso 
Hasta la vista antifascista....
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  HOME
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 
  cerca


 

Diario | Cronaca | Politica | Presenti! | Musica | Cazzi miei | Manifesti | Area Cazzeggio | Economia | Notizie varie | Maestri di Vita | Video | la mappa degli inceneritori | pillole ideologiche | Iniziative | Anniversari | Comunicati |
 
"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
1visite.

30 aprile 2008

Pierangelo Buttafuoco : commenti alle elezioni

Buttafuoco e il dopo elezioni

Io, sceso dal carro del vincitore

Quel mondo di perfetti brutti ceffi verso la gloria del Campidoglio e i ministeri tutti: auguri e baci

Sceso che sono dal carro dei vincitori faccio ciao con la mano e nel vederli andare via verso la gloria del Campidoglio, di Palazzo Chigi e dei ministeri tutti, canto anch’io nella retrovia dei fatti miei: “Sole che sorgi, libero e giocondo”. E nel mentre che ci troviamo, una volta per tutte, facciamolo sapere ai giornalisti storditi dai troppi bracci alzati nel saluto romano visti il 28 aprile: questa non è una canzone da fasci coatti (sebben fasci coatti siamo), è il “Carmen saeculare” di Orazio, tradotto da Ettore Petrolini e musicato da Giacomo Puccini perché – ebbene, sì – ci fu un tempo dove l’egemonia culturale era tutta zozzona. Orazio era un Sanguineti, Petrolini era un Dario Fo e Puccini, insomma, un Nicola Piovani. Ma senza l’aura immacolata della democrazia.
Sceso che sono dal carro dei vincitori faccio ciao a me stesso bambino quando stretto tra mamma e papà, a Catania, cantavo ai comizi di Giorgio Almirante: “Roma divina, a te sul Campidoglio, ove eterno verdeggia il sacro alloro”. L’ultima volta che questo bellissimo inno è stato cantato è successo quasi undici anni fa, in tivù, a “Sali & Tabacchi”. In un meraviglioso albeggiare al Gianicolo. Cantò il grande Vincino, in omaggio alla sua brevissima militanza tricolore nel raggruppamento della Giovane Italia a Palermo. Negli anni di Paolo Borsellino e di Pierluigi Concutelli. Mandandolo in onda ebbi il brivido della potente marachella. “Se è per questo abbiamo trasmesso anche La Marcia delle Legioni”, mi ricorda Stefano Di Michele. Se solo lo viene a sapere Piersilvio, poveruomo, ci perde la faccia con Fabio Fazio.
Sceso che sono dal carro dei vincitori faccio dunque ciao e tanti baci. Come con Ignazio La Russa che è sbucato fuori apposta dall’auto blu e mi ha detto: “Baciamoci”. Tanti baci e tanti ciao mentre tanta carne di anni passati a fare quelli che fanno schifo a tutti oggi più che mai – più dell’altra volta – si prende la rivincita. E che vincita: come potevano immaginare di farcela quelli della democrazia se poi pensavano di mettere in trappola la destra, la marea e i camerati con un Gianni Alemanno capace di pagare un romeno che facesse uno stupro giusto il tempo di calare l’asso della sicurezza? Così: “Il marcio su Roma”. Manco in una sceneggiatura di Sergio Citti. E ancora ieri, sulla Repubblica, ancora il racconto della “marea” malgrado il principe Carlo Caracciolo sia un estimatore di Alemanno, forse ben più di Carlo Petrini, quello dello Slow Food; malgrado Alemanno abbia quella virtù di essere perfino di sinistra senza essere ideologico.
Sceso che sono dal carro dei vincitori li accompagno con gli auguri e il rewind di anni e anni fa: io e Stefania Prestigiacomo facevamo da madrina e padrino alla campagna elettorale di Fabio Granata, a Siracusa. Un cortocircuito di giovinezza, militanza e politica. E poi dice che la destra è retrograda: il ministro è lei, lei è la bandiera, io, invece, sono sceso dal carro e Fabio, finalmente arrivato a Roma, oggi dovrà vedersela coi lupi moderati e sgamati che gli vorranno soffiare il suo meritato posto di organizzatore culturale per “declinare” così la sua guerra per la bellezza. Il rewind mi riporta alle sere passate con Beppe Niccolai, il profeta del socialismo tricolore, il campione del romanticismo impolitico, il capo di tutti quelli che volevano fare Tabula Rasa quando nel piccolo partito del risentimento – quello di ieri – cominciava ad allignare l’acidità del piccolo orticello dal quale attingere cavoli, carciofi e altre onorificenze ricche di fibre: di quelle che regolano la digestione. Fosse anche dopo aver inghiottito i peggiori rospi. Il rewind colora spassi e frattaglie sentimentali di ottima grana: non era bellissima cosa fare politica e stare in consiglio comunale, provinciale, tentare perfino di entrare in Parlamento, a Palermo, prendere tantissimi voti e non concludere niente? Bellissimo certo, ma sceso che sono dal carro dei vincitori non posso che concedere la soddisfazione. Rubo un troppo privato sms: “I nostri voti andavano sempre in frigorifero ma ora ci siamo rifatti. Chissà se lassù lui è contento”. Dove per lui non s’intende “lui”, ma i tanti altri “lui”, i bravi fondatori del Msi che sono passati avanti, lassù, e si sono persi questo pomeriggio di sazio.
Sceso che sono dal carro dei vincitori so per certo che il Partito della Libertà – quello di oggi – sarà la negazione dell’estetica ma gli espugnatori, nel prendere possesso dei salotti buoni, dei festival, delle cosucce di potere e delle tivù, sono uno spettacolo così come sono: improponibili. Ha ragione Angelo Mellone, sveglio sciamano delle idee, a lamentarsi: “Da quando La Stampa mi ha definito il Santoro di destra non ho più pace”. Occhio azzurro, piglio guerriero, charme militare, Mellone avrà da mettere a frutto la santa pazienza doppia: quella per i ruffiani e quella per lo spoils system zoppo. Sarà sempre zoppo mr. Spoils. Se la prima stagione del berlusconismo in Rai per Alleanza nazionale fu solo ricotta di zoccole, quella della destra alla prova del potere culturale nell’epoca del Cav. III, al meglio sarà solo sostituzione di figurine. Ha proprio ragione Mellone. Sarà un fiorire di Dandini di destra, di Ammanniti di destra, di Montezemolo di destra, di Mieli di destra, di un Secolo d’Italia di destra perfino: a furia di scoprire come propri, i miti della sinistra, Luciano Lanna, il grande guru di quel capolavoro che fu “Fascisti immaginari” dovrà nazionalpoppizzare tutto al contrario. E cominciare col dire che la Resistenza è come la Corazzata Potemkim: una boiata pazzesca.
Giusto adesso che sono sceso dal carro mi sono perso il capolavoro di un Silvio Berlusconi che giustamente il 25 aprile se lo festeggia con Peppino Ciarrapico, ma va bene così, l’Italia brontolona della religione civile antifascista chiude bottega nel frattempo che il Pdl, purtroppo, calerà le braghe alla Patria per farla puttana a disposizione dei padroni forestieri peggio di quanto avevano fatto quelli del Cln con masticogne e sigarette. Sceso che sono dal carro dei vincitori capisco e comprendo quanti lunedì ventotto aprile, dopo la messa in memoria di Benito Mussolini, sono poi andati a festeggiare Alemanno. Detto questo, questo non è fascismo, solo gli indipendenti e molto professional ciuchi della stampa estera possono ancora credere alla stupidaggine del luogo comune. Detto questo, infatti, questo è solo un infarto. Gli è che la linea di confine della Corazzata Potemkim è stata oltrepassata: il carro dei vincitori in fuga verso la gloria del Campidoglio, di Palazzo Chigi e dei ministeri tutti, si lascia alle spalle la boiata pazzesca di un intero libro di potentissimi tabù, primo tra tutti quello della consuetudine al potere della casta dei socialmente presentabili. Già da ieri, a Roma, ci sono almeno tremila disoccupati di lusso, tutti quelli dell’establishment, quelli che danno del tu ai direttori dei giornali, quelli che fanno colazione con i capistruttura Rai, quelli che passano da Atene in Toscana e fanno andata e ritorno in tutti i posti giusti: compresa l’anticamera da Gianni Letta. Basterebbe convincere Gianluca Iannone, leader di Casa Pound, a far da solo e da solo riuscirebbe tra assessorati e municipalizzate ad accendere a Roma quelle luci d’eversione e fantasia che alcuni di quelli che stanno sul carro, adesso, vorrebbero di sicuro far divampare, figli come sono di Giampiero Rubei. E’ a maggior ragione in questa era di Cav. III che la grande stampa e il rotocalco enciclopedico dei chi è chi dovrà aggiornarsi. Rubei è quello che ha portato il grande jazz in Italia, magari a suo tempo lo fece perché il jazz lo praticava Romano Mussolini, però lui è il sublime Cesare dell’avanguardia, fu l’allievo di Konrad Lorenz, il creatore dell’Alexanderplatz, il covo dove non potendo recitarci dentro (suonavano e recitavano i grandi artisti lì) si recitava fuori. Con tanto di urla del vicinato. Ed era così automatico il momento dello spettacolo che toccava ripetersi, in petrolinate, anche nei campi scuola del Fronte della Gioventù, l’epoca quella in cui Maurizio Gasparri aveva il baffo, Teodoro Buontempo dormiva dentro la sua Cinquecento e l’unico rapporto organico con l’editoria era il ciclostile. Era il partito quello – quello stesso che Gianfranco Fini ha cancellato appena ieri con un colpo di penna per portarsi al livello del predellino di Silvio III – quel partito dove si aggiravano le facce improbabili della plebaglia meridionale, dei notabili ciociari, dei burini danarosi, degli studenti col tricolore, dei reduci di Salò e anche dei tanti in ritardo con l’attualità, alcuni dei quali fino a ieri rimasti in quota a Daniela Santanchè per chiederle “convegni sul corporativismo e la socializzazione”. Naturalmente Berlusconi saprà digerire tutto ciò. Di quel mondo fatto di librerie estemporanee e di magnifici pazzi, non resterà traccia. E così come il Cavaliere ha realizzato il massimo sogno sovversivo del Sessantotto, “La fantasia al potere”, così porterà a compimento quello che la sempre maledetta Legge Scelba non potè fare: scioglierà, anzi, ha già sciolto nel suo morbido abbraccio il partito. Quello di partito, intendo. Quello fascista.
Ma ora che sono sceso dal carro dei vincitori me la godo tutta la nostalgia delle fogne in un pomeriggio romano di tassinari mentre Angelo Sicali, Santo Castiglione e Granata ovviamente, stanno festeggiando con Alemanno. Tutto il gruppo dei rautiani in completamento con la Nuova Destra di Umberto Croppi (artefice con Silvio Leoni della campagna elettorale del sindaco di Roma) e Paola Frassinetti. Insomma, è tutto il nucleo duro degli avversari storici di Gianfranco Fini, giusto per valorizzare la presentazione del gruppo. Se la sono goduta alla grande e non posso che partecipare adesso, dall’angolo dei fatti miei, con le poche armi della simpatia. Nomi, cognomi e facce di un libro tutto nuovo.
A proposito: aggiornamento, aggiornamento degli archivi, sarà comandamento e parola d’ordine per i giornali sul chi è chi della destra nell’era del Cav. III. Vi basti sapere chi è quel meraviglioso Santo Castiglione. Si fregia del titolo di “Gomma!”. E Santogomma! sta a significare che quando sgancia un ceffone lui, cancella letteralmente il ceffonato. E’ un fior di manager lui, oggi, ieri un eroe del quartiere e della militanza ma il carro dei vincitori non può essere solo inzeppato di sciacquapalle e di furbastri, ci devono pur essere i forti di carattere. Quando nei computer di tutta Roma sono arrivate le mail che elencavano i precedenti penali dell’ancora candidato sindaco, magari per timorare i bravi sacerdoti, le anime pie e i benpensanti, nessuno tra i tecnici della comunicazione democratica s’interrogava del contrario: e se fosse una meraviglia votare per i brutti ceffi? La foto più bella di tutta la campagna elettorale è quella del matrimonio di Marcello De Angelis – il senatore, direttore di Area, il musicista – sposato appunto dal non ancora sindaco Alemanno, sposato appena qualche ora prima del responso elettorale. Qualche cretino di giornalista avrà pure avuto cura di prendere e pubblicare i precedenti penali dello sposo, dell’officiante e perfino quelli della sposa, come se fosse proprio un pranzo di gala cambiare la faccia ad un mondo ma la vera foto che ha cambiato tutto è quella di Alemanno trionfante ad una finestra circondato da collaboratori tutti con regolamentare cravatta larga, tutti seri seri e rapati in testa, tutti serrati nella posa della circostanza seria e troppo seria da crapa lucida, tutti quanti risultanti perfetti brutti ceffi. Chissà i commenti: la marea, il marcio su Roma. Come faranno all’Auditorium quando arriveranno questi? E questa volta non basteranno le zoccole a neutralizzarli. Ormai il gioco è scoperto. Né il generone potrà più di tanto. Tutte le stupidaggini che Alemanno potrà fare – e lo diciamo sapendo che non le farà – non saranno imbecillità di destra, ma tipiche stupidaggini di sinistra: ancora qualche Ogm, qualche prudenza democratica, qualche bicchiere con Fuksas. Magari imiterà la sinistra in tema di cultura quando ormai il modello di cultura della sinistra è troppo loffia e vecchia trama di quattro amici in combriccola autoreferenziale, ci penseranno i camerati a far scappare il pubblico dagli eventi con sempre nuovi convegni su corporativismo e socializzazione. Vorrà dire che si spenderanno i soldi per le buche, le periferie e la metropolitana.
Sceso che sono dal carro dei vincitori, col mio di ceffo beato di cose troppo vecchie ormai, sceso che sono anche in compagnia di quelli che non hanno colto l’occasione ma che meriterebbero di starci sul carro – e mi raccomando con mio compare Gasparri: recupera Fabio Fatuzzo! – sceso dal carro, dicevo, so bene che è finita, finita per sempre. Ho una foto ricordo di un 28 aprile di chissà quanti anni fa a Predappio. Ci sono Raffaele Stancanelli e Nino Strano con polo aderentissima e suo solito notevole tratto elegante, e non so che farne. Non c’è che il Silvio III ormai: “Sui Colli nostri i tuoi cavalli, doma. Tu non vedrai nessuna cosa al mondo, maggior di Roma”. Cambiando tutto sono cambiati quelli che non dovevano cambiare mai. Cambiando tutto mi sono permesso di non cambiare, cavallerescamente Francesco Rutelli – che fu un grande sindaco – un bacio se lo merita, ma sceso che sono dal carro dei vincitori faccio ciao con la mano e nel vederli andare via verso la gloria del Campidoglio, di Palazzo Chigi e dei ministeri tutti, dico: ascenda pure il coro. E dunque: “Sole che sorgi, libero e giocondo”.

di Pietrangelo Buttafuoco

http://www.ilfoglio.it/soloqui/212


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. elezioni pietrangelo buttafuoco

permalink | inviato da nerononpercaso il 30/4/2008 alle 15:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

29 aprile 2008

29 aprile....

Il 29 aprile 1975, trentatre anni fa, moriva a Milano Sergio Ramelli, dopo quarantasei giorni di agonia a causa del massacro subito, a colpi di chiave inglese, ad opera di un collettivo di medicina che ebbe cura di non dargli il colpo di grazia. Quando fu data notizia della morte del diciottenne alcuni consiglieri provinciali della giunta di Milano, in quel momento riunita, applaudirono.     



Sergio Ramelli (ZPM)

Primavera a Marzo era entrata,
era entrata a Milano,
ne avvertivi il tepore
e tra il fumo e il cielo lontano
ne avvertivi la gioia
nella ragazza che tu
tenevi per mano.
Finalmente l'ultima campana,
è finita la scuola
anche per oggi potrai tornare
a casa tua per riposare
ma sotto casa,
davanti al portone,
ti attendeva la morte,
non me immaginavi l'assurda ragione.
Un colpo, due colpi e altri colpi sul capo,
finché non furon certi di averti finito
i loro volti eran nascosti dal rosso
come il tuo volto dal sangue
che avevi già addosso.
La morte di un tempo aveva la falce,
la morte di oggi ha pure il martello,
lasciò la sua firma su quel muro di calce,
proprio di fronte al tuo cancello.

Per quarantasette giorni una madre
ha sperato e pregato accanto
al letto del figlio morente
fino a quando il suo cuore ha ceduto
ma alla gente non importò niente.
Era morto un "Fascista",
non valeva la pena
guastarsi l'appetito
o rovinarsi la cena.
Era morto un "Fascista"
andava preso e sepolto
avevan paura anche di un morto.
Andava sepolto e dimenticato
perchè così vuole
la giustizia del proletariato
Era morto un "Fascista"
e andava in fretta sepolto,
avevan paura anche di un morto.










                                


Un anno dopo(29 aprile 1976), per festeggiare l'anniversario, un commando rosso uccideva con un colpo alla tempia il militante del MSI Enrico Pedenovi fermo in macchina ad un semaforo rosso.
In pieno stile delle commemorazioni resistenziali
.

28 aprile 2008

Agli iscritti e camerati della Fiamma [di Luca Romagnoli]

 


Agli iscritti e camerati della Fiamma

Da alcuni giorni si rincorrono dubbi, timori, anche speranze in verità, sul futuro nostro, a seguire l'esperienza di alleanza con "La Destra" e, ovviamente gli esiti elettorali. non tener conto di questi ultimi, che come ho già avuto modo di dire sono stati indubbiamente positivi, sarebbe sciocco. Non posso sul sito del Partito, dare in pasto a tutti "umori e malumori" personali e dei nostri militanti in merito alla questione. Ne abbiamo discusso nell'ultima Segreteria Nazionale (sabato 19 aprile) alla fine della quale abbiamo anche registrato la richiesta di fusione per bocca del sen. Storace e on. Buontempo. Voglio qui ufficialmente rassicurare tutti gli iscirtti che un conto sono le alleanze elettorali tutt'altra questione é valutare ed eventualmente decidere una fusione, che, tra l'altro merita tutta una serie di avvenimenti intermedi. Ciò non toglie che non essere disponibili a discutere "quali possibili collaborazioni possano esservi" tra la Fiamma e "La Destra" significherebbe, tra l'altro ignorare un risultato che é venuto nonostante la difficoltà di attrarre l'elettorato in un "clima da armageddon" tra PDL e PD, con tutta la solfa propinata a pine mani dai cantori del voto utile. Quindi é giusto avviare momenti di riflessione interna in proposito, a cominciare da una serie di riunioni dei Coordinamenti Regionali (o, se si vuole, preceduti anche da assemblee federali degli iscritti), di cui si abbia la bontà di relazionare per iscritto, quindi discutere in Comitato Centrale.
Subito dopo le elezioni siciliane, propongo di svolgere un Comitato Centrale congiunto Fiamma-La Destra, per discutere e confrontarsi su un possibile programma e un possibile Statuto (prima che su una possibile unione). Poi si vedrà.
Per quanto riguarda il sottoscritto, sempre disponibilissimo ad immaginare miglioramenti -vorrei qualitativi-, per la nostra Fiamma e il nostro progetto, devo ammettere che uscii da AN perché (credo di averlo sottolineato più volte) quel Partito aveva deciso di rinunciare all'articolo 1 dello Statuto del MSI, ovvero all'obiettivo che si chiamava e chiama Stato Nazionale del Lavoro, alternativa corporativa, socializzazione. In un altro Partito senza che l'obiettivo sia questo non credo mi troverei: se non sbaglio in tutti gli altri, anche del centro-destra e/o PDL non mancano richiami a valori e identità, ma in nessuno c'é quanto predetto. Questo per me era e rimane un problema.
Altrimenti, se volessi sentirmi semplicemente "di destra", c'é anche la Lega, c'é anche il PDL. E c'erano anche prima.

Cameratescamente.

Luca Romagnoli
Segretario Nazionale



fonte: http://www.fiammatricolore.net/

28 aprile 2008

a 63 anni dalla sua morte...

... voglio dedicare questo post a Benito Mussolini.

Non piace perdermi in nostalgismi, ma chi non ha passato non ha futuro.

63 anni veniva ucciso da un gruppo di vigliacchi, di imboscati, il più grande statista del 900, un uomo del popolo, che ha dedicato la vita per migliorare le condizioni del suo popolo, che è morto per il suo popolo.

Ma era un popolo che s'è dimostrato troppo piccolo per un uomo così grande.




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. fascismo benito mussolini

permalink | inviato da nerononpercaso il 28/4/2008 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 aprile 2008

25 aprile, lutto nazionale

 






Che sfilino le Brigate Rosse [di Gabriele Adinolfi]


Credo che l'Italia sia l'unica nazione al mondo che festeggia l'invasione del suo territorio: non era mai venuto in mente a nessuno. Certo una parte di italiani, invero assai sparuta, passò dalla parte del nemico nel settembre del 1943 quando il re coniglio e il primo ministro vigliacco scapparono a gambe levate nelle braccia del nemico e si affrettarono a chiamarlo amico. Quella piccolissima porzione d'italiani, alcuni per fede, altri per tornaconto, altri ancora per obbedienza, si misero a fiancheggiare l'avanzata del nemico, incuranti che questa fosse contrassegnata da bombardamenti di città, stupri e stermini di donne, violenze sui civili e persino eccidi ingiustificati. In poco meno di due anni la lunga marcia del nemico si concluse con la sua vittoria nella guerra. Ne derivarono eccidi, lo scempio vergognoso di Piazzale Loreto, epurazioni selvagge contrassegnate da regolamenti di conti per rivalità personali. Ne nacque la Repubblica fondata sull'accordo tra poteri affaristici, in particolare quelli mafiosi che avevano organizzato gli sbarchi americani in Sicilia e a Salerno e ottenuto in cambio la mano libera per i traffici sul versante tirrenico fino a Marsiglia. Ne seguì un periodo di lunga e vergognosa sottomissione internazionale accompagnata da un disprezzo nei nostri confronti, ancora oggi non del tutto sopito, dovuto appunto alle nostre capriole sfrontate. Al di là dei sentimenti non si capisce proprio cosa ci fosse da festeggiare, né tanto meno cosa ci sia da celebrare oggi.




Perché intervenne quella retorica


Allora una ragione per mitizzare quel 25 aprile c'era; ce l'aveva un'intera classe politica sconfitta dalla storia e dal fascismo, emarginata dalla nazione, che per venti anni era passata a vita privata (ma sempre assistita dal buon Benito) o all'esilio parigino con tanto di stipendio mensile (mai accaduto in nessun altro contesto o in nessun'epoca). Uno stipendio mensile che cresceva con l'aumento della vita perché bastò che una figlia di Saragat andasse dal Duce (che riceveva...) per lamentarsi del caro-vita perché il buon Benito allargasse i cordoni della borsa. Ora quella classe politica di falliti cercava un posto al sole e lo reclamava dal nemico vittorioso al quale si era offerta ossequiosa e incurante della sorte dei suoi compatrioti. Bisognava mitizzarlo quel 25 aprile perché si doveva creare un'aura di epos e di gloria che desse autorevolezza ai falliti di ritorno. Così intervenne la retorica intrisa di ogni menzogna. Al punto di capovolgere la realtà oggettiva delle cose. “L'invasore” non fu più chi ci bombardava dal mare, chi sbarcava sulle nostre coste, violentava le nostre donne, occupava le nostre città, ovvero il nemico di guerra, anglo/franco/americano, bensì il tedesco che pure non solo era nostro alleato ma si trovava in Italia a difendere la nostra terra chiamatovi addirittura dal re coniglio in persona poche settimane prima della sua ignobile fuga. E allora, sulla falsa riga di questa mistificazione chi si era battuto contro “l'invasore”, per un sogno di libertà, in nome del tirannicidio, era nobile e da mitizzare. La sconfitta italiana - ma la sua vittoria – diventava così festa nazionale. E il “mito” partigiano s'impadronì della cultura politica, letteraria e poi televisiva delal penisola affranta.




Ora è tempo di scelte


Ora quella classe dirigente è sparita, morta di vecchiaia, dopo aver spolpato ogni bene dell'Italia e averla trascinata nella bancarotta. Che senso ha dunque continuare a celebrare il triste rito della contraffazione e il gusto dell'odio? Immagino che alcuni nostalgici delle rivoluzioni mancate, alcuni orfani degli arcobaleni e maniaci della legge di Lynch non possano fare altrimenti, ma il resto? Non si può superare questa stucchevole retorica resistenzialista, così come in molti iniziano a chiedere? Perché delle due l'una: o si supera quest'impasse o la si celebra fino in fondo. In tal caso si accetti e si esalti la cultura partigiana, quella dell'omicidio a freddo, del mordi e fuggi in nome di un sol dell'avvenire e di un qualsiasi tirannicidio. Si riprenda quella cultura che avvelenò gli animi negli anni Sessanta e Settanta da tutte le cattedre, da tutti gli schermi e che fece presa su migliaia di giovani che finirono per imitarli, e si facciano allora sfilare i Brigatisti Rossi che hanno di certo molti più numeri dell'Anpi.
Essi, infatti, hanno creduto alla retorica resistenzialista, ne hanno messo in atto il modello, sono insorti, hanno cecchinato, hanno ucciso. Ma, a differenza dei loro patrigni, non avevano alcun carro armato nemico da seguire e hanno quindi perso. E hanno pagato sulla loro pelle (e ovviamente su quella di molte loro vittime) la cultura del 25 aprile. Hanno trascorso dietro le sbarre periodi più lunghi del Ventennio mussoliniano e hanno, di certo, più titoli dei partigiani per camminare a fronte alta. Se la fronte può andare alta in marce fondate sull'odio e il rancore.

Gabriele Adinolfi

http://www.noreporter.org/

24 aprile 2008

Centocinque anni fa nasceva José Antonio Primo De Rivera


Il 24 aprile 1903 nasceva a Madrid José Antonio Primo de Rivera, condottiero politico che riuniva in sé le doti del capo, del sognatore e del poeta. Assassinato a trentatre anni serebbe rimasto nel cuore e nel ricordo della Spagna e dell'Europa.

















Tratto dal Discorso per la fondazione della Falange, 29 ottobre 1933:

<< Nessuno è mai nato membro di un partito, ciascuno nasce invece membro di una famiglia; viviamo tutti in una comunità, ci affanniamo tutti in un lavoro.
Allora, se queste sono le nostre unità naturali, se la famiglia, la comunità e le corporazione sono le entità nelle quali viviamo veramente, perché dovremmo avere bisogno di quello strumento intermediario che sono i partiti i quali riunendoci in gruppi artificiali ci separano dalle nostre autentiche realtà?
Perché si rispetta la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, portatore di valori eterni; quando lo si considera come “l’involucro corporeo di un’anima, di un’anima che è capace di dannarsi e salvarsi” >>

In questo discorso Josè Antonio parla di valori eterni, una di queste qualità è la Patria che lui definisce in questo modo:

“ La Patria è una unità totale in cui si integrano tutti gli individui e tutte le classi; la patria non può essere il privilegio della classe più forte, né del partito meglio organizzato.” ( tratto dal Discorso per la fondazione della falange)

“Essa è l’unità intima di tutti al servizio di una missione storica, di un supremo destino comune che assegna a ciascuno il suo compito, i suoi diritti ed i suoi sacrifici” (Tratto dalla Lettera aperta a Luca de Tena)



Sul Capitalismo Josè Antonio dice nel discorso del cinema a Madrid nel 19 maggio 1933:

Quando parliamo del capitalismo, ma questo già lo sapete, non parliamo della proprietà.
La proprietà è il contrario del capitalismo; la proprietà è la proiezione diretta dell’uomo sulle proprie cose; è un attributo umano elementare.
Il Capitalismo ha sostituito la proprietà dell’uomo con la proprietà del capitale, lo “strumento tecnico” di denominazione economica.
Il capitalismo, mediante la terribile e sproporzionata concorrenza del gran capitale contro la piccola proprietà, ha progressivamente distrutto l’artigianato, la piccola industria, la piccola agricoltura.
Insomma il Capitalismo riduce padroni, imprenditori ed operai allo stato di angustia, alla condizione di uomini defraudati di ogni contenuto della loro esistenza.
Vorrei che questo concetto rimanesse ben impresso nella mente di tutti; è ormai ora di non prestarci più all’equivoco con il quale i partiti operai vengono presentati come partiti contro i padroni ed i gruppi imprenditoriali come avversari in lotta contro i lavoratori.
Gli operai , i tecnici, gli imprenditori, tutti insieme , formano la trama completa della produzione;
il sistema capitalista, con il credito troppo costoso, con le speculazioni dei detentori di azioni ed obbligazioni, si porta via gran parte della ricchezza del paese ed impoverisce proprietari, tecnici ed operai”.

Sempre in questo discorso Josè Antonio tratta anche del Marxismo:

“Le predizioni di Marx si realizzano, più o meno rapidamente, ma implacabilmente.
Si va verso la concentrazione del capitale, si va verso la proletarizzazione dei popoli e si va, infine, verso la rivoluzione sociale che determinerà un duro periodo di dittatura comunista.
Ed è questa dittatura che fa orrore a noi “ Europei , Occidentali e Cristiani” perché essa altro non è che la negazione dell’uomo, il suo annullarsi dentro un’immensa amorfa in cui si smarrisce la veste corporea di ogni anima individuale ed eterna.
Notate bene che è per questo che siamo antimarxisti; lo siamo perché ci fa orrore il fatto di dover diventare simili ad insetti in un formicaio”.







“Il bolscevismo potrà rassegnarsi a fallire nei suoi programmi di collettivismo, ma non cede in quello che più conta: nell’estirpare dal popolo la religione, nel distruggere la famiglia, nel ridurre l’esistenza a materialismo”

(dal giornale A.B.C., 31 luglio 1935)


“Vogliamo meno chiacchiere liberali e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispetta la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, portatore di valori eterni

(dal discorso per la fondazione della Falange, Madrid, 29 ottobre 1933)


“Il suffragio, questa farsa dei foglietti immessi in un’urna, avrebbe la virtù di dirci se Dio esiste o no, se la verità è una verità o no, se la Patria deve continuare ad esistere o se è meglio che a un certo punto si suicidi

(dal discorso per la fondazione della Falange )


I camerati che mi precedettero nel sacrificio mi accolgano come l’ultimo di essi”

(dal testamento di José Antonio redatto in carcere due giorni prima dell’esecuzione)


“La nostra missione è difficile, difficile fino al miracolo. Ma noi crediamo nel miracolo

(Madrid, 19 maggio 1935)





Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. josè antonio primo de rivera

permalink | inviato da nerononpercaso il 24/4/2008 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

24 aprile 2008

Comunicato Di Maurizio Boccacci

MOVIMENTO SOCIALE FIAMMA TRICOLORE

SEGRETERIA NAZIONALE



COMUNICATO STAMPA



Roma, 24 aprile 2008



In seguito alle recenti dichiarazioni del Segretario Nazionale della Fiamma Tricolore on. Romagnoli, in piena sintonia con i rappresentanti de La Destra Francesco Storace e Teodoro Bontempo, sull’indicazione di voto in favore dei candidati del Pdl per i prossimi ballottaggi al Comune e alla Provincia di Roma, sono a prendere le distanze dalle posizioni ufficiali del partito.

Al di là ed al di sopra di eventuali scelte politiche, condivisibili o meno, o mere convergenze dettate da strane alchimie elettorali, è diventato impossibile, unitamente a molti altri militanti, riconoscermi e farmi rappresentare da chi è solito interpretare la politica attraverso repentine giravolte, nonché a stravolgere le proprie posizioni solamente ad uso e consumo di ciò che risulta più conveniente e vantaggioso a discapito di ciò che è invece giusto e vero. Ci troviamo ora contro chi fino a ieri blaterava di coerenza, ma oggi, incapace di tenere salda una posizione, si squaglia come neve al sole al canto delle sirene del potere, rimescolando le carte in tavola e sospinto, molto probabilmente, dall’infima indole levantina che permea la sua esistenza, consona all’idealtipo del voltagabbana ottosettembrino, sola peggior specie che una oramai asfittica area può tristemente esprimere. Di fronte a questa congerie di omarini qualunque, oggi rappresentata dai Romagnoli e dai suoi lacché, si distacca pure l’accozzaglia ex alleanzina alla Alemanno, quanto meno dissipatori di equivoci e sempre coerenti e fermi sulle proprie posizioni liberiste, antisociali e filosioniste. Alla luce di ciò, lungi da meri interessi elettorali, ma stimolati a raccogliere consenso tra gli uomini liberi, nell’animo e nello spirito, al fine di sensibilizzarli sui nostri temi e sulle nostre battaglie, riteniamo definitivamente concluso il percorso a fianco di chi si spertica ad elemosinare chissà quale ruolo, sospinto probabilmente dall’invidia che lo attanaglia, ma impossibilitato, almeno per ora, ad emulare e ad affiancare i propri referenti posizionati all’interno del Pdl; oppure chi si divincola confusamente e servilmente a chinare il capo sempre e comunque innanzi alla protervie e all’arroganza di una ristretta cerchia di individui, la vera casta, che nulla hanno a che fare con gli interessi di Roma e della sua gente. L’obiettivo della nostra marcia, contro il politichese dei traditori dell’Idea e del popolo, rimane la realizzazione di una più alta Giustizia Sociale, imperniata sui pilastri fondamentali della Fede e dell’Onore. Oggi, mancando uomini formati in conformità al nostro ideale, è stato inevitabile impiegare gli uomini che esistevano. Ciò si vede dai risultati. Attendiamo ora con ansia solamente di vedere il teatrino dei nuovi servi, agghindati con kippah alla nuca, versare lacrime di coccodrillo innanzi al muro del pianto, magari speranzosi di poter sostituire la loro attuale primadonna con una ‘eletta’ come la signora Nirenstein, sicuramente più consona all’insolenza dei Pacifici e dei suoi sodali dalla ‘doppia morale’, pretenziosi di rivendicare i propri privilegi a scapito di Roma e dei suoi cittadini. A chi ha tradito se stesso, le proprie radici e i propri militanti, non avremo più nulla da chiedere, ma solo da dare: il giusto disprezzo che merita.

Un saluto a tutti, senza dimenticare di gridare con rabbia, con la certezza di essere compresi e seguiti dai puri: “Non ho tradito!”



Maurizio Boccacci

Ex- Segreteria Nazionale

Fiamma Tricolore


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. maurizio boccacci fiamma tricolore

permalink | inviato da nerononpercaso il 24/4/2008 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

24 aprile 2008

Area19 - video occupazione

 

23 aprile 2008

Nuova occupazione delle OSA-ONC a Roma

"Questa mattina un gruppo di circa 60 militanti appartenenti a Casa Pound ed al Blocco Studentesco hanno occupato la stazione ferroviaria della Farnesina, creata nel 1990 in occasione dei mondiali di calcio ed utilizzata per pochi giorni". A rivendicare l'iniziativa è Gianluca Iannone, responsabile di Casa Pound e portavoce del circuito delle ONC - Occupazioni Non Conformi.

"Più di 80 miliardi delle vecchie lire spesi per costruire una linea ferroviaria che ha funzionato per soli 15 giorni, uno spreco insopportabile che è stato anche al centro di una inchiesta giornalistica di Striscia la notizia". Continua Iannone denunciando come "Roma sia stata al centro di clamorose speculazioni il cui solo scopo è stato quello di consolidare l'apparato di potere che oggi sostiene la candidatura di Rutelli a sindaco della Capitale". "Anche per questo - conclude Iannone - ci auguriamo che ci sia un cambio nella guida della città e che i nuovi amministratori siano attenti alle esigenze di quella gioventù che rivendica ruoli e lotta politica, non poltrone e vita comoda"

"Sarà uno spazio aggregativo all'interno del XX municipio, destinato alla creazione di spazi sportivi, culturali, ricreativi e di solidarietà concreta. Uno spazio strappato allo spreco, al degrado ed alla speculazione" continua Andrea Antonini, candidato alla presidenza del XX municipio per la Destra-Fiamma Tricolore e presidente dell'associazione Area 19 "sarà l'affermazione di un principio cardine della nostra politica: quello del ripristino della sovranità popolare sugli spazi creati con fondi pubblici e lasciati al degrado". "A fronte di un municipio in cui, nonostante le apparenze, mancano luoghi di incontro tra diverse generazioni, spazi sani di aggregazione per i giovani, il nostro interventismo costituisce l'unica seria alternativa alla politica degli accordi e delle spartizioni di potere".

Per info: 3400543501




















































23 aprile 2008

STRASBURGO: ROMAGNOLI INTERVIENE SULL’AUMENTO DEI PREZZI ALIMENTARI

“Non concordo con quanto si sostiene sull'impennata dei prezzi alimentari”. “Mi sembra anche assurdo che si pensi di sfamare i Paesi in via di sviluppo facendogli coltivare vegetali per carburanti piuttosto che alimenti”. Lo dichiara Luca Romagnoli, segretario del Movimento Sociale Fiamma Tricolore.
“Anche la campagna pro-Ogm non mi sento affatto di condividerla – prosegue l’europarlamentare – perchè un conto è il biocarburante, un conto sono gli alimenti e, soprattutto, mi preoccupa il monopolio extraeuropeo in materia di brevetti e sementi, che rende estremamente dipendenti molti degli stati dell'Unione e i produttori agricoli europei”.
“Il rialzo dei prezzi non è dovuto ai cambiamenti climatici o al caro carburanti, che seppure incide, tale incidenza avviene non nella misura che gli si imputa - fra l'altro c’è da sottolineare che fruiamo comunque di un rapporto euro dollaro favorevole”.
“Sono invece convinto – sottolinea Romagnoli – che dipenda dalla speculazione che fa la filiera della distribuzione, soprattutto la grande distribuzione; altrimenti non si spiega come mai in Italia i prezzi alla produzione agricola sono poco variati negli ultimi sette anni e, comunque certo, non nella proporzione con cui sono aumentati i prezzi al consumo”.
“In Italia sia la grande distribuzione delle multinazionali, sia quella delle Cooperative, operano con strategie da ‘cartello’ in modo assolutamente speculativo ai danni dei consumatori”.
‘Occorre meno mercato, meno concorrenza sfrenata, meno globalizzazione, per aiutare produttività e consumi. Il potere d'acquisto si recupera solo con una moratoria dei prezzi al consumo”.
“Il mio voto per tutti questi motivi – conclude Luca Romagnoli – è contrario alla dichiarazione del Consiglio e della Commissione”.


http://www.fiammatricolore.net/fiamma/articolo.asp?id=2233

22 aprile 2008

Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

 Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

Continuano le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per compensare i gravi effetti della crisi dei subprime e la perdita di fiducia nel settore bancario. Nonostante da più parti si continui a sostenere che il peggio è passato, la Banca d’Inghilterra ha confermato ieri che per fronteggiare la crisi di liquidità nel settore avvierà a breve un piano “anti-crisi” da 50 miliardi di sterline, pari a circa 63 miliardi di euro. Secondo quanto si legge in un nota dell’istituto centrale, il piano consentirà alle banche locali in difficoltà di attuare operazioni di ‘swap’, scambiando “temporaneamente obbligazioni garantite da mutui delle banche e altre obbligazioni strutturate con titoli del Tesoro britannico”, cioè di debito pubblico. Grazie a questo scambio, che riguarderà solo le attività avviate entro la fine del 2007 (e non i nuovi prestiti strutturati), la Banca d’Inghilterra mira ad alleggerire i bilanci degli istituti di credito rendendo possibile l’emissione di nuovi prestiti e permettendo così alle banche di continuare ad operare anche durante le prossime crisi di liquidità. A conferma che la crisi finanziaria non è affatto sulla via della conclusione, inoltre, l’istituto centrale ha previsto che la durata dei contratti ‘swap’ sarà di un anno, rinnovabili però fino a ben tre anni. Il rischio delle perdite, ha sottolineato comunque la Banca d’Inghilterra, rimarrà nelle mani degli istituti locali.
La coraggiosa decisione presa dall’istituto centrale del Regno Unito, a ben vedere, si configura in sostanza come un nuovo intervento pubblico da parte dell’istituto d’Oltremanica, peraltro in contrasto con quanto teorizzato dalla Bce, contraria a priori a qualsiasi forma di aiuto di Stato. Un fatto che porta nuova linfa al dibattito, sollevato anche da Giulio Tremonti, sulle strategie necessarie per affrontare una crisi senza precedenti, capace di mettere fortemente a rischio la crescita mondiale e che continua a mietere vittime aldiquà e aldilà dell’oceano.
Nello stesso giorno in cui la Banca centrale ha confermato il piano anti-crisi, infatti, la Royal Bank of Scotland (RbS) ha confermato alcune anticipazioni stampa che ipotizzavano un imminente aumento di capitale tramite emissione di azioni da parte del al colosso finanziario.
La seconda banca del Regno Unito, a quanto sembra, chiederà ai propri azionisti circa 20 miliardi di dollari proprio per coprire, con questa significativa iniezione di liquidità, le forti perdite legate ai mutui subprime Usa. In particolare, secondo indiscrezioni non confermate, l’operazione dovrebbe essere gestita da Merrill Lynch, Goldman Sachs e Ubs e prevedere l’emissione di azioni per circa dieci miliardi di sterline e svalutazioni per circa sette.
Una decisione quella di RbS che, purtroppo, promette di non essere l’ultima, non solo in Inghilterra ma anche nel Vecchio Continente e aldilà dell’oceano. Mentre la banca centrale del Regno Unito si prepara a farsi carico delle cartolarizzazioni dei mutui degli istituti di credito britannici, infatti, con molta probabilità quest’ultimi si preparano ad annunciare nelle prossime settimane nuovi aumenti di capitale per decine di miliardi di sterline, con significativi incrementi delle svalutazioni che, nel complesso, finiranno per riportare le perdite delle banche locali britanniche in linea con quelle delle rivali statunitensi.
Altrettanto preoccupante appare la situazione degli istituti dell’Europa continentale.
Proprio ieri l’Ubs ha reso noto a Basilea di aver pubblicato un documento indirizzato agli azionisti, convocati in assemblea generale per domani, nel quale sono riportati i principali fatti e dati connessi alle posizioni e alle perdite della banca nel settore dei subprime fino al 31 dicembre scorso. Da quanto risulta, complessivamente nel 2007 il colosso svizzero aveva registrato perdite per 4,4 miliardi di franchi e svalutazioni per circa 21 miliardi. Nello stesso tempo, l’Ubs ha comunicato di aver pubblicato un riassunto del suo rapporto destinato alla Commissione federale delle banche (Cfb) sulle perdite derivanti dalla crisi, in parte sintetizzato nel rapporto inviato agli azionisti, nel quale sono state analizzate le linee operative che hanno subito perdite, i modelli operativi e le iniziative di crescita promosse da Ubs in queste attività, gli sviluppi relativi alle perdite nelle attività rilevanti, l’attuazione di attività di gestione e controllo del rischio nonché le principali conclusioni in merito alle cause delle perdite. Ancora agitate le acque oltreoceano: scatenando reazioni negative sugli indici di Wall Street e spingendo ancora al ribasso il dollaro, ieri la Bank of America ha reso noto di aver chiuso i primi tre mesi del 2008 con un calo degli utili di ben il 77% rispetto allo stesso periodo del 2007, con profitti pari a 1,21 miliardi di dollari, vale a dire 23 centesimi per azione, la metà rispetto ai 41 centesimi attesti dagli analisti. In calo anche i ricavi, scesi del 6% a 17,3 miliardi, e i profitti delle divisioni corporate&investment bank e corporate, ridottisi di oltre un miliardo di dollari. In salita, di contro, svalutazioni e perdite da credito, passate da poco più di un miliardo di dollari nel primo trimestre 2007 a circa 6 miliardi nello stesso periodo del 2008. Pur affermando di trovarsi “in una posizione di forza per sostenere gli scossoni nel sistema”, la banca statunitense ha poi comunicato di aver aggiunto alle perdite previste da prestiti una riserva di 3,3 miliardi di dollari, decisione che lascia facilmente ipotizzare ulteriori perdite nel prossimo trimestre.
Di fronte ad una così difficile situazione, rispetto alla quale la Fed e la Banca d’Inghilterra appaiono pronte ad intervenire anche con la mano pubblica, la Bce continua purtroppo a restare ferma su posizioni che Tremonti definirebbe superate e incapaci di rispondere alla mutata realtà e a comportamenti delle banche ormai sfuggiti di mano agli istituti centrali.

http://www.rinascita.info/cc/Prima_Economia/EkpllyAZVFYPrAVCyj.shtml


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. banche signoraggio inflazione

permalink | inviato da nerononpercaso il 22/4/2008 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

21 aprile 2008

Giulio Tremonti boccia Draghi e critica la follia del libero mercato

"A occhio è un po' come un'aspirina data per una malattia più grave": Giulio Tremonti, ministro dell'Economia in pectore, non esprime un giudizio tenero sul rapporto del Financial Stability Forum presentato dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, all'ultima riunione del G7. Rapporto in cui si indica la strada per affrontare e prevenire le crisi dei mercati finanziari. Ma per il futuro inquilino di via XX Settembre si tratta di una ricetta "non sufficiente", perché si affida a "strumenti vecchi e fumosi", e "reticente", perché "omette di parlare di nazionalizzazioni e di aiuti di Stato". "Verso un nuovo mondo - afferma - non si può andare con idee e strumenti vecchi". Tremonti ripete più volte ai giornalisti di parlare non come futuro ministro, ma esclusivamente come presidente dell'Aspen Institute Italia, che a Parigi ha organizzato una due giorni a porte chiuse in cui economisti europei e statunitensi si sono confrontati proprio sull'attuale situazione di crisi dei mercati e dell'economia. "C'è la consapevolezza di una crisi generale molto profonda e che non è finita - spiega - Una crisi non solo economica, ma anche sociale, con l'impoverimento del ceto medio, e fatta di tensioni geopolitiche". In questo quadro, per Tremonti, è l'ora di cambiare approccio e di ripensare il sistema dei mercati, ricorrendo a strumenti nuovi e percorrendo vie nuove per generare crescita e sviluppo. A partire da quello che è un suo vero e proprio pallino, vale a dire l'emissione di titoli di debito europeo per finanziare investimenti europei, i cosiddetti eurobond. E per quel che riguarda le proposte contenute nel rapporto del Financial Stability Forum, spiega come secondo lui è un po' come "chiudere la porta dopo che sono scappati i buoi". "Non è un testo che uno poi si va a rileggere. Nelle sue conclusioni - sottolinea Tremonti - non c'è mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l'elenco degli strumenti da utilizzare si parla di iniezione di liquidità e di altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave 'aiuti di Stato'. Non si parla di 'salvataggi'. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, come le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora, siamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta più per gestire cose che sono cambiate. Verso un nuovo mondo non si può andare con idee e strumenti vecchi". Per il futuro ministro, infatti, "viviamo in tempi non ordinari, ma in tempi straordinari. Non è più - spiega - un problema di crescere dello 0,3 o dello 0,2%. Questo tipo di modellini basati sulle previsioni di crescita dello zero-virgola non funziona più. E tutto il set di strumenti finora applicati alla crisi dei mercati - sostiene - è come la pennicellina portata dagli alleati nel 1945: dopo mezzo secolo non è più l'antibiotico più efficace". Tremonti fa un parallelo con la crisi del '29: ''Tutto avviene fuori da ogni controllo. Ma nel '29 i controlli non c'erano. Oggi ci sono, ma sono domestici, nazionali, dunque insufficienti e inadeguati per fronteggiare i problemi sollevati dalla diffusione dei nuovi strumenti finanziari, come gli equity fund per i quali l'unica regola è non avere regole". 

http://www.ansa.it/

21 aprile 2008

Ottantaquattro anni fa l'addio della grande Eleonora Duse

  


























Eleonora Duse nacque in una stanza d'albergo di Vigevano, il 3 Ottobre 1858; morì di polmonite in un hotel di Pittsburgh, a 66 anni. Principio e fine emblematici di una vita nomade, di teatro in teatro, di città in città.  Figlia d'arte, Eleonora ebbe un'infanzia difficile e stentata. Iniziò a recitare all'età di quattro anni, dimostrando subito un innato talento, confermato nel 1873, grazie all'interpretazione di Giulietta.  Ottenne la sua prima grand'affermazione con “ Teresa Raquin” di Zola, nel 1879, la cui interpretazione le valse una lettera di plauso da parte dell'autore. La sua forte personalità è dimostrata dalla veloce ascesa: a 23 anni la Duse è già prima attrice, a 29 capocomica, sceglieva il repertorio e la troupe, era responsabile della produzione e delle finanze. I continui impegni teatrali la costringono però alla lontananza dalla figlia, Enrichetta, avuta a 24 anni dall'attore Tebaldo Checchi.  L'instancabile Eleonora, dopo aver assistito ad alcune rappresentazioni di Sarah Bernhardt, si cimenta nella “ Principessa di Bagdad”, opera di Dumas e cavallo di battaglia della diva francese. George Bernard Shaw illustra meglio di chiunque altro la differenza di stile tra le due attrici, scrivendo che “ Sarah Bernhardt è bellissima secondo il concetto di bellezza della sua scuola, ma inverosimile e inumana…”. Lo stile della Bernhardt costringe lo spettatore ad “ammirarla, a compassionarla, a piangere con lei, […] a prodigarle applausi appena calato il sipario. Tutto ciò è precisamente quello che non fa la Duse.[…] Quando appare sulla scena lascia libero lo spettatore di adoperare il suo binocolo per contare tutte le rughe che il tempo e le privazioni le hanno impresso nel volto. Sono il lasciapassare della sua umanità e lei non è così sciocca da coprirle con il belletto color pesca.”  Il suo repertorio spaziava ormai da Shakespeare, di cui interpretò “ Antonio e Cleopatra” e “ Giulietta e Romeo”, alle eroine del teatro francese dell'Ottocento; ma nell'ultimo decennio del secolo la Duse manifestò interesse per la più avanzata drammaturgia italiana e straniera.  Ad un'amica la Duse scrisse a proposito di Ibsen : “ Dei 200 lavori che ho recitato ce ne sono forse dieci che amo. Ibsen, sì Ibsen, sempre e soltanto Ibsen.”  Dal 1897 interpretò le opere che D'Annunzio andava scrivendo per lei, “Il sogno di un mattino di primavera”, “La città morta”, “Gioconda”, “La figlia di Jorio”. Lasciate improvvisamente le scene nel 1909, vi ritornò nel 1921, dopo un periodo durante il quale interpretò “Cenere”, il suo unico film.  La pellicola, tratta da un romanzo di Grazia Deledda, passò inosservata, ma rimane l'unica possibilità che oggi abbiamo di vedere recitare la Divina.  La morte la colse il 21 aprile 1924 negli Stati Uniti, dove aveva svolto una trionfale tournée. Dopo una messa solenne a New York, i resti mortali della Duse furono riportati in Italia e sepolti ad Asolo, dove l'attrice aveva comperato una casa e dove aveva lasciato detto di voler riposare per sempre.


L'Amante e il Vate


Elonora nasce a Vigevano da una famiglia di attori girovaghi e raggiunge la popolarità come attrice nel 1878 al Teatro dei Fiorentini di Napoli. Allora aveva già avuto un figlio dalla relazione con Martino Cafiero e una figlia, dal matrimonio con l'attore Tebaldo Cecchi, il quale abbandona l'infedele moglie nel 1885, dopo le scandalistiche relazioni con altri uomini della scene, quali Falvio Andò e Arturo Dotti (ancora minorenne). Dal 1883 l'attrice gode del sostegno di Arrigo Boito, che la raccoglierà sofferente alla fine della relazione con d'Annunzio nel 1904. Il primo incontro con Gabriele risale al viaggio veneziano del 1894, organizzato da Angelo Conti e Adolfo De Bosis in compagnia di Georges Hérelle, ma i biografi datano al 26 settembre del 1895 l'inizio della relazione amorosa che, non senza interruzioni, si protrasse per più di otto anni. La Duse ebbe un'importanza fondamentale per l'opera letteraria dannunziana, introducendo il Vate alla drammaturgia e diffondendone la fama in Europa e oltre oceano. La relazione fu trasfigurata dal poeta nel Fuoco, non senza le critiche degli amici e ammiratori della Duse. Per favorire la riconciliazione con l'attirce in seguito alla rottura dell'autunno 1896, quando d'Annunzio le antepose Sarah Bernhardt per la rappresentazione francese della Ville morte, il Poeta scrisse il Sogno d'un mattino di primavera, seguito dal Sogno d'un tramonto d'autunno. Anche La Gloria, La Gioconda e La Francesca da Rimini risentono della convivenza con la Duse. Dal marzo del 1898, per avvicinarsi alla dimora di Settignano, dove Eleonora abitava, d'Annunzio affittò l'attigua villa trecentesca La Capponcina, riarredandola secondo il proprio gusto. Negli anni successivi, d'Annunzio seguì la Duse solo saltuariamente in tourné in Italia e all'estero, consolandosi con altre amanti durante l'assenza dell'attrice. Nel 1904, in seguito all'ennesimo episodio di gelosia, l'attrice abbandonò l'amante infedele dopo avergli sacrificato gran parte delle proprie risorse umane e finanziarie. Nel 1909, dopo cinque anni di silenzio, d'Annunzio riprese a scriverle proponendogli vanamente la rappresentazione della Fedra e inaugurando un nuovo rapporto epistolare. Purtroppo, per volontà della Duse, il carteggio con d'Annunzio fu distrutto, ad eccezione di frammenti rimasti alla figlia Enrichetta che, raccolti presso la Fondazione Cini, vennero pubblicati in G. D'ANNUNZIO, Carteggio inedito d'Annunzio - Duse, a cura di P. NARDI, Firenze, Le Monnier, 1974. L'ultimo casuale incontro fra il poeta e la diva risale al 1922, due anni prima della morte dell'attrice, aiutata dal Poeta nei suoi travagli finanziari degli ultimi anni di vita.

http://www.gabrieledannunzio.net/


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. gabriele d'annunzio eleonora duse

permalink | inviato da nerononpercaso il 21/4/2008 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

17 aprile 2008

Azione futurista in tribunale a Roma il 21 aprile
































Anche la magistratura passatista e paludata contro l’arte e il libero pensiero.

Non abbiamo paura di questo censura –magistrale siamo pronti alla battaglia come sempre rivendichiamo con orgoglio la nostra libertà, contro tutti e tutto.

sappiano questi giudici , noi ,…

Vi abbatteremo per far rivivere l’Arte, la Cultura e il Lavoro. Insieme a voi, vecchi e sopravvissuti di una società che pratica in nome del popolo la giustizia di mercato, ma che nulla fa se non colpire il debole questo morirà la giustizia come fenomeno elitario per rinascere come nuova Giustizia. Inizia così, per noi futuristi del nuovo millennio, una nuova battaglia di rinnovamento totale dovuto ad un frenetico impeto per il futuro ma sopratutto per la preoccupazione del tempo che scorre.

Nasce così l'esaltazione per la lotta.

Marciare, per Non Marcire – Lottare, per Non Morire.

Noi futuristi rifiutiamo nettamente il vostro nebbioso e torbido passato, rifiutiamo le vostre elucubrazioni,di falso garantismo le vostre accademie dove come obsolete panetterie ,sfornate giustizia rappresentazione tragica dell’odierno cimitero culturale e ci allontaniamo dalle alchimie politiche di questa vostra società di nani.

Oggi nasce con noi una nuova concezione violenta della Vita e della Storia, che esalta la battaglia a scapito della pace, e disprezza voi leccaculo di artificiosi poteri, schiavi del giudizio di parte, schiavi del politically corret. La vostra giustizia tentò di esaltare fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

voi

Questo disprezzo recepitelo come una condanna.


FTM Azionefuturista Roma 19 ottobre 2007 nasce RossoTrevi ….. ……16 gennaio 2008 lancio di palline in piazza di spagna … Firenze 16 febbraio2008…Arte contro arroganza del potere e i falsi moralismi … aprile 2008 azionefuturista web FREE-TIBET FREE- KAREN… i passatisti,le mortifere istituzioni SONO STATE colpite e affondate

  1. Eccoci!!!.... PRONTI ALLO SCONTRO


http://www.futurzig.it/

17 aprile 2008

[pillole ideologiche] Settima puntata, decreto legge sulla socializzazione delle imprese

DECRETO LEGISLATIVO DEL 12 FEBBRAIO 1944, N.375, SULLA SOCIALIZZAZIONE DELLE IMPRESE.

(dalla G.U d’Italia, 30 Giugno 1944, n. 151):
 
 
 
DECRETO LEGISLATIVO DEL DUCE 12 Febbraio 1944 - XXII, n. 375.
 
Socializzazione delle imprese
 
 
IL DUCE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
Vista la Carta del Lavoro;
Vista la “Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana approvata dal Consiglio dei Ministri del 13 Gennaio 1944;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Su proposta del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le finanze e con il Ministro per la Giustizia
Decreta:
 
 
 Titolo 1. – DELLA SOCIALIZZAZIONE DELLA IMPRESA
 
 Art. 1. (Imprese socializzate) - Le imprese di proprietà privata che dalla data del 1° gennaio 1944 abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, sono socializzate.
Sono altresì socializzate tutte le imprese di proprietà dello Stato, delle Provincie e dei Comuni nonché ogni altra impresa a carattere pubblico.
Alla gestione della impresa socializzata prende parte diretta il lavoro.
L’ordinamento dell’impresa socializzata è disciplinato dal presente decreto e relative norme di attuazione, dallo statuto di ciascuna impresa, dalle norme del Codice Civile e dalle leggi speciali in quanto non contrastino con il presente decreto.
 
Art. 2. (Organi delle imprese socializzate) - Gli organi delle imprese socializzate sono:
a)  per le società per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata: il capo dell’impresa; l’assemblea; il consiglio di gestione; il collegio dei sindaci:
b)  per le altre società e per le imprese individuali: il capo dell’impresa e il consiglio di gestione:
c)  per le imprese di proprietà dello Stato e per le imprese a carattere pubblico che non abbiano forma di società: il capo dell’impresa; il consiglio di gestione; il collegio dei revisori.
 
 
 
Sezione 1. - Amministrazione delle Imprese socializzate.
 
 
 
Capo I (Organi delle imprese socializzate) - Amministrazione delle imprese di proprietà privata aventi forma di società.
 
 
 
 Art. 3. (Organi collegiali delle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata) - Nelle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata, fanno parte degli organi collegiali, membri eletti dai lavoratori dell’impresa: operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.
 
 Art. 4. (Assemblea, consiglio di gestione, collegio sindacale) - All’assemblea partecipano i rappresentanti dei lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, con un numero di voti pari a quello dei rappresentanti del capitale intervenuto.
Il consiglio di gestione, nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri scelti fra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.
Il collegio sindacale, pure nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri designati dai lavoratori e per metà di membri designati dai soci. Il presidente del Collegio sindacale è scelto fra gli iscritti all’albo dei revisori dei conti.
 
 Art. 5. (Consiglio di gestione delle società che non sono per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata) - Nelle società non contemplate nel precedente articolo £ il consiglio di gestione è formato da un numero di soci che verrà stabilito dallo statuto della società, e di un egual numero di membri eletti fra i lavoratori dell’impresa, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.
 
 Art. 6. (Poteri del consiglio di gestione) - Il consiglio di gestione delle imprese private aventi forma di società, sulla base di un periodico e sistematico esame degli elementi tecnici, economici e finanziari della gestione:  
a)  delibera su tutte le questioni relative alla vita dell’impresa, all’indirizzo ed allo svolgimento della produzione nel quadro del piano nazionale stabilito dai competenti organi di Stato;
b)  esprime il proprio parere su ogni questione inerente alla disciplina ed alla tutela del lavoro nella impresa;
c)  esercita in genere nell’impresa tutti i poteri attribuitigli dallo statuto e quelli previsti dalle leggi vigenti per gli amministratori, ove non siano in contrasto con le disposizioni del presente provvedimento;
d)  redige il bilancio dell’impresa e propone la ripartizione degli utili ai sensi delle disposizioni del presente decreto e del Codice Civile.
 
 Art. 7 (Votazioni) - Nelle votazioni tanto dell’assemblea quanto del consiglio di gestione, prevale, in caso di parità di voti, il voto del capo dell’impresa che di diritto presiede i predetti organi sociali.
 
 Art. 8 (Cauzione dei membri del consiglio di gestione) - I membri dei consigli di gestione eletti dai lavoratori sono dispensati dall’obbligo di prestare cauzione.
 
 Art. 9 (Capo dell’impresa) - Nelle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata il capo dell’impresa è eletto dall’assemblea fra persone di provata capacità tecnica o amministrativa nell’impresa o fuori.
Nelle altre imprese aventi forma di società il capo dell’impresa è nominato fra soci con le modalità previste dagli atti costitutivi, dagli statuti e dai regolamenti delle società stesse.
 
 Art. 10. (Poteri del capo dell’impresa) - Il capo dell’impresa dirige e rappresenta a tutti gli effetti l’impresa stessa; convoca e presiede l’assemblea, nelle imprese in cui esiste; convoca e presiede altresì il consiglio di gestione.
Egli ha la responsabilità ed i doveri di cui ai successivi articoli 22 e seguenti e tutti i poteri riconosciutigli dallo statuto, nonché quelli previsti dalle leggi vigenti, ove non contrastino con le disposizioni del presente decreto.
 
 
 
 Capo II - Amministrazione delle imprese di proprietà privata individuale.
 
 
 
 Art. 11. (Consiglio di gestione) - Nelle imprese individuali viene costituito un consiglio di gestione composto di almeno tre membri eletti, secondo il regolamento dell’impresa, dai lavoratori: operai, impiegati amministrativi, impiegati tecnici.
 
 Art. 12. (Capo dell’impresa - Poteri del consiglio di gestione) - Nelle imprese individuali l’imprenditore, il quale assume la figura giuridica di capo dell’impresa con la responsabilità e i doveri di cui ai successivi articoli 22 e seguenti, è coadiuvato nella gestione della impresa stessa dal consiglio di gestione.
L’imprenditore, capo dell’impresa, deve riunire periodicamente e almeno una volta al mese il consiglio, per sottoporgli le questioni relative alla vita produttiva dell’impresa, ed ogni anno alla chiusura della gestione per l’approvazione del bilancio e il riparto degli utili.
 
 
 
 Capo III - Amministrazione delle imprese di proprietà dello Stato.
 
 
 
 Art. 13. (Capo dell’impresa) - Il capo dell’impresa di proprietà dello Stato è nominato con decreto del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro delle Finanze su designazione dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, tra i membri del consiglio di gestione dell’impresa o fra altri elementi dell’impresa stessa o di imprese del medesimo settore produttivo, che diano speciali garanzie di comprovata capacità tecnica o amministrativa.
Il capo dell’impresa ha la responsabilità ed i doveri di cui ai successivi art. 22 e seguenti ed i poteri che saranno determinati dallo statuto di ogni impresa.
 
 Art. 14. (Consiglio di gestione) - Il consiglio di gestione è presieduto dal capo dell’impresa ed è composto di rappresentanti eletti dalle varie categorie dei lavoratori dell’impresa: operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, nonché di almeno un rappresentante proposto dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e nominato dal Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze.
Le modalità di elezione ed il numero dei membri del consiglio saranno determinati dallo statuto dell’impresa.
Nessuno speciale compenso, salvo il rimborso delle spese, è dovuto ai membri del consiglio di gestione per tale loro attività.
 
 Art. 15. (Poteri del consiglio di gestione) - Per i poteri del consiglio di gestione delle imprese di proprietà dello Stato, valgono le norme contenute nel precedente articolo 7.
 
 Art. 16. (Costituzione del collegio dei revisori) - Il collegio dei revisori delle imprese di proprietà dello Stato è costituito con decreto del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze, su designazione dell’Istituto di Gestione e Finanziamento.
Il compenso dei revisori è determinato dall’Istituto di Gestione e Finanziamento
 
 Art. 17. (Approvazione del bilancio e riparto degli utili; deliberazioni eccedenti l’ordinaria amministrazione) - Nelle imprese di proprietà dello Stato il bilancio e il progetto di riparto degli utili sono proposti dal consiglio di gestione ed approvati dall’istituto di Gestione e Finanziamento.
Gli aumenti, le riduzioni di capitale, le fusioni, le concentrazioni, nonché lo scioglimento e le liquidazioni delle imprese di proprietà dello Stato sono proposte dall’Istituto di Gestione e Finanziamento, sentito il consiglio di gestione delle imprese interessate e approvati dal Ministro dell’Economia Corporativa di concerto con il Ministro delle Finanze e con gli altri Ministri interessati.
 
 
 
 Capo IV - Amministrazione delle imprese a carattere pubblico
 
 
 
 Art. 18. (Amministrazione delle imprese a carattere pubblico) - L’Amministrazione delle imprese a carattere pubblico sarà regolata dalle norme di cui al capo I di questa sezione, quando le imprese stesse siano costituite in forma di società. In tutti gli altri casi si applicheranno le norme di cui al capo terzo.
 
 
 
 Capo V - Disposizioni comuni ai capi precedenti.
 
 
 
 Art. 19. (Statuti e regolamenti delle imprese di proprietà privata) - Tutte le imprese private aventi forma di società dovranno provvedere ad adeguare gli statuti alle norme contenute nel presente decreto; le imprese private individuali dovranno anch’esse redigere uno statuto.
Gli statuti saranno sottoposti all’approvazione del Ministero dell’Economia Corporativa il quale li trasmetterà al Tribunale competente per territorio per la trascrizione nel registro delle imprese previsto dal codice civile.
Il Ministro per L’economia Corporativa stabilirà con propri decreti il termine entro il quale le diverse categorie di imprese dovranno presentare i nuovi statuti all’approvazione.
 
 Art. 20. (Atti costitutivi e statuti delle imprese di proprietà dello Stato e delle imprese a carattere pubblico) - Gli ordinamenti, gli atti costitutivi e gli statuti delle imprese di proprietà dello Stato e delle imprese a carattere pubblico, come pure ogni loro modificazione, sono approvati con decreto del Ministero per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze e con gli altri Ministri interessati.
 
 Art. 21. (Modalità di elezione dei rappresentanti dei lavoratori) - I rappresentanti dei lavoratori chiamati a far parte degli organi delle imprese socializzate, sono eletti con votazione segreta da tutti i lavoratori dell’impresa, operai, impiegati amministrativi, impiegati tecnici, fra i lavoratori delle singole categorie che abbiano almeno 25 anni di età ed almeno 5 anni di appartenenza all’impresa e che abbiano inoltre dimostrato fedeltà al lavoro e provata capacità tecnica e amministrativa.
 
 
 
 Sezione II. - Responsabilità del capo dell’impresa e degli amministratori.
 
 
 
 Art. 22. (Responsabilità del capo dell’impresa) - Il capo dell’impresa è personalmente responsabile di fronte allo Stato dell’andamento della produzione dell’impresa e può essere rimosso e sostituito a norma delle disposizioni di cui agli articoli seguenti, oltre che nei casi previsti dalle vigenti Leggi, quando la sua attività non risponda alle esigenze dei piani generali della produzione e alle direttive della politica sociale dello Stato.
 
 Art. 23. (Sostituzione del capo dell’impresa di proprietà dello stato) - Nelle imprese di proprietà dello Stato la sostituzione del capo dell’impresa è disposta dal Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze e con gli altri Ministri interessati, d’ufficio o su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento o del consiglio di gestione dell’impresa o dei revisori, premessi gli opportuni accertamenti.
 
 Art. 24. (Sostituzione del capo dell’impresa privata avente forma di società) - Nelle società per azioni e a responsabilità limitata ed in accomandita per azioni la sostituzione del capo dell’impresa è deliberata dall’assemblea.
Nelle imprese aventi forma di società, la sostituzione del capo dell’impresa è regolata dagli statuti, e può, in ogni caso, essere promossa dal Consiglio di Gestione con la stessa procedura prevista dall’art. 25 e seguenti per le imprese private ed individuali.
E’ in ogni caso facoltà del Ministro per l’Economia Corporativa di provvedere dapprima alla temporanea sostituzione del capo dell’impresa quanto egli dimostri di non possedere i necessari requisiti inerenti alle sue funzioni o manchi ai doveri indicati all’art.22.
 
 Art. 25. (Sostituzione del capo della impresa privata individuata) - Nelle imprese private individuali l’imprenditore capo dell’impresa può essere sostituito soltanto in seguito a sentenza della Magistratura del Lavoro che ne dichiari la responsabilità.
L’azione per la dichiarazione di responsabilità può essere promossa dal consiglio di gestione dell’impresa, dall’Istituto di Gestione e Finanziamento, qualora interessato nell’impresa, e dal Ministro per l’Economia Corporativa, mediante istanza al Procuratore di stato presso la Corte d’Appello competente per territorio.
 
 Art. 26. (Procedura dinanzi alla Magistratura del Lavoro) - La Magistratura del Lavoro, sentito l’imprenditore, il Pubblico Ministero, il consiglio di gestione dell’impresa, il Ministro per l’Economia Corporativa e l’Istituto di Gestione e Finanziamento in quanto interessato, premessi gli opportuni accertamenti, dichiara con sentenza la responsabilità dell’imprenditore.
Contro la sentenza è ammesso ricorso per cassazione a norma dell’articolo 426 del Cod. Pr. Civ.
 
 Art. 27. (Sanzioni contro il capo dell’impresa) - A seguito della sentenza che dichiara la responsabilità dell’imprenditore, il Ministro per L’Economia Corporativa adotterà quei provvedimenti amministrativi che riterrà del caso affidando, se occorre, la gestione dell’impresa ad una cooperativa da costituirsi tra i dipendenti dell’impresa medesima con l’osservanza delle norme da stabilirsi caso per caso.
 
 Art. 28. (Misure cautelari) - Pendente l’azione di cui agli articoli precedenti il Ministro per l’Economia Corporativa può sospendere, con proprio decreto, l’imprenditore, capo dell’impresa, dalla sua attività e nominare un commissario per la temporanea amministrazione dell’impresa.
 
 Art. 29. (Responsabilità dei membri del consiglio di gestione) - Qualora il consiglio di gestione dell’impresa dimostri di non possedere sufficiente senso di responsabilità nell’assolvimento dei compiti affidatigli per l’adeguamento dell’attività dell’impresa alle esigenze dei piani di produzione e alla politica sociale della Repubblica, il Ministro per l’Economia Corporativa, di concerto con il Ministro per le Finanze, puo disporre, premessi gli opportuni accertamenti, lo scioglimento del consiglio e la nomina di un Commissario per la temporanea gestione dell’impresa.
L’intervento del Ministro per l’Economia Corporativa può avvenire d’ufficio o su istanza dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, se interessato, o dal capo dell’impresa o dell’assemblea o dei sindaci, ovvero dei revisori.
 
 Art. 30. (Sanzioni penali) - Al capo dell’impresa ed ai membri del consiglio di gestione di essa sono applicabili tutte le sanzioni penali previste dalle leggi per gli imprenditori, soci ed amministratori delle società commerciali.
 
 
 
 Titolo II. - DEL PASSAGGIO DELLE IMPRESE DI PROPRIETA' DELLO STATO
 
 
 
 Art. 31. Determinazione delle imprese da passare in proprietà dello Stato-  La proprietà di imprese che interessino settori chiave per la indipendenza politica ed economica del Paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime, di energia o di servizi necessari al regolare svolgimento della vita sociale, può essere assunta dallo Stato a mezzo dell’I.Ge.Fi. secondo le norme del presente decreto.
Quando l’impresa comprenda aziende aventi attività produttive diverse, lo stato può assumere la proprietà di parte soltanto dell’impresa stessa.
Lo Stato può inoltre partecipare al capitale di imprese private.
 
 Art. 32. (Procedura del passaggio delle imprese in proprietà dello Stato) - Con decreto del Duce della Repubblica Sociale Italiana, sentito il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze, saranno di volta in volta determinate le imprese di cui lo Stato intenda assumere la proprietà.
 
 Art. 33. (Nomina e compiti del sindacatore) - Con decreto del Ministro per l’Economia Corporativa, ciascuna impresa per la quale sia stato deciso il passaggio in proprietà dello Stato, è sottoposta a sindacato e ne viene nominato un sindacatore.
Il sindacatore ha il compito di svolgere, sentiti gli organi normali di amministrazione dell’impresa e con l’Istituto di Gestione e Finanziamento, le operazioni necessarie alla determinazione del valore reale delle quote di capitale per la loro conversione in Titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento.
 
 Art. 34. (Nomina e compiti del Commissario del Governo) - Il Ministro per l’Economia Corporativa può anche affidare la gestione straordinaria dell’impresa, di cui lo Stato intenda assumere la proprietà, ad un Commissario del Governo, eventualmente scelto fra gli amministratori in carica.
In ogni caso, alla data di pubblicazione del decreto di cui al successivo art. 40, che stabilisce il valore reale delle quote di capitale, gli organi di amministrazione dell’impresa sono sciolti di diritto e il sindacatore ne riassume i poteri con la veste di Commissario del Governo, per il tempo necessario alla costituzione del consiglio di gestione e alla nomina del capo dell’impresa.
 
 Art. 35. (Nullità dei negozi che modificano il rapporto di proprietà del capitale) - Sono nulli i negozi tra vivi che comunque modifichino il rapporto di proprietà nei riguardi dei titoli azionari rappresentanti il capitale delle imprese per le quali viene deciso il passaggio in proprietà dello Stato, effettuati dal giorno dell’entrata in vigore del provvedimento che ordina il passaggio di proprietà.
 
 Art. 36. (Amministrazione del capitale delle imprese di proprietà dello Stato) -  L’Amministrazione del capitale delle imprese assunte in proprietà dello Stato è controllata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento, ente pubblico con propria responsabilità giuridica.
La costituzione dell’Istituto e l’approvazione del relativo statuto saranno disposti con separato provvedimento.
 
 Art. 37.(Compiti dell’Istituto di Gestione e Finanziamento)  - L’Istituto di Gestione e Finanziamento controlla l’attività delle imprese di cui all’articolo 31, secondo le direttive del Ministro per l’Economia Corporativa e del Ministro per le Finanze ed amministra altresì le partecipazioni assunte dallo Stato in imprese private.
 
 Art. 38. (Trasformazione delle quote di capitale) - Le quote di capitale già investite nelle imprese che passano in proprietà dello Stato vengono sostituite da quote di credito dei singoli portatori verso l’Istituto di Gestione e Finanziamento, rappresentate da titoli emessi dall’Istituto medesimo ai sensi dei successivi articoli.
 
 Art. 39. (Valore di trasformazione delle quote di capitale) - La sostituzione delle quote di capitale già investite in ciascuna impresa che passa in proprietà dello Stato, con i titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento viene effettuata per un’ammontare pari al valore reale di quelle quote di capitale.
 
 Art. 40. (Determinazione del valore delle quote di capitale) - Il valore reale delle quote di capitale delle imprese da trasferire in proprietà dello Stato, sarà determinato con decreto del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze, su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, in contraddittorio con gli amministratori dell’impresa.
Contro il decreto del Ministro per l’Economia Corporativa è ammesso ricorso anche per il merito, entro 30 giorni dalla sua pubblicazione, al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale da parte degli amministratori dell’impresa o di tanti soci che rappresentino almeno un decimo del capitale sociale.
 
 Art. 41. (Caratteristiche dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento) - I titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento sono nominativi, negoziabili, trasferibili ed a reddito variabile.
Essi vengono emessi in serie distinte corrispondenti ai singoli settori di produzione. Per ciascuna serie il reddito sarà annualmente determinato dal Comitato dei Ministri per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, tenuto conto dell’andamento dei relativi settori produttivi e quello generale della produzione.
 
 Art. 42. (Limitazione alla negoziabilità dei titoli) - E’ demandata al Comitato dei Ministri per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito la facoltà di limitare la negoziabilità dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento emessi in sostituzione di quote di capitale, od anche di disporre l’iscrizione nei libri dell’Istituto del credito dei titolari di tali quote, senza che venga effettuata la materiale consegna dei titoli.
 
 Art. 43. (Modalità del passaggio in proprietà dello Stato) - Con il decreto che dispone il trapasso della proprietà dell’impresa allo stato, o con successivi decreti, possono essere stabilite le norme integrative o di esecuzione sulle modalità e termini del trapasso medesimo, nonché quelle altre norme, modalità e termini che si rendessero necessari ed opportuni per il trasferimento del capitale allo Stato e per la assegnazione e distribuzione dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento agli aventi titolo.
 
 
 
 Titolo III. - DETERMINAZIONE E RIPARTIZIONE DEGLI UTILI
 
 
 
 Art. 44. (Determinazione degli utili) - Gli utili netti delle imprese risultano dai bilanci compilati secondo le norme del codice civile e sulla base di una contabilità aziendale che sarà successivamente unificata con opportuno provvedimento di legge.
 
 Art. 45. (Remunerazione del capitale) - Sugli utili netti, dopo le assegnazioni di legge a riserva e la costituzione di eventuali riserve speciali che saranno stabilite dagli statuti e dai regolamenti, è ammessa una renumerazione al capitale conferito nell’impresa, in una misura non superiore ad un massimo fissato annualmente per i singoli settori produttivi, dal Comitato dei Ministri per la tutela del risparmio e l’esercizio del credito.
 
 Art. 46. - Gli utili dell’impresa, detratte le assegnazioni di cui all’articolo precedente, verranno ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all’entità delle renumerazioni percepite nel corso dell’anno.
Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell’esercizio.
Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e destinata a scopi di natura sociale e produttiva.
Con separato provvedimento del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze sarà approvato il regolamento di tale cassa. 
 
 
 
 
 
 
 
Il presente decreto che sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale d’Italia ed inserito, munito del sigillo dello Stato, nella raccolta ufficiale delle leggi e decreti, entrerà in vigore il giorno stabilito con successivo decreto del Duce della Repubblica Sociale Italiana.
 
 
 
Dal quartiere generale, addì 12 Febbraio 1944-XXII.
 
 
 
 
 
 
 
MUSSOLINI
 
Tarchi, Pellegrini, Pisenti
 
 
 
 
 
 
 
V° il Guardiasigilli: Pisenti

16 aprile 2008

RIDICOLI SUBUMANI

 



Poveri drogati, ridicoli davvero! Cori da anni di piombo e facce da tossici...e questi sarebbero i comunisti italiani? Adesso capisco perchè Baffone Stalin i comunisti italiani li seccava come mosche  :lol

La parte più tragica è il coro: "con gli immigrati solidarietà, fuori i fascisti dalle città!"
Così non fanno altro che allontarsi dai bisogni della gente e le elezioni hanno dimostrato questo.....a furia di difendere immigrati, trans, deviati, drogati, zingari, nullafacenti e altri subumani ora stanno sul cazzo anche anche a tutta quella gente che ha sempre votato PCI.

Peccato che non abbiano cercato lo scontro così potevano tornarsene a casa con qualche cintata dietro le orecchie :-0008n



SIAMO PASSATI E PASSEREMO!:K

16 aprile 2008

16 aprile 1973, il rogo di Primavalle

 Camerati Stefano e Virgilio Mattei (M.S.I.)





Roma, 16 Aprile 1973

Era la notte tra il 15 e 16 aprile ’73, nella casa popolare dove abitava Mario Mattei, il netturbino che osava fare il segretario del MSI della sezione Giarabub di Primavalle a Roma, quartiere che doveva essere e restare rosso, quando divampò un incendio, appiccato da una tanica di benzina riversata sotto l’uscio. Mario Mattei con la moglie e quattro figli riuscirono a scamparla,VIRGILIO e STEFANO no. (Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, il più grande e il più piccolo dei sei figli).I pompieri li trovarono carbonizzati e abbracciati vicino la finestra che non erano riusciti a scavalcare.
Vennero accusati per la strage tre militanti di Potere Operaio: Marino Clavo, Achille Lollo e Manlio Grillo; nel giudizio di primo grado i tre vennero assolti per mancanza di prove… mentre il pm Domenico Sica aveva chiesto come pena l’ergastolo!
La polizia lavorò subito sull’ipotesi dell’autodistruzione, in quanto le vittime possono solo essere di sinistra e i carnefici solo fascisti. L’ipotesi è la seguente: o quei missini scalmanati stavano preparando una bomba o avevano preso fuoco le vernici e solventi da imbianchino che il capo famiglia teneva nella camera dove dormivano STEFANO e VIRGILIO.
I vendicatori del popolo erano dei signorini che avevano studiato greco al liceo classico, il loro nemico di classe un monnezzaro che aveva fatto solo la scuola dell’obbligo! Il 6 Settembre 1975, i tre imputati per la stage di Primavalle, vengono ignobilmente assolti.
(oggi Lollo è in Brasile dove rilascia anche interviste alla tv italiana, Manlio Grillo vive indisturbato a Managua dove possiede un ristorante in società con il brigatista rosso Casimirri)
Ma tanto, "uccidere un fascista non è reato", e sui giornali si leggevano gli inviti a "chiudere le sedi dei fasci con il fuoco......"
Elemento curioso, indice di quanto sia difficile ancora oggi parlare di certi argomenti, è che in rete sui fratelli Mattei esistono solo dei fantasiosi racconti che "informano" come in realtà il loro martirio sia stato provocato dai soliti fascisti... veramente dopo 35 anni pensavamo che un filo di onestà intellettuale ci fosse, purtroppo ci siamo sbagliati.




Parla Anna Mattei:

"Fini è venuto in mezzo a noi, ma adesso mi pare che stia soffrendo di qualche patologia al cervello, non doveva toccare la Rsi. Lo sto dicendo con le lacrime agli occhi! Mio marito stava a Hereford con Roberto Mieville, s'è fatto il campo di concentramento in Texas per non collaborare con gli americani. Lui e gli altri sono tornati in Italia laceri, sporchi, malati. Le mie amiche - io ero la più giovane di loro - le hanno rapate, con la falce e martello pitturata in testa. I miei figli li hanno ammazzati. Noi siamo gente che ha sofferto per non collaborare! Fini non è degno di avere la fiamma creata da chi è morto per un ideale! E così io adesso soffro, per quello che ci hanno fatto, e soffro per An, che non è un partito, è solo un ufficio di collocamento. Per come Fini parla adesso, pare che i miei ragazzi li ho uccisi io. Spero che paghi per questo, pure se ha mandato il cuscino di fiori alla morte di mio marito qualche anno fa".

__________________________________________

questo è un articolo apparso ai tempi delle dichiarazioni di Lollo a porta a porta.

Chi ha paura di Achille Lollo? Da Rio de Janeiro, dove milita nel partito del presidente Lula, minaccia nuove rivelazioni l’ex militante di Potere operaio condannato a 18 anni di carcere per l’incendio doloso che nel 1973 causò la morte di Virgilio e Stefano Mattei, figli del netturbino di Primavalle, segretario della sezione del Movimento sociale. Lollo da anni vive in Brasile dove fu arrestato nel 1993 su mandato di cattura internazionale, ma il paese sudamericano negò l’estradizione in Italia, riconoscendo la prescrizione del reato.

Cosa può rivelare Lollo? “Di tutto”, risponde oggi Ruggero Guarini, che l’ha conosciuto e l’ha persino difeso. “Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua innocenza”. Perché? “Perché quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere operaio, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a trovarmi al Messaggero, dov’ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: ‘Credi davvero che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?’

E io naturalmente risposi di no. Dissi che mi sembrava un’idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell’ufficio grafico, e un bravo ragazzo, all’epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell’orrore. Scritto in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle”. Quel famoso pamphlet (“Incendio a porte chiuse”, prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli) accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. “Questo non me lo ricordo. Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che gente come Piperno, Pace e Rossigni avessero partecipato anche di sguincio alla progettazione di quel colpo”.





La confessione di Stefania Rossini

Poi ha cambiato idea? “Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo e i suoi? Me l’ha detto una decina di anni fa. Capito?”. Capito. “Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti.

Oggi Lollo può rivelare che il vertice di Potere Operaio sapeva tutto e che la tanica di benzina sotto la porta di casa Mattei la versò su mandato di un capo. Può rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande famiglia di editori puri”. Ci spieghi il nesso: “Tra il processo di primo grado del 1974, in cui il pm Domenico Sica aveva chiesto l’ergastolo, ma i tre vengono assolti per insufficienza di prove, e il processo di secondo grado, che nell’86 li condanna in contumacia a 18 anni di carcere, accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone. E sa chi era?”. Diana Perrone? “Sì, la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da Marino Clavo, con cui divideva un appartamento.

Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato”. Da chi? “Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti. Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto ‘clerico-fascista’. Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese: la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell’altro nell’incendio della casa di un netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. "La meglio gioventù”".

16 aprile 2008

[pillole ideologiche] Sesta puntata - Repubblica Sociale Italiana, il Manifesto di Verona

 I 18 PUNTI DI VERONA
un'incredibile attualità nel programma della RSI

Il manifesto di Verona, elaborato durante il Congresso del P.F.R del 14 Novembre 1943.

 


Il manifesto di Verona

IN MATERIA COSTITUZIONALE INTERNA

1) Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della monarchia, condanni solennemente l’ultimo re traditore e fuggiasco, proclami la repubblica sociale e ne nomini il Capo.

2) La Costituente sia composta dai rappresentanti di tutte le associazioni sindacali e di tutte le circoscrizioni amministrative, comprendendo i rappresentanti delle province invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero.

Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti. quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura, delle Università e di ogni altro Corpo o istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.

3) La Costituente Repubblicana dovrà assicurare al cittadino, soldato, lavoratore e contribuente, il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.

Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica

Nessun cittadino, arrestato in flagrante o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per le perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria.

Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà con piena indipendenza.

4) La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico contribuiscono entrambe ad una soluzione che concili le opposte esigenze. Un sistema misto ( ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri per parte del Capo della repubblica e del Governo, e nel partito, elezioni di fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce ) sembra il più consigliabile.

5) L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica.
Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria.

La sua tessera non richiesta per alcun impegno o incarico.

6) La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti le leggi è rispettato.

7) Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.


IN POLITICA ESTERA

8) Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse ai governi rifugiati a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità dello spazio vitale ad un popolo di 45 milioni di abitanti sopra un’area insufficiente a nutrirlo.

Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea con la federazione di tutte le nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:
a) eliminazione dei secolari intrighi britannici del nostro continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in ispecie mussulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.


IN MATERIA SOCIALE

9) base della repubblica sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.

10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.

11) Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato.

I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.

12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione - all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori.

In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica, in altre sostituendo i Consigli di Amministrazione con consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato.

In altre ancora, in forma di cooperative parasindacali.

13) Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola. Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.

14) E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabilita dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle prestazioni.

15) Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto.
Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.

16) Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I Sindacati convergono in una unica confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano Sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore.
Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal regime fascista in un ventennio restano integre. La carta del lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino.

17) In linea di attualità il partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della provvida, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale e cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi ufficiali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori, al pari dei traditori e dei disfattisti, rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passabili di pena di morte.

18) Con questo preambolo alla Costituente il partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare con il popolo. Da parte sua il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi, domani: ributtare l’invasione schiavista della plutocrazia angloamericana, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.

15 aprile 2008

Cambiare velocità [di Gabriele Adinolfi]

Bilancio post elettorale e pre strategico


Finita la bagarre e svaniti gli auspici della vigilia, così numerosi quanto generalmente privi di senso, si può iniziare a ragionare in virtù di un quadro nuovo. Facciamolo serenamente e non capziosamente, evitando di far coincidere per forza l'analisi con i nostri desideri e proiettando i nostri progetti sul quadro reale. Sarebbe ora che questo modo di ragionare cessasse di essere un esercizio isolato e venisse finalmente concepito come necessità comune.


Plebiscito Berlusconi


Innanzitutto ha stravinto Berlusconi, e con lui Bossi. A ridimensionare il plebiscito non son bastati nemmeno il basso profilo e la campagna al ribasso del PdL. C'è da chiedersi ora cosa farà Berlusconi della carta bianca ottenuta e come cercherà di affrontare la paventata crisi apocalittica del prossimo biennio. Sicuramente non presenterà ricette “democristiane” (chi sostiene che il PdL sia la nuova Dc non ha capito granché). Tra Lega, Tremonti e lo stesso Berlusconi, la linea che si profila è quella di un populismo poujadista (dal nome del partito in cui nacque politicamente Le Pen) e tale vocazione comporta necessariamente più di una linea di scontro oltre a prospettare qualche possibilità interessante in chiave populista ed europea. Staremo a vedere: ma lo scenario non è privo d'interesse


Crack Veltroni


Ha fallito Veltroni. Benché tutti abbiano corso mafiosamente per lui, più ancora di quanto fecero lo scorso anno in Francia per Sarkozy, l'insulso non è riuscito a far altro se non svuotare inutilmente la costola di sinistra. Ora promette un'opposizione corretta ma, a differenza di quanto sarebbe accaduto se lo scarto fosse stato minimo, non ha altre prospettive se non quelle di radicarsi e di lavorare per una campagna di aggressione leninista che sarà spietata e feroce non appena la maggioranza sarà in difficoltà. Il che ci permette d'immaginare ipotetici scenari conflittivi non privi d'interesse e di possibilità d'intervento di qui a un anno e mezzo


Nemmeno Hitler


Chi ha subito la più cocente sconfitta è stata la sinistra più idiota di tutte le epoche storiche (un record davvero strabiliante, eppur raggiunto!); la sinistra del fondamentalismo pacifista, socialdemocratico, gay e alterglobal è riuscita a centrare per i destini del comunismo lo stesso risultato che aveva colto Hitler; per il momento si può dire che sia sparito. La salva soltanto, in prospettiva di ripartenza, l'operato difficile e degno di merito di Ferrando.


Casinisti


I democristiani doc non stanno benissimo. Benché abbiano centrato, unici nel lotto, uno score tale da portarli in Parlamento, i casinisti sono politicamente sconfitti, come giustamente sottolineava ieri Mastella, in quanto non hanno alcun peso né capacità di ricatto e si ritrovano a nuotare a largo senza approdi sperando tanto di non affogare quanto di non essere risucchiati dal governo o dall'opposizione. Se il Vaticano non li ha voluti riconoscere oltre il minimo indispensabile una ragione doveva pur esserci; e infatti c'è: non hanno colto i tempi e sono fuori tempo massimo, un po' come Storace seppur con qualche mezzo in più.



Nostalgie e localismi

Ed eccoci ad altri dati inequivocabili di questa consultazione elettorale, dati che annunciavamo già ieri in chiusura dei seggi, alle 15 in punto, e che riproponiamo. Innanzitutto patendo dall'inconsistenza del “primarepubblichismo”. Nel prevedere la sconfitta dei blocchi “nostalgici” avevamo infatti scritto: “l'attrito dei refrattari che pretendono di fare quadrato solo sulle parole o alzando recinti intorno ai loro ghetti non ha politicamente senso perché non va nemmeno controcorrente, è semplicemente inerte. Ed è così che gli stati maggiori di tutte le minoranze rivoluzionarie o controrivoluzionarie hanno deciso di fare di queste sacche un serbatoio e un pungolo, considerandole quindi una riserva, una retroguardia. Non è un caso se la Chiesa, che la politica la sa fare meglio di chiunque altro, si è rifiutata di benedire il rilancio del partito cattolico e ha preferito affondare i suoi tentacoli in tutti gli schieramenti. Non è neppure un caso se i comunisti si sono accordati con il centrosinistra laddove ci sono gestione reale, denaro e potere da acquisire: nelle municipalità e nelle provincie”. E aggiungiamo che l'identità localista si consolida e si rafforza come attestano i risultati della Lega, dell'Autonomia Sud e della SVP


Il magma e dentro il magma


Ribadiamo che sbaglia chi crede che questo magma grigio e incolore significhi la vittoria finale del capitalismo e del qualunquismo e la fine della storia e/o della politica. Sempre ieri scrivevamo: “le compagini che hanno una tradizione politica da cui prendono le mosse (fascisti, comunisti, clericali, laicisti) hanno dovuto misurarsi con nuovo lessico e con nuova gestualità in un nuovo magma. Solo i più avveduti dei rispettivi schieramenti (davvero pochi per quel che concerne i fascisti) hanno colto il significato di questa mutazione che non è tanto la prova della vittoria del capitale sull'autenticità della vita quanto la cartina di tornasole di una transizione sociale, culturale, economica e persino geopolitica che è l'effetto dell'allargamento - e della configurazione - di diversi blocchi di potenza nello scacchiere mondiale. O, se vogliamo, dell'attrito che viene dalla crisi dell'unipolarismo americano e dalla crescita, su piani diversi e in direzioni diverse, di Russia, Cina, Europa, India, crescita che sta coinvolgendo, travolgendo e sconvolgendo gli stati nazionali a dimensione ridotta. Il movimento magmatico accomuna nel percorso ogni cosa e ogni soggetto ma chi non sia un individualista, un soggettivista, un narcisista, un ombelicocentrico bensì abbia un radicamento profondo, porta con sé le linee di faglia e affila le sciabole per lo scontro, in attesa che la dinamica si completi e apra la strada a nuove possibilità. Ed è così che le minoranze rivoluzionarie o controrivoluzionarie stanno ragionando; che si tratti di comunisti, preti, atlantisti, israeliani, massoni, tutti stanno muovendosi per essere quelli che resteranno in piedi quando la discesa di questa montagna russa sarà conclusa. Dietro accattivanti sorrisi tutti i libidinosi del potere sono pronti a combattersi senza esclusione di colpi; ma questa conflittualità, lungi dall'essere sospesa, viene rimossa dal palcoscenico perché è alle strutture stesse del teatro che si punta.” Lo scrivevamo ieri e lo scriviamo di nuovo oggi.


Sventiamo rigurgiti di strategie della tensione


Passiamo ora agli ambienti politici ritenuti depositari di idee forti. Dell'estrema sinistra abbiamo già detto. Se avesse avuto l'intelligenza e il coraggio di presentare qualche bandiera rossa, dei pugni chiusi, di dipingere falci e martelli, ora sarebbe tranquillamente al livello dell'UdC; nello sbando masochistico di cui è stata vittima si ritrova invece priva di prospettive che non siano di piccolo cabotaggio amministrativo. Ma lo scarso peso contrattuale e la riduzione dei mezzi disponibili non solo rischiano di gettare allo sbando una serie incalcolabile di clan e tribu ma potrebbero dettare qualche cattivo consiglio in chiave di strategia della tensione. Sarà un bene che colà le persone intelligenti vigilino affinché non ci siano ricadute in tal senso e che non esitino a spaccare la faccia ai sobillatori. E comunque perché nell'opposto schieramento non si cada in provocazioni servono una sana e spiccata gerarchia e una logica di sistemi di forze che rompa la sensazione del ghetto e dell'accerchiamento. Per questo compito, che mi sento di poter assolvere in qualche misura io stesso, mi appello ai più responsabili.


L'estrema destra


Passiamo così all'estrema destra. Scrivevo ieri, sempre alle 15, che qualcosa di buono ha fatto, se non altro in maturazione tattica, ed esortavo a brindare con il bicchiere mezzo pieno. Volevo scongiurare uno scoramento privo di senso; ma non voglio neppure che per non scoraggiarsi si finisca col sopravvalutare scelte ed impegni. Di certo l'impegno ha pagato in minima parte anche se il suo risultato principale è più che altro esperienza e spirito di corpo. Per il resto, eccezion fatta di pochi luoghi di radicamento militante, si deve prendere atto di un disarmante determinismo. Nel quadro politico in cui si è fossilizzata la destra d'ispirazione missina e paramissina il valore degli uomini c'entra poco, al massimo questi possono, per stupidità, mancare l'en plein del piccolo capitale a loro disposizione, ma aumentarlo senza un radicale cambio di concezione è impossibile. Tant'è che la Destra Tricolore fa una percentuale praticamente identica a quella di Rauti nel 96 nel dopo-Fiuggi e FN rastrella quella di Fascismo e Libertà + i cani sciolti. Il che significa che esiste un elettorato refrattario che viene attirato dal simbolo; che quello è e che non si muove né si muoverà fintanto che chi pretende di rappresentarlo avrà la solita mentalità gretta del piazzista della cassa di risparmio.
Quest'immobilità è stata dimostrata già alle europee del 2004 quando solo una legge elettorale strampalata e un caso fortutito produssero due europarlamentari mentre l'estrema destra, all'indomani di Gerusalemme, centrava complessivamente la stessa percentuale delle europee del 1999, ovvero non incideva minimamente sulla realtà, incapace di cogliere persino un momento particolaremente favorevole per un'elezione, quella europea, che facilita le scelte ideologiche. Insomma cos'è cambiato a un decennio circa dalle prime espressioni post/fiuggiane? Che la rifondazione missina è diventata una rifondazione missino/alleanzista e che l'estremismo fascista è diventato un estremismo cattopopulista. Ovvero: marcia indietro a tutto raggio.


Piantiamola con la litania dei cornuti


Quindi a mio avviso, malgrado la possibile affermazione nella provincia romana del cartello Fiamma-Buontempo, che comunque nascerebbe da altre fondamenta, per l'insieme siamo al capolinea; al capolinea di una concezione partitica fondata sul tentativo di capitalizzazione del voto cornuto o, se volete, del voto cornificato. Perché se è vero che il pieno del voto refrattario è stato un buon risultato vista la linea di tendenza (e per merito dei pochi veri militanti ha superato di una trentina di migliaia di voti lo stesso mio pronostico) è pur vero che un governo di "destra" che affronterà una congiuntura difficile o farà miracoli restringendo quindi gli spazi di manovra alla sua destra o farà degli sfracelli che rilanceranno la sinistra. Quindi le prospettive per un partito identico a quello che si è presentato ieri sono di calo se non di crollo. Paradossalmente hanno più avvenire i comunisti postarcobalenici che non le destre tricolori. Pertanto a chi esalta il risultato santanchian/storaciano di ieri e pensa di poter ripartire di lì io dico che si sbaglia di grosso. Dico anche che, per mancanza di dirigenti, di quadri e financo di tempra umana, questo partito nasce morto ed è oggi al suo punto zenit. Non esiterei a cambiar pagina e prospettive.



Rilancio l' S.O.S.

Sempre ieri in chiusura del mio commento a urne chiuse scrivevo: “quand'anche quanto affermo dovesse essere comunemente approvato non sarà assolutamente colto dai più prima di sedici mesi, ovvero quando si metabolizzerà il post-europee. So quindi perfettamente che oggi sto sparando un colpo a salve ma voglio comunque lanciare un S.O.S. che nello specifico è l'acronimo di Strategia, Organizzazione, Stile. Da queste tre qualità è possibile partire, sì da capitalizzare per il bene comune quanto i singoli o le singole comunità hanno offerto fino ad oggi di bello e di concreto; sì da riuscire ad essere presenti nel cuore dei conflitti e da poter contribuire a determinare i nostri destini invece di continuare a subirli per poi sfogarci ululando rabbiosi alla luna.”


Una molla pronta a scattare


Mi riprometto di fare di più e conto tra l'altro di realizzare in breve un documento di proposta programmatica. Per intanto mi soffermo sulle seguenti considerazioni.

  • Il nostalgismo primarepubblicano è finito, non ha prospettive e non ha nemmeno uomini validi per rappresentarlo.

  • Lo scenario che si sta preparando è interessante e ricco. C'è posto e spazio per una minoranza qualificata e decisa.

  • Perché essa si affermi deve innanzitutto partire dai fondamentali.

  • La conditio sine qua non è di smetterla di seguire le parole d'ordine routinarie e d'inseguire somme disinvolte con i refrattari e con gli scarti del teatrino della politica show.

  • Essa deve liberarsi dai condizionamenti psicologici e dai pregiudizi paralizzanti dettati dalla stupidità e dai suoi luoghi comuni.

  • Per giungere a tanto deve approfittare della pausa che il tatrino politicante le offre per richiudersi su se stessa come una molla pronta a scattare.

  • A nulla servirebbe il diluirsi in un liquido annacquante, peraltro periferico. Se si devono stabilire contatti politici spregiudicati è sempre meglio farlo in diretta che non delagarli a dei marescialli che hanno ben altra idea della vita e della guerra.

Per un discorso più articolato rimando alle prossime settimane. Per ora mi limito a questo, e a una valutazione sugli esiti elettorali che alla fin fine mi paiono ottimi perché forieri d'immense possibilità a patto di rompere il gesso in cui ci si è imprigionati e anchilosati.

In alto i cuori e raggianti i sorrisi: voltiamo pagina e cambiamo velocità!


Gabriele Adinolfi



http://www.noreporter.org/


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. gabriele adinolfi elezioni

permalink | inviato da nerononpercaso il 15/4/2008 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 aprile 2008

[pillole ideologiche] Quinta puntata - La dottrina del fascismo

 

Benito Mussolini
LA DOTTRINA DEL FASCISMO
1933-XI
 
 
 
IDEE FONDAMENTALI
 
I

Come ogni salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.
 

II

Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.
 

III

Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione, scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).
 

IV

Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita «comoda».
 

V

Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.
 

VI

Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia 1'uomo è nulla. Perciò il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la «felicità» sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del `700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto.
 

VII

Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. E' contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo.
 

VIII

Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato.
 

IX

Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, nè regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
 

X

Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto.
 

XI

La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. E perciò organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Cosi può adeguarsi alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza provando la propria infinità.
 

XII

Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell'uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore, dell'artista come dello scienziato: anima dell'anima.
 

XIII

Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuoi rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità, della forza e della giustizia.
 
 
 

DOTTRINA POLITICA E SOCIALE
  
I

Quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia io convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito sin dalla costituzione dei Fasci d'azione rivoluzionaria - avvenuta nel gennaio del 1915 -, non c'era nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito. Di una sola dottrina io recavo l'esperienza vissuta: quella del socialismo dal 1903-04 sino all'inverno del 1914: circa un decennio. Esperienza di gregario e di capo, ma non esperienza dottrinale. La mia dottrina, anche in quel periodo, era stata la dottrina dell'azione. Una dottrina univoca, universalmente accettata, del socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando cominciò in Germania il movimento revisionista facente capo al Bernstein e per contro si formò, nell'altalena delle tendenze, un movimento di sinistra rivoluzionario, che in Italia non uscì mai dal campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il preludio del bolscevismo. Riformismo, rivoluzionarismo, centrismo, di questa terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si dipartirono dal Sorel, dal Lagardelle del Mouvement Socialiste, dal Péguy, e dalla coorte dei sindacalisti italiani, che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine libere di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone. Nel 1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come dottrina: esisteva solo come rancore, aveva ancora una sola possibilità, specialmente in Italia, la rappresaglia contro coloro che avevano voluto la guerra e che dovevano «espiarla». Il Popolo d’Italia recava nel sottotitolo «quotidiano dei combattenti e dei produttori». La parola «produttori» era già l'espressione di un indirizzo mentale. Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento. Il nome che io diedi all'organizzazione, ne fissava i caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli oramai gualciti dell'epoca, il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di anticipazioni, di accenni, che, liberati dall'inevitabile ganga delle contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di posizioni dottrinali, che facevano del fascismo una dottrina politica a sé stante, in confronto di tutte le altre e passate e contemporanee.«Se la borghesia, dicevo allora, crede di trovare in noi dei parafulmini si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro... Vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare avanti una industria o un commercio... Combatteremo il retroguardismo tecnico e spirituale... Aperta la successione del regime noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi... Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna alle corporazioni. Non importa!... Vorrei perciò che l'assemblea accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico»... Non è singolare che sin dalla prima giornata di Piazza San Sepolcro risuoni la parola «corporazione» che doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle creazioni legislative e sociali alla base del regime?
 

II

Gli anni che precedettero la marcia su Roma, furono anni durante i quali le necessità dell'azione non tollerarono indagini o complete elaborazioni dottrinali. Si battagliava nelle città e nei villaggi. Si discuteva, ma - quel ch'è più sacro e importante - si moriva. Si sapeva morire. La dottrina - bell'e formata, con divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elucubrazioni - poteva mancare; ma c'era a sostituirla qualche cosa di più decisivo: la fede. Purtuttavia, a chi rimemori sulla scorta dei libri, degli articoli, dei voti dei congressi, dei discorsi maggiori e minori, chi sappia indagare e scegliere, troverà che i fondamenti della dottrina furono gettati mentre infuriava la battaglia. È precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si arma, si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi dell'individuo e dello Stato; i problemi dell'autorità e della libertà; i problemi politici e sociali e quelli più specificatamente nazionali; la lotta contro le dottrine liberali, democratiche, socialistiche, massoniche, popolaresche fu condotta contemporaneamente alle «spedizioni punitive». Ma poiché mancò il «sistema» si negò dagli avversarii in malafede al fascismo ogni capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgendo, sia pure tumultuosamente dapprima sotto l'aspetto di una negazione violenta e dogmatica come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto l’aspetto positivo di una costruzione che trovava, successivamente negli anni 1926, `27 e `28, la sua realizzazione nelle leggi e negli istituti del regime. Il fascismo è oggi nettamente individuato non solo come regime ma come dottrina. Questa parola va interpretata nel senso che oggi il fascismo esercitando la sua critica su se stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di riferimento - e quindi di direzione - dinnanzi a tutti i problemi che angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.
 

III

Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l'avvenire e lo sviluppo dell'umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l'uomo di fronte a se stesso, nell'alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo cosi come estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possano avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il fascismo lo trasporta anche nella vita degli individui. L'orgoglioso motto squadrista «me ne frego», scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l'educazione al combattimento, l'accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano. Così il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri.
 

IV

La politica «demografica» del regime è la conseguenza di queste premesse. Anche il fascista ama infatti il suo prossimo, ma questo «prossimo» non è per lui un concetto vago e inafferrabile: l'amore per il prossimo non impedisce le necessarie educatrici severità, e ancora meno le differenziazioni e le distanze. Il fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella comunità dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli occhi, li segue nei loro stati d'animo e nella trasformazione dei loro interessi né si lascia ingannare da apparenze mutevoli e fallaci.
 

V

Una siffatta concezione della vita porta il fascismo a essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo cosiddetto scientifico o marxiano: la dottrina del materialismo storico secondo il quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta d'interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell'economia - scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche - abbiano una loro importanza, nessuno nega; ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo: il fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino - agisce. Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei flutti, mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze direttrici, è negata anche la lotta di classe, immutabile e irreparabile, che di questa concezione economicistica della storia è la naturale figliazione, e soprattutto è negato che la lotta di classe sia l'agente preponderante delle trasformazioni sociali. Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di esso non resta allora che l'aspirazione sentimentale - antica come l'umanità - a una convivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della più umile gente. Ma qui il fascismo respinge il concetto di «felicità» economica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento dell'evoluzione dell'economia, con l'assicurare a tutti il massimo di benessere. Il fascismo nega il concetto materialistico di «felicità» come possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del `700; nega cioè l'equazione benessere=felicità che convertirebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e semplice vita vegetativa.
 

VI

Dopo il socialismo, il fascismo batte in breccia tutto il complesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. Il fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Questo spiega perché il fascismo, pur avendo prima del 1922 - per ragioni di contingenza - assunto un atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi, preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie dell'eternità, ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca l'evoluzione politica, la storia, la tradizione, la psicologia di un determinato paese. Ora il fascismo supera l'antitesi monarchia-repubblica sulla quale si attardò il democraticismo, caricando la prima di tutte le insufficienze, e apologizzando l'ultima come regime di perfezione. Ora s’è visto che ci sono repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali.
 

VII

«La ragione, la scienza - diceva Renan, che ebbe delle illuminazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche - sono dei prodotti dell'umanità, ma volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario per l'esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la bassa democrazia, che sembra dover condurre all'estinzione di ogni cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società esiste solo per il benessere e la libertà degli individui che la compongono non sembra essere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e l'individuo sembra sacrificato. E’ da fortemente temere che l'ultima parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che si può intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale una massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili dell'uomo volgare». Fin qui Renan. Il fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una «democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria».
 

VIII

Di fronte alle dottrine liberali, il fascismo e in atteggiamento di assoluta opposizione, e nel campo della politica e in quello dell'economia. Non bisogna esagerare - a scopi semplicemente di polemica attuale - l'importanza del liberalismo nel secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose dottrine sbocciate in quel secolo, una religione dell'umanità per tutti i tempi presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un quindicennio. Nacque nel 1830 come reazione alla Santa Alleanza che voleva respingere l'Europa al pre-'89, ed ebbe il suo anno di splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale. Subito dopo cominciò la decadenza. Se il `48 fu un anno di luce e di poesia, il `49 fu un anno di tenebre e di tragedia. La repubblica di Roma fu uccisa da un'altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno, Marx lanciava il vangelo della religione del socialismo, col famoso Manifesto dei comunisti. Nel 1851 Napoleone III fa il suo illiberale colpo di Stato e regna sulla Francia fino al 1870, quando fu rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una disfatta militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà e di quali profeti si servisse. E’ sintomatico che un popolo di alta civiltà, come il popolo tedesco, abbia ignorato in pieno, per tutto il sec. XIX, la religione della libertà. Non c'è che una parentesi. Rappresentata da quello che è stato chiamato il «ridicolo parlamento di Francoforte», che durò una stagione. La Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del liberalismo, contro il liberalismo, dottrina che sembra estranea all'anima tedesca, anima essenzialmente monarchica, mentre il liberalismo è l'anticamera storica e logica dell'anarchia. Le tappe dell'unità tedesca sono le tre guerre del `64, `66, `70, guidate da «liberali» come Moltke e Bismarck. Quanto all'unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all'apporto dato da Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono. Senza l'intervento dell'illiberale Napoleone, non avremmo avuto la Lombardia, e senza l'aiuto dell'illiberale Bismarck a Sadowa e a Sedan, molto probabilmente non avremmo avuto, nel `66, la Venezia; e nel 1870 non saremmo entrati a Roma. Dal 1870 al 1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella letteratura, dall'attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo, futurismo, fascismo. Il secolo «liberale» dopo aver accumulato un'infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con l'ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue? Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi deserti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell'economia, il suo indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come ha condotto, a sicura rovina gli Stati. Si spiega con ciò che tutte le esperienze politiche del mondo contemporaneo sono antiliberali ed è supremamente ridicolo volerle perciò classificare fuori della storia; come se la storia fosse una bandita di caccia riservata al liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la parola definitiva e non più superabile della civiltà.
 

IX

Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. L'assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Cosi «furono» i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di polizia. Un partito che governa totalitariamente una nazione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e confronti. Il fascismo dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli. Ammesso che il sec. XIX sia stato il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia, non è detto che anche il sec. XX debba essere il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che questo sia il secolo dell'autorità, un secolo di «destra», un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell'individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo «collettivo» e quindi il secolo dello Stato. Che una nuova dottrina possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è perfettamente logico. Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente, mai vista. Nessuna dottrina può vantare una «originalità» assoluta. Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che saranno. Così il socialismo scientifico di Marx è legato al socialismo utopistico dei Fourier, degli Owen, dei Saint-Simon; cosi il liberalismo dell'800 si riattacca a tutto il movimento illuministico del `700. Così le dottrine democratiche sono legate all'Enciclopedia. Ogni dottrina tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, l'adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina, quindi dev'essere essa stessa non un'esercitazione di parole, ma un atto di vita. In ciò le venature pragmatistiche del fascismo, la sua volontà di potenza, il suo volere essere, la sua posizione di fronte al fatto «violenza» e al suo valore.
 

X

Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono «pensabili» in quanto siano nello Stato. Lo Stato liberale non dirige il giuoco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama uno Stato «etico». Nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del regime io dicevo: «Per il fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. E' lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio e i genii che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto».
 

XI

Dal 1929 a oggi, l'evoluzione economica politica universale ha ancora rafforzato queste posizioni dottrinali. Chi giganteggia è lo Stato. Chi può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama crisi, non si può risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato. Dove sono le ombre dei Jules Simon, che agli albori del liberalismo proclamavano che «lo Stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni»? Dei Mac Culloch, che nella seconda metà del secolo scorso affermavano che lo Stato deve astenersi dal troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui, sollecitati, inevitabili interventi dello Stato nelle vicende economiche, l'inglese Bentham, secondo il quale l'industria avrebbe dovuto chiedere allo Stato soltanto di essere lasciata in pace, o il tedesco Humboldt, secondo il quale lo Stato «ozioso» doveva essere considerato il migliore? Vero è che la seconda ondata degli economisti liberali fa meno estremista della prima e già lo stesso Smith apriva - sia pure cautamente - la porta agli interventi dello Stato nell'economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi dice fascismo dice Stato. Ma lo Stato fascista è unico ed è una creazione originale. Non è reazionario, ma rivoluzionario, in quanto anticipa le soluzioni di determinati problemi universali quali sono posti altrove nel campo politico dal frazionamento dei partiti, dal prepotere del parlamentarismo, dall'irresponsabilità delle assemblee, nel campo economico dalle funzioni sindacali sempre più numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo morale dalla necessità dell'ordine, della disciplina, dell'obbedienza a quelli che sono i dettami morali della patria. Il fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione. Uno Stato che poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medievale. Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89. L'individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, cosi come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l'individuo, ma soltanto lo Stato.
 

XII

Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva che è il cattolicismo italiano. Lo Stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello Stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista non crea un suo «Dio» così come volle fare a un certo momento, nei delirii estremi della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di cancellarlo dagli animi come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi, degli eroi e anche il Dio cosi come visto e pregato dal cuore ingenuo e primitivo del popolo.
 

XIII

Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d'imperio. La tradizione romana è qui un'idea di forza. Nella dottrina del fascismo l'impero non è soltanto un'espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio. Per il fascismo la tendenza all'impero, cioè all'espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatarii. Il fascismo è la dottrina più adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d'animo di un popolo come l'italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitù straniera. Ma l'impero chiede disciplina coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega molti aspetti dell'azione pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX, e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali: non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizii appare che quella del secolo attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il fascismo ha oramai nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.

                                         

sfoglia
marzo   <<  1 | 2 | 3  >>   maggio
 
 
Meteo Feltre - Servizio gratuito offerto da Meteo Webcam