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Maestri di Vita
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27 giugno 2008

Parola di Alessandro Pavolini, il superfascista.

 


La legge per la socializzazione delle imprese che il DUCE ha ideata, voluta e testè realizzata è d’importanza fondamentale e di portata storica. Essa attua, con coraggiosa integrità, i princìpi originari della Rivoluzione Fascista e ancora una volta pone l’Italia in prima linea nella soluzione del problema sociale. Un ventennio di elaborazione dottrinaria e di azione concreta sul terreno legislativo e organizzativo a favore delle categorie produttrici culmina finalmente in questa riforma strutturale, attraverso cui diviene piena realtà la definizione del discorso di Mussolini agli operai di Milano: essere questo il secolo del lavoro, il secolo, cioè, in cui il lavoro non è più oggetto, ma soggetto dell’economia. Oggi è perciò una grande data per tutti i lavoratori, siano essi operai, tecnici o capi di azienda. E non solo le masse di coloro che producono, ma anche i risparmiatori, i quali confidano alle imprese il frutto del loro lavoro, ben sanno che con la legge odierna è la pace sociale che entra nelle officine, salvaguardandone e aumentandone la presente efficienza ai fini bellici e moltiplicandola domani ai fini della prosperità della Nazione. Solo la plutocrazia speculatrice e il sovversivismo professionale, entrambi alleati del nemico esterno, vengono colpiti e rigettati dalle loro posizioni.
Nella nuova Europa, Fascista e Nazionalsocialista, la Repubblica Sociale Italiana dà alle baionette del suo risorgente Esercito un’idea da difendere e da irradiare
Gli uomini e le donne del Partito alimentino questa idea, illustrino al popolo questa nuova tappa verso un migliore domani. Il programma del Fascismo Repubblicano si realizza con un ritmo che la guerra non rallenta, ma accelera: ciò per virtù del Capo della Rivoluzione, del Capo che ancora una volta precede. Mussolini, che riporta la Rivoluzione alle origini, riporterà la Nazione al combattimento e all’onore, al fianco degli esemplari soldati dell’alleato.
Sappiano gli Italiani intendere la grande consegna di solidarietà italiana che questa legge di Mussolini esprime. Ed eliminato il tradimento, isolato il sabotaggio, abbandonate le superate posizioni settarie, facciano blocco intorno al DUCE, per vivere e vincere.

Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano.






Enunciando gli indirizzi programmatici della Repubblica Sociale Italiana, Pavolini, segretario del nuovo Partito fascista repubblicano, annuncia solennemente: "Per decisione del Duce, in una vicina riunione il partito preciserà le proprie direttive programmatiche sui più importanti problemi statali e su quelle nuove realizzazioni da raggiungere nel campo del lavoro, le quali, più
propriamente che sociali, non abbiamo alcuna peritanza a definire socialiste".



30 marzo 2008

Maestri di Vita, quattordicesima puntata - Ahmad Shad Massoud

 



AHMAD SHAD MASSOUD (1953-2001) - Figlio di un colonnello dell'esercito, nel corso degli anni '70 organizzò una serie di tentativi di resistenza alla crescente presenza sovietica in Afghanistan, che gli valsero l'esilio a Peshawar. Dopo il colpo di stato filo-sovietico del 1978, Massud rientrò nel proprio paese ed organizzò un movimento di resistenza anti-sovietico che respinse per ben 10 volte gli assalti dell'Armata Rossa alla valle del Panshir. Nel 1992 partecipò alla formazione del primo governo democratico in Afghanistan, dove cercò di coinvolgere tutte le etnie del paese. Nel 1996, dopo il colpo di stato dei Talebani, Massud tornò di nuovo nel nativo Panshir e riorganizzò il movimento che aveva tenuto testa ai sovietici, stavolta in chiave anti-talebana. Nel novembre 2001, due sedicenti giornalisti marocchini si fecero esplodere durante una finta intervista col "Leone del Panshir", uccidendolo.
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CITAZIONI


Io mi considero una persona che ha dedicato la sua vita alla liberazione del suo Paese e del suo popolo. E' per questa che stiamo combattendo.


I Talebani non erano altro che uno strumento della politica del Pakistan e degli Stati Uniti.



Lasciateci avere elezioni generali in Afghanistan, lasciate che la comunità internazionale, l'Onu e il Gruppo dei 6+2, supervisionino le elezioni in Afghanistan, lasciate che il popolo dell'Afghanistan scelga il proprio destino.



Noi lottiamo contro ogni forma di terrorismo, qualunque sia il suo scopo e che operi dentro o fuori l’Afghanistan. Ho detto che Osama Bin Laden è un criminale e non è facile per me, che ho dedicato la mia vita alla Jihad, affermare questo.



Noi consideriamo uomini e donne come esseri umani aventi gli stessi diritti; i Talebani li hanno discriminati, contrariamente alle intenzioni di Dio, che li ha creati come esseri umani uguali.



Credo che quando uno prende una decisione ed è determinato a portare a termine ciò che ha iniziato, tutto diviene più semplice e facile. Per esempio io ho combattuto i sovietici, ma per me non era importante vincere la guerra contro di loro. La mia decisione era stata quella di combattere i russi comunque, sia che noi vincessimo, perdessimo, sia che la lotta durasse dieci, venti anni o più. E oggi io prego Dio perché ci aiuti nelle nostre decisioni e nella nostra determinazione nel combattere i Talebani. Non è importante quanta terra perderemo e quanto soffriremo. Noi conosciamo il nostro nemico e la nostra decisione è resistergli.



Quando parliamo di democrazia non intendiamo una replica dello stile occidentale in Afghanistan. Il punto importante è lasciare che sia il popolo a decidere quale sarà il primo gradino da intraprendere per la realizzazione di uno Stato afghano moderno.



Le crisi possono essere risolte solo se si dà una possibilità alla gente di scegliere.



All'inizio la gente era soggiogata dal messaggio dei Talebani, perché esercitavano un potere esclusivamente spirituale. Sostenevano di voler ripulire il Paese da leader corrotti che erano diventati ladri, assassini, banditi da strada e mercanti di droga. Intendevano ripristinare la Sharia, le leggi islamiche, come impone il Corano. Ripristinarono invece antiche barbarità come il taglio delle mani e degli orecchi, distrussero antenne e televisori, chiusero le scuole femminili perché le bambine e le donne dovevano rimaner rintanate in cucina o in stalla ed era stato imposto il veto ad ogni tipo di svago. Così gli è venuta a mancare, mentre ogni giorno vantavano nuove conquiste territoriali, quella credibilità iniziale che è stata la loro sola vera forza.


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29 marzo 2008

Maestri di Vita, tredicesima puntata - Capitan Harlock

 




CAPITAN HARLOCK (1978) - Una benda nera sull'occhio destro, una lunga cicatrice sulla guancia sinistra e un totenkompf (una "testa di morto", ovvero un teschio bianco con due tibie incrociate) sul petto. Si tratta evidentemente di un pirata, ma non di un pirata qualunque, bensì di Capitan Harlock, pirata del futuro, avvolto da un'aura leggendaria, continuamente alla ricerca della libertà. Con la sua astronave "Arcadia", Harlock solca il cosmo portando avanti la propria critica al sistema, orgogliosamente portata nella convinzione che non si possa venire a patti con una società governata da principi ingiusti. I valori che animano la missione di Harlock sono il cameratismo, lo spirito libertario e l'individualismo ribelle. La saga di capitan Harlock ha subito in Italia anche molte censure volte a nascondere parte dell'ideologia che anima le azioni del capitano e la sua discendenza: un antenato di Harlock era infatti un aviatore tedesco della II Guerra Mondiale.
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CITAZIONI


Il mio sogno è sempre stato vivere come un uomo che, in ogni momento della propria esistenza, è pronto a partire a bordo del proprio vascello, per mari sconosciuti, lasciandosi dietro tutto il proprio passato senza alcun rimpianto.



L’universo è la mia casa... la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca e mi invita a vivere senza catene... la mia bandiera è un simbolo di libertà.



Io... mi batto solo per quello in cui credo. Non per uno stato o un pianeta in particolare. Lotto solamente per gli ideali che ho nel cuore. Io erro lungo le rotte delle stelle... la gente mi chiama Capitan Harlock... nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finchè ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò in libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio... la gente mi chiama Capitan Harlock... il "totenkompf" è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivo in libertà. L'universo è la mia casa... la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene... la mia bandiera è un simbolo di libertà.



I sogni non svaniscono, finchè le persone non li abbandonano.



Se tu continuerai a credere ai sogni, niente nella tua vita sarà mai stato fatto invano.



Vago verso stelle lontane. Il mio vessillo è un teschio bianco in campo nero. Vivo la mia vita in uno spazio senza confini e senza domani, in armonia con le leggi dell’universo. Libero.



Pur trattandosi di una nave di pirati... pur essendo esposta a molte battaglie, l'Arcadia rimane sempre la nostra casa. Quando si è in casa propria, capita a chiunque di sbadigliare o fare un pisolino, oppure gridare... La regola ferrea di questa nave dice che nel solo momento del bisogno si deve applicare la disciplina... Lo spazio è immenso e la sua traversata lunga. Capisci perché ritengo che questo modo di fare sia quello giusto?



Forse sarebbe meglio che gli uomini spariscano subito invece di attendere che la Terra si riduca come Venere. (nel cartone animato Venere è immaginata come distrutta dalla decadenza sociale e tecnologica dei suoi abitanti)



Capitan Harlock ti ha detto che saresti potuto scendere a tuo piacimento, qualora le tue idee fossero risultate differenti dalle sue. Però ha evitato di dirti un particolare importante. Tu puoi scendere solo se lui riconosce di sbagliare... Finché lui non riconosce il suo errore... tu non puoi abbandonare la nave. I fuggiaschi sono condannati a morte. Qui sulla nave pirata Arcadia vige una disciplina di ferro! Si tratta di una nave dove salgono solo coloro che sono risoluti a combattere, e non temono la morte...


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28 marzo 2008

Maestri di Vita, dodicesima puntata - Ernesto Guevara De La Serna

 




ERNESTO "CHE" GUEVARA (1928-1967) - Figlio di un medico argentino, in giovane età affrontò assieme all'amico Alberto un viaggio attraverso il continente sudamericano. In questo modo poté vedere coi propri occhi le terribili condizioni nelle quali erano costrette a vivere le popolazioni dell'america latina. Nel 1959 fu uno dei leader della rivoluzione cubana che portò al rovesciamento del regime di Fulgencio Batista. Nel 1965 lasciò Cuba, dove ricopriva il ruolo di Ministro, per tornare a combattere in prima linea per le proprie idee. Catturato in Bolivia nel 1967 fu assassinato a La Higuera.
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CITAZIONI


Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.



Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo. E' la qualità più bella di un rivoluzionario.



Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra.



Siamo realisti, vogliamo l'impossibile.



O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perchè questa blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.



Dicono
che noi rivoluzionari siamo romantici. , è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.



Bisogna pagare qualunque prezzo per il diritto di mantenere alta la nostra bandiera.



Di fronte a tutti i pericoli, di fronte a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, tutti i frazionisti, tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, una volta di più, la capacità del popolo di costruire la propria storia.



In qualunque luogo ci sorprenda la morte in battaglia, che sia la benvenuta.



L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni.



La rivoluzione si fa attraverso l’uomo, ma l’uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario. La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi.



Lasciatemi dire, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d'amore.



Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te.







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27 marzo 2008

Maestri di Vita, undicesima puntata - Ezra Pound

 




EZRA POUND (1885 - 1972) - Poeta, musicista, critico ed economista, assieme a Thomas Eliot fu tra i fondatori del modernismo, nonché uno dei maggiori poeti di inizio '900. Da economista egli fu talmente lungimirante da vedere, già ad inizio secolo, il ruolo che le banche ed il denaro avrebbero ricoperto nel nascente libero mercato e per questo scelse di stare dalla parte dell'Asse durante il secondo conflitto mondiale. Nel 1945 fu arrestato dagli americani ed accusato di tradimento. Questo gli valse 4 mesi di campo di concentramento (rinchiuso in una gabbia ed esposto giorno e notte alle intemperie) e, successivamente, una condanna a 13 anni di reclusione in un manicomio criminale. Morì a Venezia il 1° Novembre 1972.
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CITAZIONI


In quale altro luogo si sarebbe potuto vivere in America, se non in manicomio?



Accanto ai pilastri lisci come sapone dove San Vito / incontra il Canal Grande / tra Salviati e la casa che fu di don Carlos / butterò tutto nell’acqua le bozze di “A lume spento?



Un artista non può avere mai abbastanza esperienze.



Non ci sono guerre giuste.



Aveva prosciugato i pantani di Vada e le paludi sotto al Circeo, dove nessuno ci avrebbe potuto provare. Dopo duemila anni si mangiò grano dalle paludi acqua potabile a due milioni di persone e un milione di vani abitabili perché la gente ci vivesse dentro Anno XI dell’ era nostra.



L'unica cultura che riconosco è quella delle idee che diventano azioni.



Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui.



Non voglio andare in Paradiso. Voglio combattere ancora!



Quello che veramente ami rimane, il resto è scorie / Quello che veramente ami non ti verrà strappato / Quello che veramente ami è la tua vera eredità.



Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento; letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.



È molto difficile per un uomo credere abbastanza energicamente in qualcosa, in modo che ciò che crede significhi qualcosa, senza dare fastidio agli altri.



Esistono due tipi d'ignoranza, che potremmo definire naturale e artificiale. Al momento attuale potrei dire che l'ignoranza artificiale è all'incirca l'ottantacinque per cento.



Il genio è la capacità di vedere dieci cose là dove l'uomo comune ne vede solo una, e dove l'uomo di talento ne vede due o tre.



Il pensare divide, il sentire unisce.



Il segreto dell'insegnamento ha qualcosa a che fare col teatro. Imitate semplicemente il miglior professore che avete conosciuto.



La cultura non è mancanza di memoria. La cultura comincia quando si riesce a fare una cosa senza sforzo.



La parola comunica il pensiero, il tono le emozioni.



La vera istruzione deve in definitiva essere riservata agli uomini che insistono a voler sapere: il resto non è che pastorizia.



L'arte non chiede mai a nessuno di fare nulla, di pensare nulla, di essere nulla. Esiste come esiste l'albero, si può ammirare, ci si può sedere alla sua ombra, si possono coglierne banane, si può tagliarne legna da ardere, si può fare assolutamente tutto quel che si vuole.



Le arti, comprese la poesia e la letteratura, dovrebbero essere insegnate dagli artisti che le praticano, non da sterili professori.



Lo schiavo è quello che aspetta qualcuno a liberarlo.



Nessuno sa abbastanza, ed abbastanza presto.



Non ho mai conosciuto uno che non valesse un fico secco e che non fosse irascibile.



Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica.



Parlo della bellezza. Non ci si mette a discutere su un vento d'aprile. Quando lo s'incontra ci si sente rianimati. Ci si sente rianimati quando si incontra in Platone un pensiero che corre veloce, o un bel profilo in una statua.



Questo è il mio consiglio ai giovani: avere curiosità.



Un uomo di genio non può fare a meno di nascere dove nasce.



Una piccola quantità di denaro che cambia di mano rapidamente farà il lavoro di una grande quantità che si muove lentamente.



Uno dei piaceri della mezza età è di scoprire che uno aveva ragione, e che aveva più ragione di quanto se ne rendesse conto all'età di diciassette o ventitrè anni.


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26 marzo 2008

Maestri di Vita, decima puntata - Pierre Drieu La Rochelle





PIERRE DRIEU LA ROCHELLE (1893-1945) - Di famiglia piccolo borghese e nazionalista, Drieu La Rochelle crebbe in un ambiente straziato dai problemi coniugali fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale quando partì per il fronte restando per ben tre volte gravemente ferito. L'esperienza della guerra lo traumatizza e già nei primi anni '20 si avvicina agli ambienti anti-militaristi della sinistra comunista. Aderisce poi al surrealismo ed inizia a maturare le proprie idee basate sulla ricerca della vita degna di essere vissuta e sul rifiuto del mondo moderno, vile e immerso nella bruttezza. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vedrà nell'Asse l'ultima possibilità di riscatto per il mondo tradizionale. Collaborerà, pur senza farne parte, con l'Action Francaise ed alla fine della guerra, quando tutto era perduto, morirà suicida.
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CITAZIONI



Siamo tutti degni uno dell’altro, tutti gli stessi azionisti della società industriale moderna del capitale di miliardi di carta e di migliaia di ore di lavoro fastidioso e vano. Che ciò sia a Kharkov, o a Patin, a Shanghai, o a Philadelphia, non è poi la stessa cosa? Non esistono altro che i moderni, gente piena di affari, gente del plusvalore o del salario, che non pensa che a questo e non discute che di questo.


Non barate, come non baro io. Condannatemi a morte. Non sono soltanto un francese, ma un europeo. Anche voi lo siete, scientemente, o incoscientemente. Ma abbiamo giocato e io ho perduto. Ergo, la morte.



Il suicidio è una viltà, ma una viltà di cui non tutti hanno il coraggio.



Da ragazzo ho giurato a me stesso di restare fedele alla mia giovinezza: un giorno ho cercato di mantenere la parola.



Non ho creduto affatto, dandomi la morte, di contraddire all’idea dell’immortalità che ho sempre sentita viva dentro di me. Era proprio perchè credevo nell’immortalità che mi precipitavo così vivamente verso la morte. Io professavo che ciò che si chiama morte non è che una soglia al di là della quale la vita prosegue, o perlomeno qualcosa di ciò che sia chiama vita, qualcosa che non ne è l’essenza. Credevo, del resto, che possa continuare soltanto ciò che è cominciato; se l’anima continua, è perchè non ha mai cessato di esistere... Certo, rigettavo l’idea volgare della sopravvivenza di un’ anima individuale. Non pensavo certamente di perdere, o di salvare la mia anima personale mettendo fine ai miei giorni.



L’uomo esiste soltanto nel combattimento... Vive soltanto se rischia la morte.



Oltre alla solitudine, l’altra mia grande ricchezza è stata la malinconia. La gente non mi ha capito e mi ha creduto uggioso, annoiato. Io stesso, a volte, non ho capito. Malinconia infinita e deliziosa, fatta del rimpianto di ciò che non avevo perennemente lenito dal piacere per ciò che avevo. Malinconia di essere poco attivo, statico, che si risolveva nel piacere di essere lento e quasi immobile; malinconia di non essere sposato che sfumava, dopo ogni sbandata, nel piacere di non esserlo più; malinconia di vivere in un paese in decadenza che trapassava nel piacere di gustare tanti residui della laidezza del tempo; malinconia di non essere pittore, o poeta, che si risolveva nel piacere di fare grandi scorpacciate di storia; malinconia di non essere un politico, che diventava piacere di scrivere qualche pagina libera. Rimpiango solo di non essermi accettato e riconosciuto per quello che ero, di aver fatto il processo alle mie intenzioni. Tutto quel senso di inferiorità, di persecuzione e di colpa mi ha tormentato e svilito agli occhi miei e altrui. Ma in fondo non posso veramente rammaricarmene, perché senza quell’elemento di inquietudine e di amarezza sarei stato esattamente ciò che potevo apparire ad alcuni: un abietto gaudente senza inferiorità. Ho anche sfruttato il vantaggio rappresentato, per il sibarita, dall’essere dolcemente mistico. Non mi sono privato della compagnia degli dei. E ho visto Dio attraverso le cose. E talvolta, nonostante tutto, sono stato visitato dalla compassione e dall’angoscia.


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25 marzo 2008

Maestri di Vita, nona puntata - Ernst Junger

 




ERNST JUNGER (1895-1998) - Eroe decorato della della Prima Guerra Mondiale con la Croce al Merito, patisce la sconfitta del proprio paese e dell'idea dagli "imperi centrali" in lotta con le giovani "democrazie occidentali". Nel dopoguerra milita in vari movimenti restando affascinato inizialmente anche dal movimento nazionalsocialista. Nel frattempo, da filosofo ed entomologo intrattiene relazioni coi più importanti intellettuali tedeschi del tempo: da Schmitt a Heidegger e teorizza la sua "Rivoluzione Conservatrice" scegliendo per sé la via dell'apolitia. Muore a 103 anni, dopo aver attraversato per intero il secolo più denso di avvenimenti della storia.
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CITAZIONI



Il treno si ferma a Bazancourt, piccola città della Chamrpagne. Scendemmo. Con rispettosa incredulità tendemmo l’orecchio al rimbombo lento e ritmato del fronte, a quella melodia da laminatoio che poi, per lunghi mesi, ci sarebbe stata familiare.



Per me ogni passo è un passo verso lo scopo, e vale anche per i passi indietro.



Lo stretto viottolo saliva tra le gigantesche conifere e blocchi di roccia coperti di muschio. Un piccolo ruscello scorreva sul sentiero sotto campane di vetro che parevano bollicine gelate. A destra correva, divisa in molti rami, tra bianchi mucchi di ghiaia, la Teberda, e poi l'Amanaus che viene alimentato dai ghiacciai. Ero allegro, una specie di ebbrezza d'alta quota... Ancora una volta guardai dal fondo della valle i giganti, vidi la cresta, i pinnacoli, i dirupi. Il pensiero volteggiava ardito e nobile tra quelle rocce, misto a un senso di tenebroso terrore della potenza. Questi paesaggi scoprono l'elemento cosmico, mettono a nudo la struttura del mondo.



Oggigiorno è molto meglio essere dei criminali che non dei borghesi.



La più amara disperazione di una vita e' il non essere riusciti a riempire sé stessi, il non essere cresciuti.



Nessuno ormai può negare che il vecchio ordine di cose è insostenibile, né sopravvivono dubbi sull’avvento di nuove forze.



G
randi scuole del pensiero progressista sono contrassegnate dalla mancanza, al loro interno, di qualsiasi rapporto con le forze primigenie. Un autentico rapporto col mondo delle forme non è alla loro portata (...); nell’età borghese, tutto si è liquefatto in idee, concetti o meri fenomeni, e i due poli di questo liquido spazio sono stati la ragione e il sentimento.



L
a vita non può essere ridotta ad una sola dimensione. E' indispensabile intuire, trovare, ancorare a "qualcosa d'altro". Questo è senza dubbio il compito delle religioni, cui ogni persona di senno, anche qualora non ne senta il vincolo, darà nei grandi conflitti il proprio sostegno, là dove, per esempio, esse sono alla mercé del razionalismo ateistico della pianificazione, con tutta la sua arroganza.



L'Anarca è il ribelle singolo, i partigiani sono un collettivo (...). Il Partigiano si muove all'interno del partitismo sociale o nazionale, l'Anarca se ne tiene fuori. Peraltro, egli non può sottrarsi al partitismo, poiché vive nella società (...). Il partigiano agisce ai margini: serve le grandi potenze, che lo equipaggiano di armi e di parole d'ordine.



Un'onda impetuosa mi sollevò e mi gettò avanti con irresistibile violenza. Mi precipitai come un diavolo urlante sulla pianura e mi buttai a capofitto nella mischia. Il mio fucile era carico e tuttavia lo afferrai per il calcio come una clava e incominciai a menar colpi attorno a me, senza distinguere amici e nemici, finché caddi al suolo esangue.



La massa vede riaffermata la propria esistenza, soltanto dal singolo dotato di grandezza.



Le risoluzioni prese nell’ambito del partito nazional-socialista non hanno affatto un’importanza esclusiva per questo partito. Dal momento, infatti, che esso attualmente rappresenta l’arma più forte e temibile della volontà nazionale, ogni sua azione o rinuncia andrà necessariamente a colpire tutte le forze che vogliono contribuire alla affermazione di questa volontà in Germania (...); ma come ci si può assumere la responsabilità di suscitare la parvenza di un fronte comune con forze la cui vicinanza è intollerabile per un partito intitolato ai lavoratori tedeschi?



Quel che importa non è vedere la soluzione, ma l’enigma.


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24 marzo 2008

Maestri di Vita, ottava puntata - Julius Evola

 





JULIUS EVOLA (1898-1974) - Nato da una nobile famiglia siciliana, la formazione di Evola avvenne sugli scritti di D'Annunzio e Wilde, ma soprattutto su quelli di Nietzsche, Weininger e Michelstaedter. Inizialmente dedito alla pittura Dada, dopo la Prima Guerra Mondiale, alla quale partecipò come ufficiale di artiglieria, egli si dedicò unicamente alla filosofia, affermandosi come uno dei massimi esponenti mondiali nel filone del tradizionalismo esoterico. Morì nel 1974 a Roma e le sue ceneri, secondo il suo volere, furono cosparse al vento sulla cima del Monte Rosa dall'amico alpinista Eugenio David.
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CITAZIONI



L’arte è un prodotto dello spirito, è, in un certo senso, magia, come in un miracolo, quello della creatività, che permette all’uomo di elevarsi.

Non mi sono limitato a esporre le dottrine tradizionali, ma ho cercato quali potessero essere le loro realizzazioni nella realtà nel senso di una organizzazione sociale e politica dello Stato.

Pongo l’idea fondamentale della grande tradizione europea: i principi d’autorità d’un potere legittimo e la forma e le condizioni dell’unificazione europea. L’ho scritto per gli uomini ancora in piedi in mezzo alle rovine. La prefazione è scritta dal comandante principe Borghese, capo dei servizi speciali della marina, che, con i suoi uomini-rana, fece affondare durante la guerra delle corazzate inglesi nel porto di Alessandria.

(La vera destra) non significa né capitalismo, né borghesia, né plutocrazia, né reazione. La concezione di una vera destra è una concezione della vita e dello stato che procede da principi di autorità, di gerarchia e di aristocrazia, da valori teorici e qualitativi, dal primato del puro fattore politico su quello economico e societario.

L’ accusa, da me invitata a precisare quali fossero le idee proprie del fascismo la cui difesa sarebbe reato, ha avuto l’imprudenza di dichiarare che esse sono la monocrazia, la gerarchia e l’aristocrazia... Naturalmente, è stato allora facile rilevare che, insieme a a me, come imputati, dovrebbero stare un Platone, un Aristotele, un Dante e così via, fino a un certo Bismark e a un certo Metternich. Dopo di che ho dichiarato che io “idee fasciste” le ho difese e le difendo non in quanto esse sono fasciste, ma in quanto esse continuano, appunto, questa grande tradizione politica, e che tale difesa io l’ho fatta da uomo libero, parlando delle pure dottrine, perchè per principio non mi sono iscritto mai ad alcun partito.

Un fattore religioso è necessario come sfondo per una vera concezione eroica della vita. Bisogna sentire in sé stessi l’evidenza che al di là di questa vita terrestre vi è una più alta vita. Ma questa spiritualità non ha bisogno delle formulazioni dogmatiche obbligate, di una data confessione religiosa.

(...) e ad una cosa sola si badi: a restare in piedi in un mondo di rovine!

Data una società ed una civiltà come l'attuale (…), nel ribelle, in colui che non s'adatta, nell'asociale è in via di principio da vedervi l'uomo sano.


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23 marzo 2008

Maestri di Vita, settima puntata - Evita Peron

 




EVA DUARTE PERON (1919-1952) - Evita, così veniva chiamata la moglie del Generale e capo di stato Argentino Juan Domingo Peròn, è senza dubbio l'icona dell'amore che un popolo può nutrire per una persona. Di umili origini, Evita, una volta divenuta la moglie di Peròn, iniziò una vera e propria crociata per migliorare le condizioni del popolo argentino. Per sua volontà furono create strutture sanitarie, fu attuata una politica sociale senza precedenti, furono edificati interi quartieri per i senza tetto e furono coinvolte le fasce più deboli della società nelle scelte politiche del paese. Autentica eroina per i suoi "descamisados", quando un cancro stroncò il suo dolce sorriso a soli 33 anni, il popolo argentino si chiuse per mesi interi nel più doloroso dei lutti. Ma Evita non è solo una grande figura politica: Evita rappresenta anche il non plus ultra del significato dell'essere donna.
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CITAZIONI




I poveri hanno il dovere di chiedere



Quante stanze! Ah, che bel pensionato per orfani si potrebbe fare! (Commentando la visita all'Escorial)



Il mio nome è diventato il grido di riconoscimento delle donne di tutto il mondo. E’ giunto il momento di avere gli stessi riconoscimenti degli uomini.



L’Europa è vecchia: i palazzi sono molto belli... ma per farne degli ospedali.



In politica la donna deve essere a fianco dell’uomo, ma senza mai permettergli di immischiarsi nei suoi affari...



Gli uomini si dividono in due gruppi: il primo, infinitamente numeroso, cui appartengono coloro che si affannano per le cose volgari e comuni, che percorrono solo strade note già esplorate da altri; il secondo, molto piccolo, cui appartengono gli uomini che attribuiscono un valore straordinario a ciò che sanno di dover fare. Costoro non si accontentano se non della gloria, respirano l’aria del secolo successivo che dovrà cantare le loro imprese e vivono quasi nell’eternità! Sono uomini sui quali una strada nuova esercita un fascino irresistibile. Per Alessandro, è stata la strada di Persia; per Colombo, la rotta delle Indie; per Napoleone, il cammino che portava al dominio del mondo; per San Martin, la libertà dell'America.



Ho solo un’ambizione personale, che il giorno in cui si scriverà il capitolo meraviglioso della storia di Peròn, di me si dica questo: c’era, al fianco di Peròn, una donna che si era dedicata a trasmettergli le speranze del popolo. Di questa donna si sa soltanto che il popolo la chiamava con amore: Evita!



Ricordo perfettamente che per molti giorni rimasi triste quando venni a sapere che nel mondo c'erano i poveri e i ricchi; e lo strano è che non tanto mi addolorasse l'esistenza dei poveri, quanto sapere che, nello stesso tempo, c'erano anche i ricchi.



Mi ricordo di aver detto, in uno di quegli impeti di reazione: "Un giorno o l'altro le cose cambieranno..." e non so se quella frase fosse una preghiera, una minaccia, o le due cose insieme.



Ho compreso che non deve essere difficile morire per una causa che si ama.



Ho scelto il mio posto tra il popolo per scorgere di lì gli ostacoli che avrebbero potuto impedire la marcia alla Rivoluzione. Ho scelto di essere "Evita"... affinché per mezzo mio il popolo, e specialmente i lavoratori, trovassero sempre libero l'accesso fino al loro capo.



Gli uomini di governo, i dirigenti politici, gli ambasciatori, gli uomini d'affari, gli intellettuali, ecc. che mi fanno visita sogliono chiamarmi "Signora"; alcuni perfino mi dicono pubblicamente: "Eccellentissima o Degnissima signora" e addirittura, "Signora Presidentessa". In me non vedono altro che Eva Peròn. I descamisados, invece, non mi conoscono se non come "Evita". (...) Quando un bambino mi dice "Evita" mi sento madre di tutti i bambini, di tutti i deboli e i diseredati della mia terra. Quando un operaio mi chiama "Evita" mi sento con gioia "compañera" di tutti gli uomini che lavorano, nel mio Paese e nel mondo intero. Quando una donna della mia Patria mi dice "Evita" mi sembra di esser sorella di quella e di tutte le donne dell'umanità.


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22 marzo 2008

Maestri di Vita, sesta puntata - Leon Degrelle

 




LEON J. M. DEGRELLE (1906-1994) - Il giovane giornalista Degrelle inizia a farsi conoscere nei primi anni '30 quando è autore di un reportage straordinario sulla situazione dei Cristeros: i cattolici messicani massacrati per la loro fede. Tornato in patria inizia la propria militanza politica nelle file dell''Azione Cattolica e poi fonda un proprio movimento di ispirazione cattolica e nazional-popolare chiamato REX (in onore di Cristo Re) che ottiene i primi successi elettorali già nel 1936. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l'invasione del Belgio, Degrelle ed i Rexisti si troveranno a combattere sul fronte russo distinguendosi per coraggio e grandi capacità militari. Degrelle sarà l'unico straniero infatti a ricevere la "croce di ferro con foglie di quercia in oro", massima decorazione al valor militare. Dopo la fine della guerra sceglie l'esilio in Spagna per sfuggire alla pena di morte.
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CITAZIONI



Troppi uomini sono vili? Ma, accanto a coloro la cui viltà è una bestemmia alla vita, vi sono tutti coloro - li si scorga o meno - i quali salvano il mondo e l'onore del vivere.



Il dono, il vero dono è così: l’annientarsi fino all’ultima favilla.



La felicità è divenuta, per l’uomo e per la donna, un mucchio di frutti che essi divorano in fretta e in cui affondano rapidamente i denti e basta, per poi ributtarli alla rinfusa – corpi rovinati, anime rovinate -, una volta esaurita la frenesia passeggera, in cerca già di altri frutti più eccitanti o più perversi.



Donare! Aver visto grandi occhi che brillano per essere stati compresi, colpiti, appagati! Donare! Sentire le grandi onde di felicità che fluttuano come acque danzanti su di un cuore pavesato all’ improvviso di sole! Donare! Aver colto le fibre segrete che tessono i misteri della sensibilità! Donare! Avere il gesto che consola, che toglie alla mano il suo peso di carne, che consuma il bisognosi essere amato!



L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a una nuova industrializzazione di tale efficacia produttiva. Non vi sono state mai tante risorse, né tanti beni disponibili. E’ il cuore dell’uomo, solo lui, a versare in stato fallimentare. E’ per mancanza di amore, è per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano. Il secolo ha voluto essere soltanto il secolo degli appetiti. Il suo orgoglio lo ha perduto. Ha creduto nella vittoria della materia finalmente assoggettata dal proprio spirito. Ha creduto nelle macchine, negli stock, nei lingotti sui quali avrebbe regnato sovrano. Egualmente ha creduto nelle passioni della carne spinte oltre ogni limite, nella liberazione delle forme più varie di godimento, moltiplicate senza posa, sempre più avvilite e avvilenti, fornite di una tecnica che in genere di rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, do vizi tanto poveri da essere vuoti.



La malattia del secolo non risiede nel corpo. Il corpo è malato perché l’anima è malata (…). In ciò consiste la grande rivoluzione da fare. Rivoluzione spirituale. O fallimento del secolo.



Color che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo. Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà! L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente e conquistatore.



La facilità addormenta l’ideale. (...) Non si è sulla terra per magiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. Tutto questo è vano e sciocco. Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri a che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere al febbre nelle ore in cuoi la bestia umana urla allo stremo delle forze?



Siamo uomini in quanto apparteniamo a un popolo, a un suolo, a un passato. E’ possibile non saperlo, è possibile tentare di dimenticarlo. Ma gli avvenimenti provvedono presto a ricondurci alle fonti della vita.



I volti delle madri sono nobili, sovranamente limpidi, allorché la purezza delle vite volontariamente innocenti le ha rinfrescate ai mille mattini dei sacrifici.



Sono le collettività a venir aspirate dal vortice di desideri impossibili: desiderio di possedere – cioè di prendere -, desiderio di essere il primo – cioè di colpire -, desiderio di fondare la propria potenza sulla materia -, cioè di soffocare ed eliminare lo spirituale, mediante sforzi tanto più inutili (…).



Ogni giorno il mondo è più egoista e più brutale. Ci si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perché tutti si accaniscono alla ricerca di beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla.



Che il destino ci trovi sempre forti e degni!



Occorre pensare continuamente al valore della vita (…). La vita non è una forma di tristezza, ma la gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire e donarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, alleggerisce, anziché pesare.



Felice chi non è schiavo delle circostanze, chi sa godere del piacere esteriore quanto farne a meno.



Come si può non essere felici! E’ talmente semplice, talmente elementare, talmente naturale!



Si può sempre rimanere incantati, poiché i sogni sono i nostri violini segreti.



La pazienza è la prima delle vittorie, la vittoria su sé stessi, sui propri nervi, sulla propria suscettibilità.



Nessuna opera di grande respiro può compiersi nell’egoismo e nell’orgoglio. Obbedire è una gioia, perché una forma di dono, di dono illuminato. Obbedire è fecondo, moltiplica il risultato degli sforzi. Obbedire è un dovere, perché il bene comune dipende dalla disciplinata unione delle energie. La società umana non è formata da un nugolo di zanzare accanite e irrequiete, che si avventano nell’aria seguendo il loro interesse o il loro umore. Essa è un grande complesso sensibile che l’anarchia rende sterile o pericoloso, mentre l’ordine e l’armonia gli offrono possibilità illimitate. Un popolo ricco, composto da milioni di individui che siano però isolati dall’egoismo, è un popolo morto. Un popolo povero, in cui ciascuno riconosca con intelligenza i propri limiti e i propri obblighi verso la comunità e obbedisca agendo solidamente, è un popolo vivo. L’obbedienza è la forma più elevata dell’uso della libertà. E’ una costante manifestazione dell’autorità, l’autorità su se stessi – la più difficile di tutte. Nessuno è realmente in grado di dirigere gli altri, se non è prima in grado di dirigersi da solo, di domare dentro di sé il destriero orgoglioso che desiderava lanciarsi follemente nel vento dell’avventura. Dopo aver obbedito si può comandare, non per godere brutalmente del diritto di scacciare gli altri, ma perché il comandare è una prerogativa magnifica quando mira a disciplinare forza scalpitanti, conducendole alla pienezza del risultato, fonte suprema di gioia.



Coll’affetto e coll’esempio si può tutto.



Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morir bene. Soltanto allora inizia la vita.



Guerra significa non solo combattimento. Significa anche una lunga serie – a volte massacrante, a volte spossante – di rinunce silenziose, di sacrifici quotidiani, privi di importanza. Dunque la virtù si forgia nel medesimo modo.



Ma la poesia è dovunque. Davanti ai nostri fucili, migliaia di passeri saltellano tra le siepi, scotendo con garbo la loro tonda pancetta (…). Noi ci sforziamo di sorridere sempre: ai passeri che cantano, ai corvi solenni che passano. Ma il cuore è il cuore e, dietro al sorriso delle labbra e degli occhi, possiede i suoi poveri, balordi, segreti di bestia feroce.



Non esiste neppure uno di noi soldati, che non debba essere pronto alle privazioni più orribili. Ma il dono lo si calcola? Il sacrificio non si calcola, non comporta riserve.



Preferirei dieci anni di freddo, di abbandono, piuttosto che sentire un giorno la mia anima vuota, sgomenta dei suoi sogni morti.



Se amiamo la virtù solo per il fatto che vien notata, la macchiamo di orgoglio. Noi non siamo più virtuosi nel momento in cui desideriamo che la virtù, che riteniamo aver raggiunto, sia vista e ammirata.



Il più delle volte la compagnia non è che agitazione, rumore, disturbo alla propria solitudine. Ricercare costantemente quella che viene chiamata l'animazione, significa aver paura di ritrovarsi in presenza di se stessi. Significa, in effetti, sotto il profilo morale, prendere la fuga. Cosa si può confondere la gioia col fatto di stare sempre mescolati alla folla chiassosa? Perchè bisogna assolutamente rimanere inghiottiti, in mezzo ad altri esseri, per ritenersi felici? In tal caso si è in contatto solo con l'apparenza degli altri: si gode soltanto del loro contegno artificioso e superficiale.



Solo coloro che hanno fede sfidano e rovesciano il destino! Credeteci! E lottate! Il mondo, lo si perde o lo si prende! Prendetelo! Nel deserto umano, in cui belano tanti montoni, siateci leoni! Forti come loro! E come loro intrepidi! E che v’aiuti l’Iddio! Salve, camerati!


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21 marzo 2008

Maestri di Vita, quinta puntata - Gabriele D'Annunzio

 





GABRIELE D'ANNUNZIO (1863-1938) - Poeta, soldato, drammaturgo, scrittore, trascinatore di folle, ardito... Gabriele d'Annunzio è senza dubbio una delle personalità più polivalenti ed eclettiche del periodo a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Difficile celebrare d'Annunzio per una sua prerogativa piuttosto che per l'altra: come artista ha composto poesie, opere teatrali e scritto romanzi tra i più importanti della nostra produzione artistica; come politico è stato uno dei principali animatori del fronte interventista allo scoppio del primo conflitto mondiale; come uomo d'azione memorabile resta l'impresa di Fiume. Gli ultimi anni della propria vita li trascorse in una splendida villa in riva al Lago di Garda, il "Vittoriale degli Italiani", sulla cui entrata volle scolpita la frase: "Io ho quel che ho donato", sintesi della sua immensa esistenza.
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CITAZIONI




Piccoli avvocati ambiziosi, che quando seggono sul bancone del potere stanno con le braccia conserte e contemplano il soffitto che non crolla... Le vecchie seggiole sono più vive di loro.



Quello che avviene oggi in Italia è senza riscontro. Qui da noi il disagio morale è ovunque diffuso. Nei lavori pubblici lo sperpero è così folle e vergognoso che in ogni città d’Italia abbiamo visto sorgere all’ improvviso colossali fortune.



Memento Audere Semper (Ricordati di osare sempre).



L’immensa gioia di vivere / d’esser forte, d’esser giovane / di mordere frutti terrestri / con saldi e bianchi denti voraci.



Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna soprattutto evitare il rimpianto, occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni.



L’automobile è femminile. Ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice. Ha, inoltre, una virtù ignota alla donna: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, della donna ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza.



Ho avuto ciò che ho donato, perché nella vita ho soltanto amato.



Il privilegio dei morti: non moriranno più.



Il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato.



Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell' ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: «Habere, non haberi».



L'uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è degno di soffrire più degli altri.


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20 marzo 2008

Maestri di Vita, quarta puntata - Filippo Corridoni

 





FILIPPO CORRIDONI (1887-1915) - Sindacalista rivoluzionario, guida di numerose agitazioni sindacali e leader del movimento operaio, fu uno dei protagonisti dei tumulti più violenti di inizio secolo e fu arrestato oltre 30 volte. Dopo i primi anni di militanza nelle organizzazioni sindacali marxiste maturò posizioni critiche verso il filosofo tedesco orientandosi verso la dottrina socialista-nazionale di Sorel e creando una propria sigla sindacale, antagonista dei sindacati marxisti. Schieratosi per l'intervento nella Prima Guerra Mondiale  assieme a personaggi come De Ambris, D'Annunzio e Mussolini, partì volontario per il fronte nonostante le precarie condizioni di salute. Morì lanciando un solitario ed eroico assalto alla Trincea delle Frasche, sul Carso, brandendo un tricolore nella mano.
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CITAZIONI



Io rimarrò sempre il Don Chisciotte del sovversismo; ma un Hidalgo senza ingegno, pieno soltanto di fede. Morirò in una buca, contro una roccia, o nella corsa di un assalto, ma – se potrò – cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora!


Bisogna trovare il punto debole della Massoneria e ivi ferirla a morte. Ora non evvi che non veda nell’elezionismo spinto fino alla degenerazione bloccarla, il tallone d’Achille della setta. Conclusione? Eccola. Metter da banda i falsi scrupoli e, in periodo elettorale, far mordere la polvere a qualunque candidato massonico, poi sarà quel che sarà.



Come può, come deve un giovane men che ventenne adattarsi alla tortuosità della vita elettorale? Perchè spingere la nostra gioventù ad una pericolosa ed idiota masturbazione? Ma la si lasci sbizzarrire nel suo campo naturale di lotta, la si lasci assaltare le fortezze salde e ben guarnite, e sarà idonea alla bisogna, se riuscirà a smantellare qualche torrione o ad aprire qualche breccia, avrà fatto largamente il suo naturale e diretto dovere e avrà ben meritato la Rivoluzione Sociale!



Per il borghese la patria, più che un’idealità è una contingenza o, per meglio dire, è una contingenza rivestita di pseudoidealità. Per il borghese la patria è l’ordine costituito, è quell’insieme di organismi repressivi e compressivi che proteggono i suoi affari e le sue digestioni. Per il borghese la patria, tutta la patria, è racchiusa in questo trinomio: poliziotto, soldato, magistrato.



Ogni lotta è una schermaglia che sonda il nemico e ci da coscienza della nostra potenzialità; è una finta manovra, un addestramento. E se la lotta vittoriosa frutta quella riserva di entusiasmo a cui si attingono i valori morali per le nuove e maggiori battaglie, la lotta perduta ha anch’essa le sue utilità; acuisce il dissidio sentimentale fra borghesi e rivoluzionari, rinfocola le ire e serve soprattutto ad un esame analitico e critico delle proprie forze e delle proprie facoltà per la ricerca di quei difetti e di quelle lacune che hanno dato alla battaglia un esito negativo. L’entusiasmo della vittoria assopisce le facoltà investigatrici; la mortificazione, il bruciore della sconfitta le fustiga, le eccita ed all’occorrenza le crea. Dopo la vittoria c’è il tripudio, dopo la sconfitta c’è l’esame di coscienza; e non è poco perchè vuol dire la tendenza alla perfezione.



Ogni volta la borghesia, presentendo il suo fato, s’impunti nel fatale andare e crei dei nodi gordiani che non possono essere sciolti dal semplice giuoco della lotta, essi saranno tagliati dalla spada della rivoluzione, più affilata di quella di Alessandro Magno.



Ho amate le mie idee, la mia patria più di una madre, più della vita, le ho servite sempre ardentemente, devotamente, poveramente, ché anche la povertà ho amata come san Francesco d’Assisi e fra Jacopone, convinto che il disprezzo delle ricchezze sia il migliore e il più temprato degli usberghi per un rivoluzionario.


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19 marzo 2008

Maestri di vita, terza puntata - Corneliu Zelea Codreanu

 





CORNELIU Z. CODREANU (1899-1938) - Già da studente universitario Codreanu si era distinto per le sue straordinarie doti di coraggio e forza di volontà. Arrestato per attività sovversive nel 1923 fonda in carcere la Legione dell'Arcangelo Michele, un movimento non solo volto al riscatto politico del popolo rumeno, ma anche alla crescita spirituale dei propri componenti. Tra il 1936 e il 1938 il movimento, che adesso si chiama "Guardia di Ferro" e sta mietendo successi in tutto il paese, viene messo definitivamente fuori legge e Codreanu di nuovo arrestato. Il "Capitano" sarà assassinato dai suoi carcerieri nella notte del 30 novembre 1938.
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CITAZIONI




Nei nostri confronti si compie esattamente ciò che è stato commesso ai danni dei Pellerossa dell’America del Nord: ci troviamo di fronte a un’ invasione straniera e abbiamo tutto il diritto e il dovere di difendere la terra dei nostri Padri.



La rivoluzione legionaria deve giungere alla meta suprema: la redenzione della stirpe.



Seguire gli esempi per essere esempio.



L'uomo si compone di un organismo, cioè di una forma organizzata, poi di forze vitali, poi di un'anima. Lo stesso può dirsi per un popolo. E la costruzione nazionale di uno Stato, benché riprenda naturalmente tutti e tre gli elementi, pure, per ragioni di varia qualificazione e varia eredità, può soprattutto prendere le mosse da uno particolare di essi.



Sii legionario disciplinato, perchè solo in questo modo sarai vittorioso. Segui il tuo capo nella buona e nella cattiva fortuna.



Lavora. Lavora ogni giorno. Lavora con amore. Ricompensa del lavoro ti sia non il guadagno, ma la soddisfazione di aver posto un mattone per la gloria della Legione e per il fiorire della Romania.



Parla poco. Parla quando occorre. Dì quanto occorre. La tua oratoria è l'oratoria dell'azione. Tu opera; lascia che siano gli altri a parlare.



Devi diventare un altro. Un eroe. La tua scuola compila tutta nel Cuib. Conosci bene la Legione.



Aiuta il tuo fratello a cui è successa una disgrazia. Non abbandonarlo.



Percorri soltanto le vie indicate dall'onore. Lotta e non essere mai vile. Lascia agli altri le vie dell'infamia. Piuttosto che vincere per mezzo di un'infamia, meglio cadere lottando sulla via dell'onore.


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18 marzo 2008

Maestri di Vita, seconda puntata - Robert Brasillach

 





ROBERT BRASILLACH (1909-1945) - Poeta, giornalista e scrittore francese tra i più brillanti del primo novecento, fu accusato di collaborare coi tedeschi durante l'occupazione della Francia e per questo condannato a morte. Il processo che lo porterà di fronte al plotone sarà uno dei più ingiusti e pilotati processi della storia.
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CITAZIONI



Quelli che muoiono poco dopo i trenta non sono consolidatori ma fondatori. Portano al Mondo lo scintillante esempio della loro vitalità e delle loro conquiste. Frettolosamente accennano qualche strada al lume della loro gioventù sempre presente. Abbagliano, interpretano, meravigliano […] danno la fiamma, l'avvenire. Non si immaginerebbe Alessandro, vecchio e saggio, legislatore d'Oriente; la sua parte sta nel mettere di fronte Occidente e Oriente. Dopo di che sbrigatevela da voi. Tali sono gli esseri che scompaiono prima delle menomazioni, prima dell'equilibrio, prima della riuscita. Non sono venuti nel mondo a portare la pace ma la spada.



Ma i popoli civili fucilano i loro poeti?



So che in questo momento un certo numero di giovani pensa a me. So che tutti questi giovani sanno che non ho mai insegnato loro niente altro che l’amore per la vita, la fiducia nella vita, l’amore per il nostro Paese: so ciò in maniera così certa, che non rimpiango nulla di quello che sono stato.



I nostri cuori senza rimorsi sanno che resteranno puri.



Ti chiedo solo di non disprezzare la verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che noi abbiamo sognato, al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole verità alle quali io credo: la fierezza e la speranza.



Per nascere, il cameratismo, ha bisogno indubbiamente d’un lavoro comune, di speranze comuni, sinanche di pericoli vissuti assieme. E ha bisogno anche della confidenza, della reciproca fiducia, di simpatia, di gioia, di spirito di gruppo e, soprattutto, di non prendersi troppo sul serio. Il nostro cameratismo, in un mondo che cambiava, di giorno in giorno più violento e sottosopra, ci è sembrato, a ragione, un punto fermo, un approdo sicuro, forse l’unico che ci è rimasto. E poi ci ha regalato delle gioie, dei momenti indimenticabili, che non ritroveremo, forse più, vivi, scanzonati, liberi.



Non c’è che una gioventù nella vita, e si passa il resto dei nostri giorni a rimpiangerla, e nulla al mondo è più meraviglioso e più commovente.


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17 marzo 2008

Maestri di Vita, prima puntata - Nicola Bombacci

 




NICOLA BOMBACCI (1879 - 1945)
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Quando i partigiani del "Colonnello Valerio" consegnarono la macabra lista dei cadaveri esposti a Piazzale Loreto, nell’ultima riga, spuntava il nome del fondatore del Partito Comunista Italiano, del capo delegazione italiana ai funerali di Lenin a Mosca: Nicola Bombacci. Nicola Bombacci era nato il 29 Ottobre 1879 a Civitella di Romagna, vicinissimo a Predappio, da una famiglia di coltivatori molto legati alla dottrina cattolica. Nicola crebbe in un ambiente molto religioso, frequentò la scuola della parrocchia , e nel 1895, andò in seminario. Lasciò quella scuola nel 1900 e non rinnegò mai, nel suo cuore, gli insegnamenti cristiani di carità ai poveri e di servire gli oppressi, anche quando, da leader del PCI sfidava apertamente Dio e la chiesa. Da notare le coincidenze che uniscono Bombacci a Mussolini: entrambi romagnoli, entrambi socialisti, entrambi maestri elementari, l’uno fondatore del partito fascista, l’altro del partito comunista, l’uno donnaiolo, l’altro monogamo, l’uno rissoso e cercaguai, l’altro timido e diplomatico. Due nemici amici, che, anche nei giorni dello squadrismo e durante il ventennio non smisero mai di provare profonda simpatia l’uno per l’altro. E durante i giorni della RSI tornarono assieme, come ai vecchi tempi, in nome di una socializzazione che si sarebbe potuta realizzare solo allora. E quando Mussolini fondò la RSI il comunista Bombacci si recò a Salò per accompagnare il Duce nella sua ultima avventura. Quando i partigiani lo catturarono insieme a Mussolini, sembrarono quasi essere propensi a conceder lui la grazia in nome della vecchia appartenenza comunista, ma fu lui a fugare ogni dubbio chiedendo di morire accanto all'unico vero rivoluzionario che l'Italia avesse mai conosciuto.
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CITAZIONI


Socializzazione (socialismo fascista) è altruismo, è dignità di lavoro, è dirittura morale e politica del lavoratore. Se sarete egoisti sarete peggio dei vostri padroni.


Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre. Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno. Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. Ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario.



Duce, già scrissi ne "La Verità" del novembre scorso - avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi - sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re e di Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti della destra pluto-monarchica del '22.



Il capitale al servizio del lavoro e non il lavoro al servizio del capitale… L’utile al servizio dell’uomo e non l’uomo a servizio dell’utile...



Se Lenin, che ho sempre stimato profondamente, fosse vissuto, il programma dell’URSS sarebbe stato diverso. Avremmo visto con tutta probabilità Fascismo, Nazionalismo e Bolscevismo uniti contro l’altro nemico: la plutocrazia.



Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché, tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…



Cari Compagni, Cari Camerati…



Seguirò Mussolini fino in fondo. Non posso dimenticare che aiutò la mia famiglia quando aveva fame.



Nella Russia di Stalin l'operaio e i contadini non hanno raggiunto una sola delle aspirazioni che voi desideravate giustamente di realizzare. Non hanno realizzato un salario equo; non hanno conquistato un orario umano; non hanno una casa degna di questo nome; non posseggono i mezzi né materiali né spirituali per elevarsi, per educarsi ed istruire i loro figlioli. Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-padrone, autoritario, che ha accentrato tutti i poteri economici, politici e polizieschi nella mani di una pletorica e plutocratica burocrazia, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali.


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