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Economia
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12 ottobre 2008

Incredibile...."Il Manifesto" rimpiange Hitler e Mussolini...

 

LA DISFATTA DEL MERCATO
Marco d'Eramo


Sbilanciamoci: dopo il dibattito dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale).
Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o stampandola o allentando il credito.
A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale - ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora (tagliare le tasse rende lo stato più debole).
È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si rinsaldano nelle loro convinzioni.
Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece della deregulation il vangelo dell'occidente.
La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70: è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel suo libro sulle rivoluzioni scientifiche).
La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70 furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui, nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia, cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi «buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi. Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali, cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici, come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la gigantesca rete autostradale statunitense.
Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy «economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Ottobre-2008/art1.html





CORRO A METTERE LE LAMELLARI, QUEST'ANNO FARA' TANTA, TANTA NEVE....GHGHGHGHGHGH


"La storia mi darà ragione"
B.Mussolini, testamento politico 

16 luglio 2008

a fuoco!

è sempre più crisi, è sempre più capitalismo...




























 



Sono 140 i miliardi di euro andati in fumo nelle Borse del Vecchio Continente. Si chiude così un'altra giornata di profondo rosso per i mercati finanziari, che pagano le conseguenze di una crisi dei mutui subprime ancora lontana dalla conclusione. Il caso dei due colossi dei mutui Usa, Fannie Mae e Freddie Mac, in soccorso dei quali si è mosso il Tesoro degli Stati Uniti, non ha fatto che riaccendere il panico.

A bruciare quei 140 miliardi di euro di capitalizzazione in questo martedì nero dei mercati finanziari sono stati i 600 maggiori titoli quotati sui listini del Vecchio continente. E in profondo rosso hanno infatti chiuso tutti i principali mercati europei. Londra ha finito in ribasso del 2,42% a 5.171,90 punti, il Dax di Francoforte ha archiviato la seduta in calo dell'1,91% a 6.081,70 punti. A Parigi il Cac-40 ha registrato un pesante -1,96%, terminando le contrattazioni a quota 4.061,15.

Numeri da brivido dunque nonostante il recupero finale che ha riguardato un po' tutti i listini europei in seguito al tonfo del prezzo del petrolio, scivolato sotto i 140 dollari al barile. Una caduta improvvisa, che è stata determinata proprio dalle parole allarmanti del numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke, che, parlando dell'economia americana, ha detto di aspettarsi rischi al rialzo per l'inflazione e al ribasso per la crescita.

Previsioni che non hanno certo dato coraggio ai mercati finanziari, ma che hanno almeno avuto l'effetto di ridurre drasticamente, nel giro di pochi minuti, il prezzo del barile, che in mattinata era tornato vicino ai suoi massimi.

A MILANO IL TITOLO PEGGIORE E' PARMALAT
A Milano, maglia nera tra le società a maggiore capitalizzazione è stata Parmalat (-7,81%) che lunedì sera aveva rivisto al ribasso i target 2008 alla luce dell'accentuarsi della crisi economica e finanziaria. In particolare, la società ha precisato che la situazione di rallentamento economico a livello internazionale "ha inciso, in maniera maggiore di quanto previsto nello scorso mese di maggio, sull'andamento economico delle controllate Parmalat Australia e Parmalat Sud Africa". Male anche Seat Pagine Gialle (-5,1%) sulla scia delle concorrente inglese Yell (-7,33% a Londra), su cui ha pesato il taglio di prezzo obiettivo a 55 pence da 140 operato dal Credit Suisse.

Gli ordini di vendita hanno penalizzato Saipem (-4,91%), esclusa dalla lista dei titoli europei preferiti di Lehman Brothers, Buzzi Unicem (-4,79%), Tenaris (-4,45%) e Fastweb (-4,3%).

Pesante Telecom Italia (-4,26%), con il titolo che rivede i livelli del 1998, dopo i problemi emersi in Sud America, con l'arresto dell'ex presidente di Brasil Telecom, e il sequestro di 49 milioni di dollari da parte del Governo della Bolivia. E' stata inoltre un'altra giornata nera per le banche (-3,81% il sottoindice stoxx), depresso dalle difficoltà del settore statunitense e dal tonfo di Fortis (-11,24% ad Amsterdam), su cui sono in corso accertamenti dal parte dell'autorità di Borsa olandese.

A Piazza Affari hanno perso terreno UniCredit (-3,94%), Mps (-3,7%) e Intesa SanPaolo (-3,34%). In controtendenza invece Bpm (+2,02%) dopo che le indiscrezioni sull'esito dell'ispezione di Bankitalia hanno rilanciato la speculazione su possibili operazioni straordinarie in arrivo. Nel resto del listino sono andate a picco Data Service (-12,69%), Eutelia (-11,84%), Risanamento (-11,24%) e Chl (-11,04%). In luce invece Montefibre (+8,28%), Socotherm (+3,79%), e Brioschi (+2,83%).


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permalink | inviato da nerononpercaso il 16/7/2008 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 maggio 2008

OTTIMO TREMONTI

La ricetta del neoministro: lotta al caro-mutui, cominciare a far pagare banche e petrolieri e cambiare la Costituzione. 















Quali italiani dovranno fare sacrifici ora? "Le banche e chi incassa la rendita petrolifera, certo non i poveri". E' questo il progetto del ministro dell'Economia Giulio Tremonti che ha indicato proprio in banche e petrolieri i destinatari dei sacrifici annunciati da Silvio Berlusconi subito dopo le elezioni. "Qualche sacrificio devono iniziare a fare banche e petrolieri - ha spiegato - le banche dovranno pagare qualcosa in più di tasse se non faranno pagare meno i mutui alle famiglie". Mentre per quanto riguarda i petrolieri Tremonti ha spiegato che "prendono più soldi perché è aumentato il prezzo".

"Posso escludere che abbiamo un tesoretto": lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti rispondendo alle domande di Lucia Annunziata durante la registrazione di 'In mezz'orà che gli chiedeva con quali fondi copriranno i primi provvedimenti annunciati dal governo (Ici, sicurezza, straordinari). "L'andamento delle entrate fiscali non è buono e questo non perché l'evasione da gennaio è ripartita - ha detto - basta guardare all'andamento dell'Iva sugli scambi interni che è negativo perché l'economia va male. Insomma tesoretto zero". Alla domanda se il governo avvierà una due diligence sui conti pubblici Tremonti ha spiegato che "sui conti c'é un controllo assoluto. Ci sono molti occhi sopra. Chiederemo quindi agli istituti nazionali e internazionali una valutazione aggiornata. Nei documenti dell'Ue c'é la parola 'rischio' su tante voci, chiederemo di discutere insieme i numeri di chiusura del 2007 e 2008 che purtroppo non sono buoni". Ma dove troverete le risorse? "Qualche idea ce l'ho, ma non la dico adesso. Siamo in una stagione non buona, ci saranno problemi e una situazione non facile. Non per colpa del governo Prodi che però ha fatto l'errore di non capire cosa stava succedendo nel mondo. Il governo Prodi è stato imprudente. In una stagione buona ha fatto la cicala e non la formica. Più entrate c'erano e più spese facevano".

Tremonti ribadisce la decisione di abolire l'Ici sulla prima casa. Poi si interverrà anche sul caro-mutui che 'strangola' le famiglie italiane. Lo ha detto lo stesso ministro durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata. "Abbiamo detto che azzeriamo l'Ici sulla prima casa. Seguiremo lo sgravio già ipotizzato e chiaramente castelli e ville non saranno compresi nel provvedimento. Ma poi parleremo anche dei mutui".

"Cerchiamo una soluzione italiana e fondamentalmente privata. Se non funziona vedremo": così risponde il ministro dell'Economia Giulio Tremonti durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata alla domanda se Alitalia potrebbe tornare in mano pubblica. Più in generale il ministro spiega di avere avuto poco tempo ancora per 'guardare le carte', ma - afferma - "una cosa è sicura: un conto è fare campagna elettorale e un conto è essere al governo. Per Alitalia saranno seguite le procedure di legge. Ma mica aspetto che arrivi qualcosa dal cielo. One moment - ha aggiunto il ministro - wait a moment. Saremo dentro le procedure di legge e dentro quelle procedure guarderemo le offerte". Ma avremo una nuova Iri? "Io spero di no. L'impegno è per una cordata italiana e molti imprenditori si sono impegnati. Il rischio che la nostra compagnia andasse in mano ad un nostro concorrente nel turismo è stato evitato"

Il primo Consiglio dei ministri "operativo" si terrà a Napoli tra due settimane. E in quell'occasione il governo dovrebbe affrontare tre provvedimenti: l'abolizione totale dell'Ici sulla prima casa, la detassazione degli straordinari e un pacchetto sicurezza. Lo ha confermato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti intervistato da Lucia Annunziata durante la registrazione di 'In mezz'orà che andrà in onda domani alle 14,30. "Lunedì - ha spiegato Tremonti - ci sarà il Consiglio dei ministri per completare la squadra di governo. Poi devo andare a Bruxelles (per partecipare all'Eurogruppo e all'Ecofin, ndr). Quindi penso che il Cdm di Napoli non sarà la prossima settimana ma quella dopo (cioé dal 19 al 25 maggio) lì ci sarà il primo Cdm operativo". Tremonti ha spiegato che questo non dipende da tentennamenti nel governo sulle decisioni da prendere ma dal fatto che "non abbiamo ancora la fiducia e la chiediamo al Parlamento questa settimana. Non si fa un decreto senza avere la fiducia". Alla domanda se saranno uno più decreti a tradurre il legge questi primi tre provvedimenti Tremonti spiega che si tratta di "cose che devono essere decise ma si deve agire di colpo e in fretta".

Per il ministro dell'Economia Giulio Tremonti è "fondamentale cambiare la Costituzione insieme all'opposizione. Non fare più scontri ideologici che sono inutili". Lo ha spiegato lo stesso ministro durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata. "La Costituzione va cambiata - ha detto - perché come è stata modificata nel 2000-2001 blocca il paese". Questa disponibilità nei confronti dell'opposizione non vuole però dire che ci saranno accordi sottobanco: "Certo - sottolinea Tremonti - non ci sarà nessun inciucio". Sempre parlando dei rapporti con l'opposizione Tremonti spiega che anche il centrosinistra ha "più volte detto in campagna elettorale" di voler modificare la Costituzione. Il luogo naturale di questa discussione sarà il Parlamento "che deve tornare ad essere la piazza fondamentale del confronto. Avevamo la bozza Violante che era un testo molto buono" e da lì, fa capire Tremonti si potrebbe riniziare a discutere e poi "dall'autunno dobbiamo anche affrontare il federalismo fiscale".

Il primo confronto fra il nuovo esecutivo e i sindacati sarà sul provvedimento per la detassazione degli straordinari", afferma Tremonti. "Il primo punto di confronto sarà sul provvedimento che faremo a Napoli sugli straordinari. Su quel provvedimento dovremo discutere. Ma penso ci sia una logica di dialogo costruttivo da entrambe le parti". Tremonti avverte però che per quello sugli straordinari, che sarà un provvedimento sperimentale, ci sono dei limiti. "Limiti fondamentali di finanza pubblica e vincoli europei. Abbiamo il terzo debito pubblico più alto del mondo", ricorda Tremonti. Per quanto riguarda sia il provvedimento sull'Ici che quello sugli straordinari Tremonti precisa che "non abbiamo ancora testi scritti. Quando avremo una base di ragionamento la presenteremo. Ci vuole un po' di tempo anche perché quella sul lavoro è una misura che non c'é mai stata in Italia".


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8 maggio 2008

Cosa ha deciso la Trilaterale [di Maurizio Blondet]

«Politica interna ed estera USA: bozza di linea per la prossima Amministrazione»: questo il titolo della prima giornata di riunione della Commissione Trilaterale, tenutasi a Washington il 25-28 aprile, ovviamente e come sempre a porte chiuse. Ma Jim Tucker, il giornalista famoso per «auscultare» le riunioni segrete del Bilderberg, aveva qualche fonte anche lì (1).

E qualcosa ha saputo. Vediamo dunque la «linea» che i più ricchi privati di USA, Europa e Giappone, in rappresentanza delle maggiori multinazionali, dettano al prossimo governo americano.

Secondo il consesso, il futuro presidente dovrà anzitutto aumentare gli aiuti americani ai Paesi esteri, perchè, è stato detto, «L’America non versa la sua giusta parte» degli aiuti internazionali. Il presidente futuro dovrà anche pagare la quota USA per il mantenimento dell’ONU (la Casa Bianca è in arretrato: i neocon che la teleguidano detestano l’ONU).

Peter Sutherland, rappresentante del segretario generale ONU per l’immigrazione, ha caldeggiato una maggiore apertura degli Stati Uniti verso l’immigrazione, raccomandando una amnistia per i milioni di clandestini messicani e sudamericani in USA. Sarà bene notare che Sutherland, questo umanitario, è anche presidente di British Petroleum e Goldman Sachs International, oltrechè un alto esponente del Bilderberg.

Non è dunque un caso se durante il panel intitolato «Global Financial Crisis», si sono sentiti solo interventi attorno al «dovere» dello Stato americano di «intervenire» per soccorrere «le istituzioni finanziarie sotto stress», e nemmeno una parola sul soccorso ai milioni di americani che si vedono pignorare la casa, o caderne tragicamente il valore di mercato.
Il liberismo globale non ammette eccezioni: intervento pubblico è il Male Assoluto, tranne che per le banche loro.

A parlare della crisi c’erano infatti Andrew Crockett, presidente di JP Morgan Chase International, David Rubenstein, gestore del Carlyle Group, Robert Kimmit oggi vicesegratario al Tesoro ma prima altissimo capintesta di Lehman Brothers, oltrechè Martin Feldstein, economista di Harvard, ex consigliere economico di Ronald Reagan, nonchè Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale e da sempre socio del Bilderberg.

C’erano anche giornalisti molto selezionati, da David Gergen dell’US News and World Report, e Lionel Barber, uno dei direttori del Financial Times: che naturalmente non hanno scritto un rigo sulle riunioni, anche se vi hanno partecipato attivamente, presiedendo alcuni panel, oppure «intervistando» per lo scelto pubblico questo o quel grand’uomo. Sul podio, con domande complici, e a porte chiuse.

Il giornalista Bill Emmot, dell’Economist, per esempio ha intrattenuto la cena dei signori allo Smithsonian Art Museum parlando della «crescita dell’Asia». Naturalmente si è molto parlato del «global warming» e si è consigliato il futuro presidente USA di spendere di più contro l’inquinamento; su come ridurre l’effetto-serra, si è ventilata una tassa ecologica sui voli aerei.
Il dollaro a 120, e il cui rincaro dipende al 60% dalla speculazione sui futures petroliferi, non allarma quel nobile consesso. La questione è gestita dal Bilderberg, che nella sua riunione segreta in Germania del maggio 2005, per bocca del suo socio Henry Kissinger, raccomandava un raddoppio del barile (allora era a 40 dollari) entro 12-24 mesi. Il che è avvenuto disciplinatamente.

Nel 2006, a Ottawa, il Bilderberg non si era dimostrato contento dei progressi, ed aveva raccomandato un rincaro sui 105 dollari entro la fine del 2008. Ora Goldman Sachs prevede che si arriverà a 200.

Previsione alla portata di personalità che si incontrano fra banchieri-speculatori e compagnie petrolifere, e che non preoccupa. Loro fanno enormi profitti sui rincari. E il prezzo proibitivo avvicina quella che Barroso suole chiamare
«la rivoluzione post-industriale», che implica fra l’altro la fine del ceto medio.

Rumori di dissenso si sono ascoltati solo quando Robert Blackwill, già vice-consigliere nazionale per l’Iraq, ha intrattenuto
i signori sulla necessità di «impegnare (engage) l’Iran e costruire la pace in Medio Oriente». Blackwill ha assicurato che la «opzione militare resta sul tavolo», ma si spera negli sforzi diplomatici.

Più interessanti le conversazioni e i pettegolezzi di corridoio. I signori tengono molto al NAFTA, il mercato comune USA-Messico-Canada, e si sono detti: «John (McCain) è sempre stato a favore del libero commercio, anche davanti ai sindacati; Hil (Clinton)  e Barak (Obama) fingono di eccepire su alcuni punti, ma è recita politica. Sono solidamente a favore». Anzi, «Hil», si ricordavano l’un l’altro i signori, come first lady ha tenuto sedute strategiche con il big business per indurre il Congresso ad approvare il NAFTA.

Molto sarcasmo invece è stato speso contro Ron Paul. Non perchè il candidato indipendente abbia una sola possibilità di occupare la Casa Bianca; ma li preoccupa la moltitudine di giovani che si sono mobilitati per lui, ed ascoltano i suoi discorsi. Questa generazione, si sono detti i trilateralisti, «si sta facendo un’educazione politica» in questo modo. Il che può «causare danni significativi in futuro», visto che Ron Paul non vuol cedere la sovranità nazionale al NAFTA (come gli europei l’hanno ceduta alla UE), si oppone alle missioni di «mantenimento della pace» all’estero, e proclama che bisogna ritirare le truppe dall’Iraq e, peggio, ridurre le imposte non sui ricchi, ma sul ceto medio.

I signori hanno perciò deciso di influire sul partito repubblicano perchè faccia pressione su Ron Paul e lo induca a rinunciare alla corsa al più presto, onde mettere fine ai suoi corsi di educazione politica un po’ troppo affollati. L’incarico è stato assegnato a Thomas Foley, già portavoce della Casa Bianca.

Kissinger era presente ma non ha parlato. E’ decrepito e dicono che abbia problemi alla gola. Fra gli europei, Tucker segnala solo Elisabeth Guigou, già ministra francese per gli affari europei. Nell’insieme, i politici presenti sembravano essere della generazione passata, dell’era Reagan o dell’era Nixon.

Si può ipotizzare che la Trilaterale ritenga di poter riprendere l’influenza che aveva prima dell’avvento dei neocon, che hanno sviato il progetto globalista con il loro bellicismo per Israele? Il futuro lo dirà: i signori erano sicuri di avere in tasca tutti i tre candidati.

Può darsi che trovino una convergenza in un senso preciso: mano pesante alla israeliana contro le opinioni pubbliche contrarie alla globalizzazione. Il direttore di Newsweek, Fareed Zakarias, uno dei giornalisti invitati, ha appena elevato un rimprovero agli americani, convinti all’80% che il Paese sia sulla strada sbagliata (saranno i mutui sub-prime e la rovinosa costosissima guerra in Iraq?).

«Miliardi di persone sono uscite dalla abbietta miseria» grazie alla globalizzazione, li rimprovera Zakarias,
il giornalista-impiegato della Trilateral, «il mondo sarà arricchito e nobilitato via via che diventano consumatori, produttori, inventori, sognatori...il 40% delle superlauree in America lo guadagnano gli immigrati» (2).

Niente sugli immigrati che lavano i pavimenti. Nè sulla fame prodotta dai nuovissimi rincari sugli alimentari di base: anzi quella è buona, perchè segnala «l’aumento dei consumi» nel mondo globalizzato. E nemmeno una parola sui 10 milioni di tedeschi che, in uno dei pochi Paesi in pieno boom economico, sono usciti dalla classe media in questi anni, per accrescere le fila dei nuovi poveri. O sui milioni di francesi che subiranno un ulteriore taglio alle pensioni, grazie a Sarkozy.

«Viviamo nel periodo più pacifico mai provato dalla specie umana», si arrabbia Zakarias, ma noi americani «siamo diventati sospettosi del commercio, dell’apertura, dell’immigrazione, degli investimenti esteri».

Così non va. Se siete scontenti, vi metteremo in riga. La presidenza Bush ha visto l’allestimento di campi di raccolta e detenzione allo scopo – com’è detto ufficialmente – di «sostenere il rapido sviluppo di nuovi programmi».

In cosa consistano i nuovi programmi non viene detto. Essi sono compresi nel «continuity of goverment», il programma generale di mantenimento del governo in casi di emergenza estrema e non specificata. A questa necessità provvedono programmi software che indentificano, attraverso un filtro chiamato «social network analysis», a identificare persone che manifestano qualche scontentezza sull’andamento delle cose.

Nel database, gestito dai militari, ci sono già 8 milioni di americani segnalati come sospetti di scontentezza, o di volontà d’opposizione (3). Vi godrete la globalizzazione, che lo vogliate o no.





1) James Tucker, «Global elite gather in DC», American Free Press, 6 maggio 2008.
2) Fareed Zakarias, «The rise of the rest», Newsweek, 3 maggio 2008.
3) Ed Martin, «If you are reading this, Bush has reserved a bunk for you in one of his detention camps», OpEdNews, 6 maggio 2008. «In the spring of 2007, a retired senior official in the U. S. Justice department sat before Congress and told a story so odd and ominous, it could have sprung from the pages of a pulp political thriller.  It was about a principled bureaucrat struggling to protect his country from a highly classified program with sinister implications.  (…) The bureaucrat was James Comey, John Ashcroft's second-in-command at the Department of Justice during Bush's first term. In his testimony before the Senate Judiciary Committee, he described how he had grown increasingly uneasy reviewing the Bush administration's various domestic surveillance and spying programs.  Much of his testimony centered on an operation so clandestine he wasn't allowed to name it or even describe what it did.  (…)  the program that Comey found so disturbing went forward at the demand of the White House, "without a signature from the Department of Justice attesting as to it's legality," he testified. What is this program?  A former military operative has been told that the program utilizes software that makes predictive judgments of targets' behavior and tracks their circle of associations with "social network analysis». (…) Bush, in one of his addresses to the nation, said the program was part of planning to assess threats to the "continuity of our government".


http://www.effedieffe.com/content/view/3099/179/


22 aprile 2008

Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

 Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

Continuano le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per compensare i gravi effetti della crisi dei subprime e la perdita di fiducia nel settore bancario. Nonostante da più parti si continui a sostenere che il peggio è passato, la Banca d’Inghilterra ha confermato ieri che per fronteggiare la crisi di liquidità nel settore avvierà a breve un piano “anti-crisi” da 50 miliardi di sterline, pari a circa 63 miliardi di euro. Secondo quanto si legge in un nota dell’istituto centrale, il piano consentirà alle banche locali in difficoltà di attuare operazioni di ‘swap’, scambiando “temporaneamente obbligazioni garantite da mutui delle banche e altre obbligazioni strutturate con titoli del Tesoro britannico”, cioè di debito pubblico. Grazie a questo scambio, che riguarderà solo le attività avviate entro la fine del 2007 (e non i nuovi prestiti strutturati), la Banca d’Inghilterra mira ad alleggerire i bilanci degli istituti di credito rendendo possibile l’emissione di nuovi prestiti e permettendo così alle banche di continuare ad operare anche durante le prossime crisi di liquidità. A conferma che la crisi finanziaria non è affatto sulla via della conclusione, inoltre, l’istituto centrale ha previsto che la durata dei contratti ‘swap’ sarà di un anno, rinnovabili però fino a ben tre anni. Il rischio delle perdite, ha sottolineato comunque la Banca d’Inghilterra, rimarrà nelle mani degli istituti locali.
La coraggiosa decisione presa dall’istituto centrale del Regno Unito, a ben vedere, si configura in sostanza come un nuovo intervento pubblico da parte dell’istituto d’Oltremanica, peraltro in contrasto con quanto teorizzato dalla Bce, contraria a priori a qualsiasi forma di aiuto di Stato. Un fatto che porta nuova linfa al dibattito, sollevato anche da Giulio Tremonti, sulle strategie necessarie per affrontare una crisi senza precedenti, capace di mettere fortemente a rischio la crescita mondiale e che continua a mietere vittime aldiquà e aldilà dell’oceano.
Nello stesso giorno in cui la Banca centrale ha confermato il piano anti-crisi, infatti, la Royal Bank of Scotland (RbS) ha confermato alcune anticipazioni stampa che ipotizzavano un imminente aumento di capitale tramite emissione di azioni da parte del al colosso finanziario.
La seconda banca del Regno Unito, a quanto sembra, chiederà ai propri azionisti circa 20 miliardi di dollari proprio per coprire, con questa significativa iniezione di liquidità, le forti perdite legate ai mutui subprime Usa. In particolare, secondo indiscrezioni non confermate, l’operazione dovrebbe essere gestita da Merrill Lynch, Goldman Sachs e Ubs e prevedere l’emissione di azioni per circa dieci miliardi di sterline e svalutazioni per circa sette.
Una decisione quella di RbS che, purtroppo, promette di non essere l’ultima, non solo in Inghilterra ma anche nel Vecchio Continente e aldilà dell’oceano. Mentre la banca centrale del Regno Unito si prepara a farsi carico delle cartolarizzazioni dei mutui degli istituti di credito britannici, infatti, con molta probabilità quest’ultimi si preparano ad annunciare nelle prossime settimane nuovi aumenti di capitale per decine di miliardi di sterline, con significativi incrementi delle svalutazioni che, nel complesso, finiranno per riportare le perdite delle banche locali britanniche in linea con quelle delle rivali statunitensi.
Altrettanto preoccupante appare la situazione degli istituti dell’Europa continentale.
Proprio ieri l’Ubs ha reso noto a Basilea di aver pubblicato un documento indirizzato agli azionisti, convocati in assemblea generale per domani, nel quale sono riportati i principali fatti e dati connessi alle posizioni e alle perdite della banca nel settore dei subprime fino al 31 dicembre scorso. Da quanto risulta, complessivamente nel 2007 il colosso svizzero aveva registrato perdite per 4,4 miliardi di franchi e svalutazioni per circa 21 miliardi. Nello stesso tempo, l’Ubs ha comunicato di aver pubblicato un riassunto del suo rapporto destinato alla Commissione federale delle banche (Cfb) sulle perdite derivanti dalla crisi, in parte sintetizzato nel rapporto inviato agli azionisti, nel quale sono state analizzate le linee operative che hanno subito perdite, i modelli operativi e le iniziative di crescita promosse da Ubs in queste attività, gli sviluppi relativi alle perdite nelle attività rilevanti, l’attuazione di attività di gestione e controllo del rischio nonché le principali conclusioni in merito alle cause delle perdite. Ancora agitate le acque oltreoceano: scatenando reazioni negative sugli indici di Wall Street e spingendo ancora al ribasso il dollaro, ieri la Bank of America ha reso noto di aver chiuso i primi tre mesi del 2008 con un calo degli utili di ben il 77% rispetto allo stesso periodo del 2007, con profitti pari a 1,21 miliardi di dollari, vale a dire 23 centesimi per azione, la metà rispetto ai 41 centesimi attesti dagli analisti. In calo anche i ricavi, scesi del 6% a 17,3 miliardi, e i profitti delle divisioni corporate&investment bank e corporate, ridottisi di oltre un miliardo di dollari. In salita, di contro, svalutazioni e perdite da credito, passate da poco più di un miliardo di dollari nel primo trimestre 2007 a circa 6 miliardi nello stesso periodo del 2008. Pur affermando di trovarsi “in una posizione di forza per sostenere gli scossoni nel sistema”, la banca statunitense ha poi comunicato di aver aggiunto alle perdite previste da prestiti una riserva di 3,3 miliardi di dollari, decisione che lascia facilmente ipotizzare ulteriori perdite nel prossimo trimestre.
Di fronte ad una così difficile situazione, rispetto alla quale la Fed e la Banca d’Inghilterra appaiono pronte ad intervenire anche con la mano pubblica, la Bce continua purtroppo a restare ferma su posizioni che Tremonti definirebbe superate e incapaci di rispondere alla mutata realtà e a comportamenti delle banche ormai sfuggiti di mano agli istituti centrali.

http://www.rinascita.info/cc/Prima_Economia/EkpllyAZVFYPrAVCyj.shtml


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21 aprile 2008

Giulio Tremonti boccia Draghi e critica la follia del libero mercato

"A occhio è un po' come un'aspirina data per una malattia più grave": Giulio Tremonti, ministro dell'Economia in pectore, non esprime un giudizio tenero sul rapporto del Financial Stability Forum presentato dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, all'ultima riunione del G7. Rapporto in cui si indica la strada per affrontare e prevenire le crisi dei mercati finanziari. Ma per il futuro inquilino di via XX Settembre si tratta di una ricetta "non sufficiente", perché si affida a "strumenti vecchi e fumosi", e "reticente", perché "omette di parlare di nazionalizzazioni e di aiuti di Stato". "Verso un nuovo mondo - afferma - non si può andare con idee e strumenti vecchi". Tremonti ripete più volte ai giornalisti di parlare non come futuro ministro, ma esclusivamente come presidente dell'Aspen Institute Italia, che a Parigi ha organizzato una due giorni a porte chiuse in cui economisti europei e statunitensi si sono confrontati proprio sull'attuale situazione di crisi dei mercati e dell'economia. "C'è la consapevolezza di una crisi generale molto profonda e che non è finita - spiega - Una crisi non solo economica, ma anche sociale, con l'impoverimento del ceto medio, e fatta di tensioni geopolitiche". In questo quadro, per Tremonti, è l'ora di cambiare approccio e di ripensare il sistema dei mercati, ricorrendo a strumenti nuovi e percorrendo vie nuove per generare crescita e sviluppo. A partire da quello che è un suo vero e proprio pallino, vale a dire l'emissione di titoli di debito europeo per finanziare investimenti europei, i cosiddetti eurobond. E per quel che riguarda le proposte contenute nel rapporto del Financial Stability Forum, spiega come secondo lui è un po' come "chiudere la porta dopo che sono scappati i buoi". "Non è un testo che uno poi si va a rileggere. Nelle sue conclusioni - sottolinea Tremonti - non c'è mai la parola nazionalizzazione. Si omette così il passaggio più significativo. Dove si fa l'elenco degli strumenti da utilizzare si parla di iniezione di liquidità e di altre cose fumose. Ma il rapporto è reticente sulla parola chiave 'aiuti di Stato'. Non si parla di 'salvataggi'. E se un rapporto del genere non parla di cose reali, come le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora, siamo di fronte a quel tipo di cultura, di tecnica, che non basta più per gestire cose che sono cambiate. Verso un nuovo mondo non si può andare con idee e strumenti vecchi". Per il futuro ministro, infatti, "viviamo in tempi non ordinari, ma in tempi straordinari. Non è più - spiega - un problema di crescere dello 0,3 o dello 0,2%. Questo tipo di modellini basati sulle previsioni di crescita dello zero-virgola non funziona più. E tutto il set di strumenti finora applicati alla crisi dei mercati - sostiene - è come la pennicellina portata dagli alleati nel 1945: dopo mezzo secolo non è più l'antibiotico più efficace". Tremonti fa un parallelo con la crisi del '29: ''Tutto avviene fuori da ogni controllo. Ma nel '29 i controlli non c'erano. Oggi ci sono, ma sono domestici, nazionali, dunque insufficienti e inadeguati per fronteggiare i problemi sollevati dalla diffusione dei nuovi strumenti finanziari, come gli equity fund per i quali l'unica regola è non avere regole". 

http://www.ansa.it/

7 aprile 2008

Serve un ordine nuovo

Così Tremonti sostiene la necessità di metter freno al liberoscambismo

Il caos sui mercati finanziari e nel commercio è globale. Per questo serve un nuovo ordine, basato su regole e magari su una nuova Bretton Woods. Giulio Tremonti, in videochat con i lettori del Corriere.it, torna a ribadire le tesi esposte nel suo libro La paura e la speranza. A sintetizzare il pensiero dell'ex ministro dell'Economia dei governi Berlusconi (l'unico ad avere già il posto assicurato in caso di vittoria del Pdl), basta una frase: “Il mercato fin dove è possibile, il governo quando è necessario”. Ma concretamente, chiede un lettore, cosa farà per combattere questo eccesso di "mercatismo"? “Per rispondere cito un esempio. Quando facevo il ministro, in una riunione del G7 mi rifiutai di firmare un documento che citava la formula "free trade" (libero commercio) preferendo la formula "fair trade" (commercio corretto). Alla fine venne scelto un compromesso: "rules based trade", commercio basato su regole. Se tornassi, chiederei di ripristinare quella formula”. Tremonti rifiuta però l'etichetta di "protezionista": “Prima di tutto il protezionismo nazionale in Europa è vietato. Ma si potrebbe fare come l'America. Se c'è un prodotto penalizzato da dumping, concorrenza asimmetrica o sleale, hai il diritto di intervenire. Ne ho parlato spesso con la Bonino. Lei ha chiesto i dazi per i compressori d'aria: ecco, per me ha fatto bene, anche se lei poi si dichiara contro i dazi. Con una precisazione: non è che con i dazi risolvi tutto, ma almeno ti permettono di guadagnare un po' di tempo per affrontare il problema”.

EURO - A proposito della questione prezzi, Tremonti ricorda un suo vecchio cavallo di battaglia: l'euro di carta. “Il passaggio alla moneta unica ha distrutto un elemento fondamentale: la capacità di calcolo della popolazione. La nostra proposta era quella di prevedere, per alcuni anni, una doppia circolazione: l'euro andava bene per i bilanci degli Stati e delle grandi società, ma per comprare una pizza o un paio di jeans bisognava continuare a pagare in lire”.
ARRABBIATO - Qualcuno gli fa notare che appare sempre un po' arrabbiato. “E' che ho fatto il ministro dell'Economia in un periodo molto difficile: gestire il terzo debito del mondo senza essere la terza economia del mondo, e per di più in recessione, ti prova nella psiche e nel fisico...” “Certo - aggiunge il vicepresidente di Forza Italia - è più facile fare il ministro quando le cose vanno bene. Quando però fai il ministro in un periodo difficile, passato questo puoi dire: 'Ho fatto anche delle cose giuste'”.

http://www.noreporter.org/

http://www.corriere.it/






Insomma...anche Tremonti ha capito che il libero mercato è na puttanata colossale, adesso la domanda sorge spontanea....che ci fa ancora in quella fogna?

26 marzo 2008

Spot contro il signoraggio

 


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18 marzo 2008

La lenta agonia del capitalismo

 
BORSE EUROPEE, IN FUMO CIRCA 304 MILIARDI DI EURO
In Europa uno scossone che porta i titoli ai minimi dal 2005, e anche in Asia i mercati non potevano reagire peggio al taglio del tasso di sconto di 25 punti base, ora al 3,25%, annunciato dalla Federal Reserve Usa con una mossa a sorpresa a tarda notte che non sembra servitas. A New York la seduta è impostata al ribasso anche se il Dow Jones lima in parte le perdite grazie ai guadagni superiori al 10% di JPMorgan, pronta a mettere le mani su Bear Stearns a un prezzo stracciato che equivale al 90% in meno della quotazione di Borsa della scorsa settimana.

E' poi un'altra seduta di passione per le banche, da una parte all'altra dell'emisfero, con Mitsubishi Ufj Financial scivolata a Tokyo a livelli che non vedeva da febbraio 2004 mentre Ubs (-14% a 24,5 franchi) a Zurigo scende ai minimi da nove anni nonostante i mercati scommettano su un maxi-taglio da un punto percentuale del tasso sui Fed Fund alla riunione della Fed di domani. In Giappone il Nikkei 225 e in Europa il Dow Jones Stoxx 600 sono schiacciati ai livelli del 2005. "Questo mostra l'ampiezza della crisi - commenta un gestore da Parigi - E' come il gioco del domino, sembra non avere fine". E forse anche Abby Joseph Cohen, la mitica analista nota per le sue previsioni rialziste sull'andamento della Borsa, non prevedeva una crisi di queste proporzioni, quando ha lasciato il posto di responsabile Goldman Sachs per le stime legate all'andamento dell'indice S&P 500 a David Kostin.

Quest'ultimo ha messo in conto invece che l'indice S&P 500 potrebbe scendere del 10% a 1.160 punti prima di risalire la china a 1.380 punti a fine anno. Abby Cohen nella sua ultima previsione aveva invece scommesso sull'indice a quota 1.675,0 punti a fine 2008, il che significa un rialzo del 32% dagli attuali valori. Nel Vecchio Continente sono andati in fumo circa 304 miliardi di euro (la capitalizzazione del DJ Stoxx 600 è scesa a 7.090 miliardi di euro). Da inizio anno l'indice paneuropeo ha perso il 20,4% e, in termini di capitalizzazione, significa che i listini europei hanno bruciato 1.817 miliardi di euro. E' il tonfo più consistente dal 21 gennaio, il lunedì nero in cui la sola Europa aveva bruciato 437 miliardi di euro, e della crisi del mercato dei capitali si intravedeva solo la punta dell'iceberg. Su tutti e 18 i mercati nazionali gli indici hanno chiuso in calo con perdite tra il 3 e il 4 per cento. Gli investitori sono settati sul 'panic mode', ironizzano nelle sale operative, mentre nell'epicentro della bufera si trovano i titoli finanziari. Deutsche Bank ha perso il 6%, Bnp il 4,7 per cento. Maglia nera per Siemens (-17%) che ha tagliato di 900 milioni di euro le stime per il trimestre in corso. Una traccia anche per le altre società quotate sul DJ SToxx 600 che, secondo i timori degli analisti, vedranno i loro utili nel corso dell'anno "crescere solo del 3,5% contro le stime a fine 2007 che indicavano una crescita dell'11 per cento".

Nella notte, per scongiurare il fallimento che avrebbe potuto affondare il sistema finanziario globale, la banca centrale Usa ha concordato di sostenere con fondi per 30 miliardi di dollari massimi la copertura degli asset di Bear Stearns con maggiori problemi di liquidità, ed ha annunciato provvedimenti d'urgenza per rafforzare la liquidità sui mercati e promuovere il loro ordinato funzionamento, condizioni essenziali per la crescita economica. "L'attuale crisi finanziaria negli Stati Uniti verrà probabilmente giudicata come la più grave dalla fine della seconda guerra mondiale". Lo afferma l'ex presidente della Fed Alan Greenspan, in un editoriale pubblicato oggi dal Financial Times. La crisi, aggiunge, "finirà quando i prezzi delle case si stabilizzeranno e con essi anche i prezzi dei prodotti finanziari collegati ai prestiti ipotecari".

 Di seguito, gli indici dei titoli guida delle principali Borse europee.
- Londra -3,86%
- Parigi -3,51%
- Francoforte -4,10%
- Madrid -2,81%
- Milano -3,39%
- Amsterdam -3,79%
- Stoccolma -4,07%
- Zurigo -5,02%.

A SORPRESA LA FED TAGLIA COSTO DEL DENARO

La Federal Reserve, con una mossa a sorpresa, ha tagliato il tasso di sconto di 25 punti base, al 3,25%. Lo si legge in una nota.

Con una mossa a sorpresa, la Federal Reserve annuncia domenica (già lunedì 17 in Italia) due iniziative straordinarie a breve distanza dalla riunione del Fomc (il Federal Open Market Committee, il Board di politica monetaria) in programma martedì 18 marzo, dal quale ci si attendeva un taglio robusto dei Fed Fund di almeno lo 0,5%. La crisi di Bear Stearns ha invece spinto Ben Bernanke, il numero uno della banca centrale Usa, ad accelerare i tempi e a decidere manovre destinate a rafforzare la liquidità dei mercati e a promuovere il loro ordinato funzionamento, condizioni essenziali per la crescita economica. In primo luogo, Il Board ha votato all'unanimità di autorizzare la Fed di New York a creare linee di credito, pronte già per lunedì, per migliorare la capacità dei principali operatori di versare risorse al settore delle cartolarizzazioni. Le linee di credito saranno in vigore per un periodo di almeno sei mesi e potranno essere prorogate a condizioni di garanzia. L'estensione del credito ai dealer primari potrà essere fatta sulla base di titoli in garanzia, inclusa la vasta gamma di titoli di debito con investment grade. Il tasso di interesse addebitato su tale credito sarà pari a quello di credito principale, o tasso di sconto, presso la Federal Reserve Bank of New York. In secondo luogo, la Fed spiega di aver approvato con voto unanime la richiesta da parte della Fed di New York di tagliare il tasso di sconto dal 3,5%, al 3,25%, con effetto immediato. Il Board ha inoltre deciso l'aumento della durata massima dei prestiti al tasso di sconto (o anche primary credit) a 90 giorni rispetto ai precedenti 30 giorni.


http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_41015630.html


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permalink | inviato da nerononpercaso il 18/3/2008 alle 1:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

11 marzo 2008

La Federal Reserve inietta altri 200 miliardi

 

ROMA, 11 MAR - La Fed immettera' liquidita' fino ad un massimo di 200 mld dollari, il doppio rispetto all'importo gia' comunicato in asta questo mese. L'azione coinvolgera' anche la Bce, attraverso un'offerta fino a 30 miliardi di dollari nell' ambito delle operazioni cosiddette di 'currency swaps' gia' attuate a dicembre. La Fed ha comunicato inoltre che cambieranno in occasione di queste aste le modalita' relative ai titoli da consegnare in garanzia.

http://www.ansa.it/site/notizie/awnp...111195625.html







CHIUDETE GLI OCCHI, FARA' MALE, E PURE PARECCHIO........!!!










 


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