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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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29 ottobre 2008

Mario Zicchieri assassinato a sedici anni

da gente infame che poi si è messa in cattedra per insegnarci le “vie marxiste” alla felicità. 




Sei mesi esatti dopo la morte di Sergio Ramelli, quando sembrava già di aver toccato il fondo di ogni aberrazione nella violenza politica, arriva da Roma un'altra notizia shock.
E' il pomeriggio del 29 ottobre 1975 quando un gruppetto di ragazzi si accinge ad aprire, come tutti i pomeriggi, la sezione Prenestino del MSI in via Erasmo da Gattamelata. Stanno chiacchierando voltando le spalle alla strada quando arriva un'auto, un finestrino si abbassa, ne esce la canna segata di un fucile che esplode pochi, rapidi colpi, centrando in pieno il gruppo di ragazzi. La micidiale scarica di pallettoni uccide sul colpo Mario Zicchieri, detto "Cremino" per la sua corporatura esile, studente-lavoratore di 16 anni e ferisce Mario Lucchetti... 15 anni.
Così, sulla scena "politica" fa la sua comparsa per la prima volta il fucile a canne mozze di chiaro ascendente mafioso e la vile strategia omicida che ricorda i gangster americani degli anni 30. Ma l'azione (lo si scoprirà quindici anni dopo a seguito delle confessioni dei brigatisti Seghetti e Morucci) era stata studiata a tavolino "per incutere timore ai militanti di destra i quali, nonostante le ripetute aggressioni subìte, non davano segni di cedimento".
Zicchieri è la più giovane vittima di quegli anni assurdi e ancora oggi vengono i brividi pensando che si era avvicinato alla destra solo da pochi mesi, sull'onda emotiva dell'uccisione di Mantakas.
Per lui non ci fu giustizia, come per la maggior parte dei camerati assassinati. Gli esecutori materiali del delitto sono ancora tra noi...



28 ottobre 2008

Il Blocco Studentesco alla testa degli studenti

Roma: perdono colpa i traditori del Sessantotto. Gli antifascisti mestamente in coda









È un corteo diviso fra testa e coda. In testa Blocco Studentesco e in coda gli studenti «antifascisti». Questi ultimi hanno avuto attimi di indecisione e, giunti in via Cavour all'altezza di via dei Serpenti, avevano deciso di modificare il percorso della loro manifestazione per dirigersi verso il ministero dell'istruzione. I rappresentanti delle diverse scuole Aristofane, Albertelli, Tasso, Virgilio ed altre avevano preso questa decisione dopo essersi consultati fra di loro. «Noi siamo studenti antifascisti - ha raccontato Valentina - non esiste un corteo apolitico e Blocco si è impossessato della manifestazione e noi vogliamo dissociarci». Nella capitale circa 5-6 mila studenti, a detta degli organizzatori, stanno manifestando in un corteo organizzato dalle scuole superiori del IV municipio della città contro la politica del governo in materia di istruzione. Al corteo, partito intorno alle ore 10 da piazza della Repubblica e arrivato in piazza Venezia, partecipano anche studenti di altri licei della capitale e qualche universitario. Durante il percorso c'è stata una spaccatura fra testa e coda. Davanti il "Blocco Studentesco" di estrema destra (che ha intonato il coro «Duce, Duce») e in coda gli studenti antifascisti. Una volta giunti in via dei Fori Imperiali i 500 studenti di sinistra (sì e no un decimo del corteo del Blocco...) sono stati convinti però dalle forze dell'ordine, che hanno sbarrato con un cordone l'accesso verso il Colosseo, a proseguire con il percorso concordato e raggiungere la testa ormai arrivata in piazza Venezia.

12 ottobre 2008

Ciao Jorg...

Le ultime ore di Georg Haider










Haider è stato vittima del mortale incidente mentre si accingeva a raggiungere la festa per il novantesimo compleanno della madre.

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Ce l'hanno assassinato!

La gente d'Austria è convinta che Haider sia stato vittima di un attentato





















































Secondo molti cittadini della Carinzia - le cui opinioni sono state raccolte dal quotidiano "Der Standard" - il leader della destra xenofoba austriaca non sarebbe morto per le conseguenze di un incidente stradale, ma in seguito a un attentato. Prima di schiantarsi, Haider aveva trascorso la serata in un nightclub della cittadina di Velden. "Quando ho appreso la notizia ho pensato immediatamente ad un attentato", ha dichiarato al giornale viennese l'ingegner K., secondo il quale "la Rosenthalerstrasse, in cui si è verificato l'incidente, è a due corsie in entrambi i sensi di marcia ed è diritta come un palo. Haider era alla guida di una Phaeton, con lo stabilizzatore di direzione, l'auto più sicura che c'è. Stava tornando da una manifestazione, dove qualcuno deve aver manomesso la sua vettura". "Haider è stato ammazzato", ha affermato una studentessa, "la sua politica nei confronti della Slovenia era coerente e lui dava fastidio a qualcuno. Era l'unico che ha difeso la Carinzia contro Vienna". Un ex ufficiale ha spiegato che "non è stato Haider a causare l'incidente. Il giorno prima, c'era una festività pubblica in Carinzia e lui ha attaccato ancora una volta gli sloveni. Di nemici ne aveva abbastanza". Una commessa ha spiegato allo 'Standard' che "la strada era perfettamente diritta, con il fondo asciutto e senza la limitazione di 70km/h. Anche se fosse andato ad una velocita' doppia, l'incidente non sarebbe accaduto". Un'altra studentessa ha dichiarato di essere "sotto shock, anche se non l'ho mai votato", mentre diverse persone avanzano l'ipotesi che Haider sia andato fuori strada a causa di un infarto. Un'impiegata delle Poste ha affermato di non riuscire ancora a credere alla notizia, aggiungendo che "forse ha avuto un infarto durante la guida. Senza di lui il mondo non è più lo stesso". Una coppia di artisti di Klagenfurt ha spiegato che "Haider era noto per la sua guida veloce, ma anche sicura. Non ha mai avuto un incidente stradale. Forse si è trattato di un infarto". Il titolare di un negozio ha detto che "Haider era l'unico uomo politico che non si è arricchito. Adesso la politica non mi interessa piu'". Un impiegato dell'azienda elettrica ha dichiarato che "qui è una tragedia per tutti, Haider era una specie di patrono della Carinzia, anche se io non l'ho mai votato. Adesso ricadremo sotto le grinfie del governo di Vienna". Serata in un night prima dello schianto. Prima di schiantarsi contro un pilone di cemento a 10 chilometri da Klagenfurt, Joerge Haider aveva trascorso la serata in un noto locale notturno della cittadina di Velden, 'Le cabaret'. Il quotidiano viennese 'Die Presse' scrive che il governatore della Carinzia aveva assistito allo spettacolo 'Moulin Rouge Variete' durante il quale era stata presentata il magazine 'Blitzlichtrevue' (rivista lampo). Haider, che era in compagnia del segretario del suo partito Stefan Petzner, ha lasciato il locale dopo la mezzanotte per tornare nella sua residenza a Baerental dove si sarebbe dovuto festeggiare il 90esimo compleanno della madre Dorothea, che era giunta espressamente in Carinzia dall'Alta Austria. Poche ore prima di morire, il governatore della Carinzia si è anche fatto fotografare sorridente e abbracciato a una ragazza bionda, mentre solleva un cilindro sopra la sua testa. Il mortale incidente è stato segnalato alla polizia all'1.18 da una donna che era al volante di un'auto appena sorpassata da quella di Haider. Autopsia: "Haider morto sul colpo" Gli esami dell'autopsia condotta sul corpo di Joerg Haider confermano che il governatore della Carinzia è morto sul colpo. Secondo quanto indicato dalla radio austriaca, i medici dell'istituto di patologia hanno confermato che, anche se fosse stato soccorso all'istante, Haider sarebbe deceduto a seguito delle gravissime ferite riportate nell'urto. I medici hanno precisato di avere condotto gli esami necroscopici per volere accertare che Haider non avesse accusato manifestazioni patologiche, come ad esempio un infarto. E' stato precisato inoltre che il rottame dell'auto è ancora oggetto di accertamenti da parte della procura di Klagenfurt.

Di morti “provvidenziali” in strada con lati molto oscuri ne abbiamo tante, basti pensare a Lawrence d'Arabia e Adriano Romualdi. E riguardano tutti uomini “scomodi” e influenti orientati da una sola parte.

http://www.noreporter.org/


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permalink | inviato da Brigatista Nero il 12/10/2008 alle 19:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 ottobre 2008

Incredibile...."Il Manifesto" rimpiange Hitler e Mussolini...

 

LA DISFATTA DEL MERCATO
Marco d'Eramo


Sbilanciamoci: dopo il dibattito dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale).
Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o stampandola o allentando il credito.
A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale - ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora (tagliare le tasse rende lo stato più debole).
È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si rinsaldano nelle loro convinzioni.
Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece della deregulation il vangelo dell'occidente.
La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70: è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel suo libro sulle rivoluzioni scientifiche).
La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70 furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui, nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia, cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi «buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi. Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali, cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici, come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la gigantesca rete autostradale statunitense.
Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy «economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Ottobre-2008/art1.html





CORRO A METTERE LE LAMELLARI, QUEST'ANNO FARA' TANTA, TANTA NEVE....GHGHGHGHGHGH


"La storia mi darà ragione"
B.Mussolini, testamento politico 

9 ottobre 2008

Lotta e Vittoria, Comandante Guevara!

Lotta e Vittoria, Comandante!

Quarantuno fa veniva ucciso Che Guevara. Perché da fascista lo onoro







Quarantuno fa veniva ucciso Che Guevara. Il comandante guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza un po' come la sua patria.
I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione: è quel “fuochismo” che avrebbe affascinato Giangiacomo Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino assai.




Il Che e i fascisti

In quarant'anni il Che è stato oggetto di tutte le svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu urbane ultracapitaliste. Allora, quando morì, ma anche prima, quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica degli schemi vedeva come suoi avversari. Allora quando la demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe schierato volontari in Palestina a Juan Peron. Costui, fascista tra i fascisti, esule in Spagna dopo esser stato rovesciato dall'oligarchia clerico/militare legata a Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta, secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il marxismo come puro e semplice strumento per un ideale superiore. Fu proprio Peron, l'ultimo degli statisti fascisti, ad accogliere il Che nella Spagna franchista – con il beneplacito del Caudillo – e a metterlo in contatto in Algeria con Boumedienne. Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura, fu opera dei peronisti. Il Che vivo, la crème del fascismo post-bellico era con lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e qualche agiografia come “Une passion pour El Che ” di Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.




Bianchi o neri?

Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei illustri predecessori e sentirmi per questo molto più fascista dei fascisti che lo denigrano. Ma non sarebbe sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo perché i migliori fascisti lo onorarono ma perché lo merita di per sé. Conosco le obiezioni, ne sento di continuo: da quando il neofascismo è scaduto nell'ombra reazionaria del codinismo borghese e ha smarrito la sua anima – e il suo più profondo significato esistenziale e sacro – le banalità sminunenti si susseguono. Una di esse è che non si può onorare il Che, non si può non essere contenti della morte del Che, perché egli si batteva per distruggere i nostri valori. Nostri? Valori? Suvvia: scherziamo? Il Che si batteva per liberare il suo continente dall'occupazione americana, dall'oppressione oligarchica e dalle ingiustizie. Possiamo non condividere l'indirizzo dato dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua lotta; e se non la sentiamo tale delle due l'una: o di quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio campo, siamo guardie bianche e non camicie nere!



Lotta e Vittoria


Infine non si può non onorare il Che perché un uomo che abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di lotta, passando giornate intere con qualche goccio d'acqua e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell'onore e del sacro che è alla base dell'Idea del mondo che fece grande la nostra antichità e la nostra più recente primavera. Quell'Idea del mondo che – dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf – ha significato tutto il meglio che memoria d'uomo ricordi e che si condensa nella “Dottrina di Lotta e Vittoria” (che non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su di sé).
Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non rispettare e non onorare l'eroe di Santa Clara. Onore al Che: lotta e vittoria Comandante! 


http://www.noreporter.org/

5 ottobre 2008

Nanni Presente!

Il 5 ottobre 1980 trapassava in una cella di Rebibbia una delle figure più belle e magnifiche che abbiano calcato la nostra terra.















Nel pieno cuore degli anni di piombo, il 5 ottobre 1980, in una cella del supercarcere di Rebibbia, trapassava il giovanissimo Nanni De Angelis. Era l'epoca della caccia alle streghe. Sfuggito al blitz contro Terza Posizione effettuatosi il 23 settembre precedente e che aveva condotto in cella decine di innocenti che ne sarebbero usciti, assolti, solo cinque anni più tardi, Nanni era latitante da circa due settimane. Venne arrestato nel centro di Roma dove cadde in un'imboscata per la quale erano stati mobilitati oltre cento agenti, molti dei quali in borghese, travestiti da spazzini, gelatai, commercianti. Ammanettato, sdraiato, ad un lampione, Nanni venne massacrato di botte ricevendo numerosi calci alla testa.
Contro il parere del medico del carcere che ne aveva richiesto il ricovero, Nanni venne trasferito ad un braccio speciale di Rebibbia. Poche ore più tardi venne trovato impiccato ad un termosifone della cella d'isolamento. Suicida secondo i secondini. La famiglia ed i suoi camerati hanno sempre contestato questa tesi propendendo per una serie di ragioni logiche, alla messa in scena effettuata per mascherare le vere cause della morte, determinata dai traumi del linciaggio al quale egli era stato sottoposto per strada. Di quel linciaggio ci furono diversi testimoni. Alcuni, subendo pressioni, ritrattarono in seguito, altri mantennero le accuse. Né questo né un'interrogazione parlamentare sortirono però alcun effetto. La giustizia in Italia è quella che è.
Sarebbe comunque inappropriato celbrare il 5 ottobre nel segno della tristezza e della richiesta di giustizia. È soprattutto il giorno del trapasso di un giovane splendido, pieno di vita, leale e generoso come altri mai che fu esempio e simbolo di una generazione allegramente ruggente, che è rimasto nel cuore di tutti i suoi camerati ed è divenuto un emblema negli anni a venire. Uno dei rarissimi casi in cui la figura idealizzata che diverse generazioni hanno celebrato è persino inferiore alla realtà, il Mito essendo in lui storia e vita come accade per uomini davvero eccezionali.




CIAO PICCOLO ATTILA!




Nanni è partito

C'era un grande guerriero,
con lo sguardo sereno
che giocava con te .
Combatteva senz' armi,
era senza cavallo,
ma è lo stesso per te .

Ora è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .
Ora è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te .
Era forte, era grande,
ma non era cattivo,
lui correva con te.

C' è chi è cattivo e ha paura
di chi è troppo forte e paura non ha .
Nanni è partito a combattere chi
vuole un mondo dove il gioco non c' è .
Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .

L' orco lo fece prigioniero
e una porta per scappare lui non la trovò
e allora divenne un uccello
e attraverso le sbarre nel cielo volò.

Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .
Nanni è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te .

(Marcello De Angelis)







Piccolo Attila

Iniziava l'estate di un anno fa
e tranquilli eravamo noi
quando entrammo ridendo in un prato che
di strana gente brulicava già.

Ci mettemmo seduti e dietro a noi
solo l'erba si stendeva
ma strisciavano a cento e a cento
gli sciacalli nell'oscurità.

Mille stelle in cielo splendevano
alti alberi tutti intorno a noi
dolci canti antichi suonavano
Piccolo Attila parlava a noi.

E diceva di verdi prati che
di rugiada brillavano nel sol
e guerrieri a cavallo intonavano
le canzoni degli antichi eroi.

Tutti in piedi ci alzammo e davanti a noi
gli sciacalli già fremevano,
avanzaron ghignando sicuri già
d'inseguire schiene nude.

Ma la mano di Piccolo Attila
contro il cielo stellato si levò
seminando il terrore calava giù
l'orda buia non rideva più.

E con la forza di un fiume in piena poi
Caricammo e la terra sotto noi
rimbombando tremava e gli alberi
ondeggiavano nel vento.

E mai più, mai più quel prato rivedrà
una sera come un anno fa
non si scioglierà mai la Compagnia
ma c'è chi non è più sulla via.

Come un'aquila ora vola lui
sorridendo alle stelle e ancor più su
e il suo flauto suonando ci guiderà
verso l'alba che sicura è già.

Iniziava l'estate di un anno fa
e felici eravamo noi
quando uscimmo ridendo da un prato che
due occhi a mandorla non scorderà.

(Gabriele Marconi)










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