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9 febbraio 2009

Paolo Di Nella





Negli anni Ottanta il clima politico va lentamente cambiando, l'ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta si va esaurendo. Delle orde di comunisti urlanti sono rimasti solo pochi drappelli di terroristi armati, braccati da uno Stato che si è deciso a catturarli solo quando hanno "alzato troppo il tiro". Il resto della massa di rivoluzionari falliti sta disperdendosi: c'è chi si annienta nella droga, chi fa carriera nei partiti democratici, chi diventa un borghese "piccolo piccolo" o chi, invece, mette la propria "ferocia" al servizio del grande capitale. Così le aggressioni, gli agguati e i pestaggi si diradano; ma non scompaiono del tutto. D'altra parte tanta violenza, così pervicacemente coltivata, insegnata e, oltretutto, accettata dai mass media e quasi sempre impunita, non può sparire dal mattino alla sera.
L'ultima fiammata mortale di tanto odio la si registra ancora a Roma, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1983, quando due autonomi aggredirono a colpi di spranga Paolo di Nella, dirigente provinciale del Fronte della gioventù. Preferiamo, questa volta, lasciare la ricostruzione dell'episodio e della successiva inchiesta al testo di un dossier redatto, alcuni anni dopo, dal nucleo di Azione Giovani - Trieste Salario di Roma.
"Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta di firme.
Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la giovane militante che lo accompagnava, notarono alcune presenze sospette. Verso le 0.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone situato su uno spartitraffico di piazza Gondar. Qui sostavano due ragazzi che, appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui. Uno di loro lo colpì alla testa. Poi, sempre di corsa, fuggirono per via Lagotana. Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente alla scena.
Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita ancora sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla. Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per uno nelle sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.
Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dottor Marchionne. Non ci furono infatti né perquisizioni, né fermi di polizia tra gli esponenti dell'Autonomia Operaia del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti, magari per dar corpo all'ignobile storiella della "faida interna". L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto tornò ad essere chiuso in un cassetto.
La sera del 9 febbraio, alle 20,05, dopo sette giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunse a termine.
Seguirono giorni di forte tensione, in cui finalmente gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero finalmente fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.
Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a ragazzi di destra. Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne arrestato per caso la notte del 1 agosto 1983.
In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente lo aveva colpito. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Dopo tre mesi di silenzio, il 3 novembre, la ragazza venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato, ma un amico da lui appositamente scelto. Inoltre costui non doveva essere riconosciuto come complice dello sprangatore, ma come alternativa al Quarra nella persona dello sprangatore. A questo punto il giudice istruttore, dottor Calabria, disse alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso finalizzato a facilitare la scarcerazione del Quarra che avvenne il 28 dicembre. Questo proscioglimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, fu passato sotto silenzio. Se ne ebbe notizia solo il 30 maggio 1984, grazie ad un comunicato del Fronte della gioventù".

Con la morte di Paolo si chiude questo capitolo di sangue che è ormai storia, anche se quasi totalmente sconosciuta, del nostro Paese. Vogliamo chiuderlo con le parole di un'altra struggente canzone: "Generazione '78", di Fabrizio Mancinelli, che non solo descrive quegli anni, ma soprattutto il sentimento di un'intera generazione di ragazzi "un po' ribelli e un po' guerrieri" che hanno saputo sacrificarsi per un'ideale.




E ti svegli una mattina e ti chiedi cosa è stato,
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato,
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto.
Cominciava tutto un giorno, forse un giorno maledetto,
frequentando certa gente di sicuro differente,
è un battesimo di rito con il fiato stretto in gola,
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola,
e inciampare in un destino che ti cresceva dentro da bambino,
ed un ciondolo d'argento che ti tieni intorno al collo,
odio e amore per cercare di capire una logica ideale,
una logica ideale in cui ciecamente credi.

E tua madre piange sola e ti osserva dietro i vetri,
perché sa che non perdona questa guerra,
perché sa che non ha pace la sua terra

Un partito, vecchia storia, un'eredità che scotta,
nell'ambiguità di sempre come un senso di sconfitta,
e ignorare circostanze, giochi assurdi di potere,
che ne sai di quel passato di nostalgiche illusioni,
di un confronto che da sempre si è attuato coi bastoni?
E sentirsi viver dentro, a vent'anni, all'occasione,
per cercar di dare un senso alla tua Rivoluzione.

Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri,
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi
e la tua disperazione scagliò al vento le bandiere,
gonfiò l'aria di vendetta senza lutto, né preghiere,
su quei passi da gigante, per un attimo esitare,
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale,
fra le lacrime ed i vortici di fumo,
da quei giorni la promessa di restare tutti figli di nessuno

Pochi giorni di prigione ti rischiarano la vista,
dimmi, come ci si sente, con un'ombra da estremista?
Cosa provi nelle farse di avvocati e tribunali?

Ed Alberto che è finito dentro l'occhio di un mirino,
la Democrazia mandante, un agente l'assassino.
E Francesco che è volalo sull'asfalto di un cortile,
con le chiavi strette in mano, strano modo per morire.
Braccia tese ai funerali ed un coro contro il vento,
"oggi è morto un Camerata ne rinascono altri cento".
E il silenzio di un'accusa che rimbalza su ogni muro,
questa volta pagheranno te lo giuro...

Poi la sfida nelle piazze ed i sassi nelle mani,
caroselli di sirene echi sempre più lontani,
quelle bare non ancora vendicate...
le ferite quasi mai rimarginate.

Ma poi il vento soffiò forte, ti donò quell'occasione,
di combattere il sistema in un'altra posizione,
tra la fine del marxismo e i riflussi del momento,
costruire il movimento tra le angosce dei quartieri.
Ed un popolo, una lotta chiodo fisso nei pensieri
e generazioni nuove in cui tu credevi tanto.
Poi quel botto alla stazione che cancella tutto quanto.

E al segnale stabilito si da il via alla grande caccia,
i fucili che ora puntano alla faccia,
le retate in grande stile dentro all'occhio del ciclone,
tra le spire della santa inquisizione.

Poi le tappe di una crisi, di una storia consumata,
di chi trova la sua morte armi in pugno nella strada,
di chi viene suicidato in una stanza... di chi scappa...
di chi chiude nei cassetti anche l'ultima speranza.

E ti svegli una mattina, sulle labbra una canzone,
e l'immagine si perde sulla tua generazione,
quei ragazzi un po' ribelli un po' guerrieri,
che hanno chiuso nei cassetti e dentro ai cuori
tanti fazzoletti neri...





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permalink | inviato da nerononpercaso il 9/2/2009 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

29 ottobre 2008

Mario Zicchieri assassinato a sedici anni

da gente infame che poi si è messa in cattedra per insegnarci le “vie marxiste” alla felicità. 




Sei mesi esatti dopo la morte di Sergio Ramelli, quando sembrava già di aver toccato il fondo di ogni aberrazione nella violenza politica, arriva da Roma un'altra notizia shock.
E' il pomeriggio del 29 ottobre 1975 quando un gruppetto di ragazzi si accinge ad aprire, come tutti i pomeriggi, la sezione Prenestino del MSI in via Erasmo da Gattamelata. Stanno chiacchierando voltando le spalle alla strada quando arriva un'auto, un finestrino si abbassa, ne esce la canna segata di un fucile che esplode pochi, rapidi colpi, centrando in pieno il gruppo di ragazzi. La micidiale scarica di pallettoni uccide sul colpo Mario Zicchieri, detto "Cremino" per la sua corporatura esile, studente-lavoratore di 16 anni e ferisce Mario Lucchetti... 15 anni.
Così, sulla scena "politica" fa la sua comparsa per la prima volta il fucile a canne mozze di chiaro ascendente mafioso e la vile strategia omicida che ricorda i gangster americani degli anni 30. Ma l'azione (lo si scoprirà quindici anni dopo a seguito delle confessioni dei brigatisti Seghetti e Morucci) era stata studiata a tavolino "per incutere timore ai militanti di destra i quali, nonostante le ripetute aggressioni subìte, non davano segni di cedimento".
Zicchieri è la più giovane vittima di quegli anni assurdi e ancora oggi vengono i brividi pensando che si era avvicinato alla destra solo da pochi mesi, sull'onda emotiva dell'uccisione di Mantakas.
Per lui non ci fu giustizia, come per la maggior parte dei camerati assassinati. Gli esecutori materiali del delitto sono ancora tra noi...



12 ottobre 2008

Ciao Jorg...

Le ultime ore di Georg Haider










Haider è stato vittima del mortale incidente mentre si accingeva a raggiungere la festa per il novantesimo compleanno della madre.

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Ce l'hanno assassinato!

La gente d'Austria è convinta che Haider sia stato vittima di un attentato





















































Secondo molti cittadini della Carinzia - le cui opinioni sono state raccolte dal quotidiano "Der Standard" - il leader della destra xenofoba austriaca non sarebbe morto per le conseguenze di un incidente stradale, ma in seguito a un attentato. Prima di schiantarsi, Haider aveva trascorso la serata in un nightclub della cittadina di Velden. "Quando ho appreso la notizia ho pensato immediatamente ad un attentato", ha dichiarato al giornale viennese l'ingegner K., secondo il quale "la Rosenthalerstrasse, in cui si è verificato l'incidente, è a due corsie in entrambi i sensi di marcia ed è diritta come un palo. Haider era alla guida di una Phaeton, con lo stabilizzatore di direzione, l'auto più sicura che c'è. Stava tornando da una manifestazione, dove qualcuno deve aver manomesso la sua vettura". "Haider è stato ammazzato", ha affermato una studentessa, "la sua politica nei confronti della Slovenia era coerente e lui dava fastidio a qualcuno. Era l'unico che ha difeso la Carinzia contro Vienna". Un ex ufficiale ha spiegato che "non è stato Haider a causare l'incidente. Il giorno prima, c'era una festività pubblica in Carinzia e lui ha attaccato ancora una volta gli sloveni. Di nemici ne aveva abbastanza". Una commessa ha spiegato allo 'Standard' che "la strada era perfettamente diritta, con il fondo asciutto e senza la limitazione di 70km/h. Anche se fosse andato ad una velocita' doppia, l'incidente non sarebbe accaduto". Un'altra studentessa ha dichiarato di essere "sotto shock, anche se non l'ho mai votato", mentre diverse persone avanzano l'ipotesi che Haider sia andato fuori strada a causa di un infarto. Un'impiegata delle Poste ha affermato di non riuscire ancora a credere alla notizia, aggiungendo che "forse ha avuto un infarto durante la guida. Senza di lui il mondo non è più lo stesso". Una coppia di artisti di Klagenfurt ha spiegato che "Haider era noto per la sua guida veloce, ma anche sicura. Non ha mai avuto un incidente stradale. Forse si è trattato di un infarto". Il titolare di un negozio ha detto che "Haider era l'unico uomo politico che non si è arricchito. Adesso la politica non mi interessa piu'". Un impiegato dell'azienda elettrica ha dichiarato che "qui è una tragedia per tutti, Haider era una specie di patrono della Carinzia, anche se io non l'ho mai votato. Adesso ricadremo sotto le grinfie del governo di Vienna". Serata in un night prima dello schianto. Prima di schiantarsi contro un pilone di cemento a 10 chilometri da Klagenfurt, Joerge Haider aveva trascorso la serata in un noto locale notturno della cittadina di Velden, 'Le cabaret'. Il quotidiano viennese 'Die Presse' scrive che il governatore della Carinzia aveva assistito allo spettacolo 'Moulin Rouge Variete' durante il quale era stata presentata il magazine 'Blitzlichtrevue' (rivista lampo). Haider, che era in compagnia del segretario del suo partito Stefan Petzner, ha lasciato il locale dopo la mezzanotte per tornare nella sua residenza a Baerental dove si sarebbe dovuto festeggiare il 90esimo compleanno della madre Dorothea, che era giunta espressamente in Carinzia dall'Alta Austria. Poche ore prima di morire, il governatore della Carinzia si è anche fatto fotografare sorridente e abbracciato a una ragazza bionda, mentre solleva un cilindro sopra la sua testa. Il mortale incidente è stato segnalato alla polizia all'1.18 da una donna che era al volante di un'auto appena sorpassata da quella di Haider. Autopsia: "Haider morto sul colpo" Gli esami dell'autopsia condotta sul corpo di Joerg Haider confermano che il governatore della Carinzia è morto sul colpo. Secondo quanto indicato dalla radio austriaca, i medici dell'istituto di patologia hanno confermato che, anche se fosse stato soccorso all'istante, Haider sarebbe deceduto a seguito delle gravissime ferite riportate nell'urto. I medici hanno precisato di avere condotto gli esami necroscopici per volere accertare che Haider non avesse accusato manifestazioni patologiche, come ad esempio un infarto. E' stato precisato inoltre che il rottame dell'auto è ancora oggetto di accertamenti da parte della procura di Klagenfurt.

Di morti “provvidenziali” in strada con lati molto oscuri ne abbiamo tante, basti pensare a Lawrence d'Arabia e Adriano Romualdi. E riguardano tutti uomini “scomodi” e influenti orientati da una sola parte.

http://www.noreporter.org/


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permalink | inviato da Brigatista Nero il 12/10/2008 alle 19:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 ottobre 2008

Nanni Presente!

Il 5 ottobre 1980 trapassava in una cella di Rebibbia una delle figure più belle e magnifiche che abbiano calcato la nostra terra.















Nel pieno cuore degli anni di piombo, il 5 ottobre 1980, in una cella del supercarcere di Rebibbia, trapassava il giovanissimo Nanni De Angelis. Era l'epoca della caccia alle streghe. Sfuggito al blitz contro Terza Posizione effettuatosi il 23 settembre precedente e che aveva condotto in cella decine di innocenti che ne sarebbero usciti, assolti, solo cinque anni più tardi, Nanni era latitante da circa due settimane. Venne arrestato nel centro di Roma dove cadde in un'imboscata per la quale erano stati mobilitati oltre cento agenti, molti dei quali in borghese, travestiti da spazzini, gelatai, commercianti. Ammanettato, sdraiato, ad un lampione, Nanni venne massacrato di botte ricevendo numerosi calci alla testa.
Contro il parere del medico del carcere che ne aveva richiesto il ricovero, Nanni venne trasferito ad un braccio speciale di Rebibbia. Poche ore più tardi venne trovato impiccato ad un termosifone della cella d'isolamento. Suicida secondo i secondini. La famiglia ed i suoi camerati hanno sempre contestato questa tesi propendendo per una serie di ragioni logiche, alla messa in scena effettuata per mascherare le vere cause della morte, determinata dai traumi del linciaggio al quale egli era stato sottoposto per strada. Di quel linciaggio ci furono diversi testimoni. Alcuni, subendo pressioni, ritrattarono in seguito, altri mantennero le accuse. Né questo né un'interrogazione parlamentare sortirono però alcun effetto. La giustizia in Italia è quella che è.
Sarebbe comunque inappropriato celbrare il 5 ottobre nel segno della tristezza e della richiesta di giustizia. È soprattutto il giorno del trapasso di un giovane splendido, pieno di vita, leale e generoso come altri mai che fu esempio e simbolo di una generazione allegramente ruggente, che è rimasto nel cuore di tutti i suoi camerati ed è divenuto un emblema negli anni a venire. Uno dei rarissimi casi in cui la figura idealizzata che diverse generazioni hanno celebrato è persino inferiore alla realtà, il Mito essendo in lui storia e vita come accade per uomini davvero eccezionali.




CIAO PICCOLO ATTILA!




Nanni è partito

C'era un grande guerriero,
con lo sguardo sereno
che giocava con te .
Combatteva senz' armi,
era senza cavallo,
ma è lo stesso per te .

Ora è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .
Ora è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te .
Era forte, era grande,
ma non era cattivo,
lui correva con te.

C' è chi è cattivo e ha paura
di chi è troppo forte e paura non ha .
Nanni è partito a combattere chi
vuole un mondo dove il gioco non c' è .
Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .

L' orco lo fece prigioniero
e una porta per scappare lui non la trovò
e allora divenne un uccello
e attraverso le sbarre nel cielo volò.

Nanni è partito, ma ritornerà,
tornerà quando tu chiamerai .
Nanni è partito, ma se lo vorrai
tornerà quando sogni da te .

(Marcello De Angelis)







Piccolo Attila

Iniziava l'estate di un anno fa
e tranquilli eravamo noi
quando entrammo ridendo in un prato che
di strana gente brulicava già.

Ci mettemmo seduti e dietro a noi
solo l'erba si stendeva
ma strisciavano a cento e a cento
gli sciacalli nell'oscurità.

Mille stelle in cielo splendevano
alti alberi tutti intorno a noi
dolci canti antichi suonavano
Piccolo Attila parlava a noi.

E diceva di verdi prati che
di rugiada brillavano nel sol
e guerrieri a cavallo intonavano
le canzoni degli antichi eroi.

Tutti in piedi ci alzammo e davanti a noi
gli sciacalli già fremevano,
avanzaron ghignando sicuri già
d'inseguire schiene nude.

Ma la mano di Piccolo Attila
contro il cielo stellato si levò
seminando il terrore calava giù
l'orda buia non rideva più.

E con la forza di un fiume in piena poi
Caricammo e la terra sotto noi
rimbombando tremava e gli alberi
ondeggiavano nel vento.

E mai più, mai più quel prato rivedrà
una sera come un anno fa
non si scioglierà mai la Compagnia
ma c'è chi non è più sulla via.

Come un'aquila ora vola lui
sorridendo alle stelle e ancor più su
e il suo flauto suonando ci guiderà
verso l'alba che sicura è già.

Iniziava l'estate di un anno fa
e felici eravamo noi
quando uscimmo ridendo da un prato che
due occhi a mandorla non scorderà.

(Gabriele Marconi)










17 giugno 2008

Più Presenti che mai

Trentaquattro anni fa i nuovi partigiani assassinavano Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola









Il 17 giugno 1974 a Padova i nuovi partigiani in forza all'ala staliniana delle BR assassinavano a rivoltellate, nella sede del Msi, i militanti inermi Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Era un'ulteriore affermazione dei "valori condivisi" su cui si fonda la Repubblica antifascista.







Padova, 17 giugno - Compagnia dell'anello

Cittadino fermati guarda di qua, fermo non nasconderti è la tua città
Quella che stavolta si macchia di sangue, quando col silenzio ogni sogno infrange
E tu borghese guardati ecco cosa sei, guardati e vergognati anche tu lo sai
che la vigliaccheria ti taglia le gambe e la morte mia non è per te importante.
Cittadino fermati ora stai zitto, è il silenzio complice di chi è sconfitto
è il silenzio ipocrita di chi spesso mente, di chi per interesse o paura si vende.
Ed anche tu vigliacco brigatista rosso, anche se il tuo nome dire più non posso
anche se il tuo nome resterà sconosciuto, anche se mi hai ucciso io non sono muto
Resto qui a cantare questa mia canzone, per chi come me ha un'opinione
una santa idea abbastanza grande, l'anima mia vive, questo è l'importante.
Cittadino fermati, guardami in faccia, riesco a capire che non ti piaccia
quei buchi che ti fanno abbassare la vista sono i colpi esplosi dall'odio comunista.
cittadino fermati, guarda di qua, fermo non nasconderti è la tua città
è la tua città.

17 giugno 2008

Più Presente che mai

Francesco Cecchin e quegli sciacalli che lo assassinarono










Il 16 giugno del 1979, dopo 18 giorni di agonia, moriva il diciottenne Francesco Cecchin che era stato scaraventato notte  tempo giù da un muretto da diversi aggressori comunisti. Come era costume allora la sua morte venne quasi ignorata dalla grande stampa e i suoi assassini non pagarono mai. “Uccidere un fascista non è reato!” E non lo fu.

Francesco fu l'ennesima vittima dell'odio partigiano; i suoi assassini e tutti gli sciacalli che a diverso titolo furono complici dello scempio non hanno ancora risposto dei loro misfatti e anzi pontificano ancora dando lezioni di morale a destra e a manca. Nel chiamare il solito, immancabile “Presente!” ci facciamo oggi portatori di un auspicio e di una convinzione: il loro tempo è finito, i loro ipocriti richiami “pacifisti” all'odio, la loro arroganza “politicamente corretta” non fanno più presa e loro finiranno molto presto con l'essere risucchiati nell'oblio, nelle viscere della scrofa che li ha partoriti.

Il sorriso di Francesco ha avuto ragione del loro ghigno. In alto i cuori, brindiamo a Cecchin!

9 maggio 2008

In ricordo di Walter

 










16 anni fa moriva a Parigi il camerata Walter Spedicato, un guerriero degli anni di piombo e fondatore - con Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Peppe Dimitri -  del movimento extraparlamentare Terza Posizione.

5 maggio 2008

un fiore per Giorgio Vale






Il Camerata Giorgio Vale (NAR) morì il
5 maggio 1982 durante un'irruzione delle forze dell'ordine nell'appartamento in cui si era asserragliato, mentre erano in corso trattative da parte della famiglia e del suo avvocato per farlo costituire. La morte di Vale avvenne in circostanze misteriose: nell'appartamento nel quale si trovava furono sparati centinaia di colpi da parte dei poliziotti, e a tutt'oggi non si sa bene come sia morto.


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3 maggio 2008

Giovanni Gentile

Centotrentatre anni orsono nasceva il filosofo che fece dell'educazione italiana la migliore nel mondo










Il 3 maggio 1875 nasce a Castelvetrano (Trapani) il filosofo Giovanni Gentile. Laureato alla Normale di Pisa, fondatore e riformatore della scuola italiana del XX secolo, che rese la migliore al mondo, ministro ed accademico fascista, aderente alla RSI, morirà assassinato a Firenze da sicari partigiani al soldo degli anglo-americani.


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29 aprile 2008

29 aprile....

Il 29 aprile 1975, trentatre anni fa, moriva a Milano Sergio Ramelli, dopo quarantasei giorni di agonia a causa del massacro subito, a colpi di chiave inglese, ad opera di un collettivo di medicina che ebbe cura di non dargli il colpo di grazia. Quando fu data notizia della morte del diciottenne alcuni consiglieri provinciali della giunta di Milano, in quel momento riunita, applaudirono.     



Sergio Ramelli (ZPM)

Primavera a Marzo era entrata,
era entrata a Milano,
ne avvertivi il tepore
e tra il fumo e il cielo lontano
ne avvertivi la gioia
nella ragazza che tu
tenevi per mano.
Finalmente l'ultima campana,
è finita la scuola
anche per oggi potrai tornare
a casa tua per riposare
ma sotto casa,
davanti al portone,
ti attendeva la morte,
non me immaginavi l'assurda ragione.
Un colpo, due colpi e altri colpi sul capo,
finché non furon certi di averti finito
i loro volti eran nascosti dal rosso
come il tuo volto dal sangue
che avevi già addosso.
La morte di un tempo aveva la falce,
la morte di oggi ha pure il martello,
lasciò la sua firma su quel muro di calce,
proprio di fronte al tuo cancello.

Per quarantasette giorni una madre
ha sperato e pregato accanto
al letto del figlio morente
fino a quando il suo cuore ha ceduto
ma alla gente non importò niente.
Era morto un "Fascista",
non valeva la pena
guastarsi l'appetito
o rovinarsi la cena.
Era morto un "Fascista"
andava preso e sepolto
avevan paura anche di un morto.
Andava sepolto e dimenticato
perchè così vuole
la giustizia del proletariato
Era morto un "Fascista"
e andava in fretta sepolto,
avevan paura anche di un morto.










                                


Un anno dopo(29 aprile 1976), per festeggiare l'anniversario, un commando rosso uccideva con un colpo alla tempia il militante del MSI Enrico Pedenovi fermo in macchina ad un semaforo rosso.
In pieno stile delle commemorazioni resistenziali
.

24 aprile 2008

Centocinque anni fa nasceva José Antonio Primo De Rivera


Il 24 aprile 1903 nasceva a Madrid José Antonio Primo de Rivera, condottiero politico che riuniva in sé le doti del capo, del sognatore e del poeta. Assassinato a trentatre anni serebbe rimasto nel cuore e nel ricordo della Spagna e dell'Europa.

















Tratto dal Discorso per la fondazione della Falange, 29 ottobre 1933:

<< Nessuno è mai nato membro di un partito, ciascuno nasce invece membro di una famiglia; viviamo tutti in una comunità, ci affanniamo tutti in un lavoro.
Allora, se queste sono le nostre unità naturali, se la famiglia, la comunità e le corporazione sono le entità nelle quali viviamo veramente, perché dovremmo avere bisogno di quello strumento intermediario che sono i partiti i quali riunendoci in gruppi artificiali ci separano dalle nostre autentiche realtà?
Perché si rispetta la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, portatore di valori eterni; quando lo si considera come “l’involucro corporeo di un’anima, di un’anima che è capace di dannarsi e salvarsi” >>

In questo discorso Josè Antonio parla di valori eterni, una di queste qualità è la Patria che lui definisce in questo modo:

“ La Patria è una unità totale in cui si integrano tutti gli individui e tutte le classi; la patria non può essere il privilegio della classe più forte, né del partito meglio organizzato.” ( tratto dal Discorso per la fondazione della falange)

“Essa è l’unità intima di tutti al servizio di una missione storica, di un supremo destino comune che assegna a ciascuno il suo compito, i suoi diritti ed i suoi sacrifici” (Tratto dalla Lettera aperta a Luca de Tena)



Sul Capitalismo Josè Antonio dice nel discorso del cinema a Madrid nel 19 maggio 1933:

Quando parliamo del capitalismo, ma questo già lo sapete, non parliamo della proprietà.
La proprietà è il contrario del capitalismo; la proprietà è la proiezione diretta dell’uomo sulle proprie cose; è un attributo umano elementare.
Il Capitalismo ha sostituito la proprietà dell’uomo con la proprietà del capitale, lo “strumento tecnico” di denominazione economica.
Il capitalismo, mediante la terribile e sproporzionata concorrenza del gran capitale contro la piccola proprietà, ha progressivamente distrutto l’artigianato, la piccola industria, la piccola agricoltura.
Insomma il Capitalismo riduce padroni, imprenditori ed operai allo stato di angustia, alla condizione di uomini defraudati di ogni contenuto della loro esistenza.
Vorrei che questo concetto rimanesse ben impresso nella mente di tutti; è ormai ora di non prestarci più all’equivoco con il quale i partiti operai vengono presentati come partiti contro i padroni ed i gruppi imprenditoriali come avversari in lotta contro i lavoratori.
Gli operai , i tecnici, gli imprenditori, tutti insieme , formano la trama completa della produzione;
il sistema capitalista, con il credito troppo costoso, con le speculazioni dei detentori di azioni ed obbligazioni, si porta via gran parte della ricchezza del paese ed impoverisce proprietari, tecnici ed operai”.

Sempre in questo discorso Josè Antonio tratta anche del Marxismo:

“Le predizioni di Marx si realizzano, più o meno rapidamente, ma implacabilmente.
Si va verso la concentrazione del capitale, si va verso la proletarizzazione dei popoli e si va, infine, verso la rivoluzione sociale che determinerà un duro periodo di dittatura comunista.
Ed è questa dittatura che fa orrore a noi “ Europei , Occidentali e Cristiani” perché essa altro non è che la negazione dell’uomo, il suo annullarsi dentro un’immensa amorfa in cui si smarrisce la veste corporea di ogni anima individuale ed eterna.
Notate bene che è per questo che siamo antimarxisti; lo siamo perché ci fa orrore il fatto di dover diventare simili ad insetti in un formicaio”.







“Il bolscevismo potrà rassegnarsi a fallire nei suoi programmi di collettivismo, ma non cede in quello che più conta: nell’estirpare dal popolo la religione, nel distruggere la famiglia, nel ridurre l’esistenza a materialismo”

(dal giornale A.B.C., 31 luglio 1935)


“Vogliamo meno chiacchiere liberali e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispetta la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, portatore di valori eterni

(dal discorso per la fondazione della Falange, Madrid, 29 ottobre 1933)


“Il suffragio, questa farsa dei foglietti immessi in un’urna, avrebbe la virtù di dirci se Dio esiste o no, se la verità è una verità o no, se la Patria deve continuare ad esistere o se è meglio che a un certo punto si suicidi

(dal discorso per la fondazione della Falange )


I camerati che mi precedettero nel sacrificio mi accolgano come l’ultimo di essi”

(dal testamento di José Antonio redatto in carcere due giorni prima dell’esecuzione)


“La nostra missione è difficile, difficile fino al miracolo. Ma noi crediamo nel miracolo

(Madrid, 19 maggio 1935)





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16 aprile 2008

16 aprile 1973, il rogo di Primavalle

 Camerati Stefano e Virgilio Mattei (M.S.I.)





Roma, 16 Aprile 1973

Era la notte tra il 15 e 16 aprile ’73, nella casa popolare dove abitava Mario Mattei, il netturbino che osava fare il segretario del MSI della sezione Giarabub di Primavalle a Roma, quartiere che doveva essere e restare rosso, quando divampò un incendio, appiccato da una tanica di benzina riversata sotto l’uscio. Mario Mattei con la moglie e quattro figli riuscirono a scamparla,VIRGILIO e STEFANO no. (Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, il più grande e il più piccolo dei sei figli).I pompieri li trovarono carbonizzati e abbracciati vicino la finestra che non erano riusciti a scavalcare.
Vennero accusati per la strage tre militanti di Potere Operaio: Marino Clavo, Achille Lollo e Manlio Grillo; nel giudizio di primo grado i tre vennero assolti per mancanza di prove… mentre il pm Domenico Sica aveva chiesto come pena l’ergastolo!
La polizia lavorò subito sull’ipotesi dell’autodistruzione, in quanto le vittime possono solo essere di sinistra e i carnefici solo fascisti. L’ipotesi è la seguente: o quei missini scalmanati stavano preparando una bomba o avevano preso fuoco le vernici e solventi da imbianchino che il capo famiglia teneva nella camera dove dormivano STEFANO e VIRGILIO.
I vendicatori del popolo erano dei signorini che avevano studiato greco al liceo classico, il loro nemico di classe un monnezzaro che aveva fatto solo la scuola dell’obbligo! Il 6 Settembre 1975, i tre imputati per la stage di Primavalle, vengono ignobilmente assolti.
(oggi Lollo è in Brasile dove rilascia anche interviste alla tv italiana, Manlio Grillo vive indisturbato a Managua dove possiede un ristorante in società con il brigatista rosso Casimirri)
Ma tanto, "uccidere un fascista non è reato", e sui giornali si leggevano gli inviti a "chiudere le sedi dei fasci con il fuoco......"
Elemento curioso, indice di quanto sia difficile ancora oggi parlare di certi argomenti, è che in rete sui fratelli Mattei esistono solo dei fantasiosi racconti che "informano" come in realtà il loro martirio sia stato provocato dai soliti fascisti... veramente dopo 35 anni pensavamo che un filo di onestà intellettuale ci fosse, purtroppo ci siamo sbagliati.




Parla Anna Mattei:

"Fini è venuto in mezzo a noi, ma adesso mi pare che stia soffrendo di qualche patologia al cervello, non doveva toccare la Rsi. Lo sto dicendo con le lacrime agli occhi! Mio marito stava a Hereford con Roberto Mieville, s'è fatto il campo di concentramento in Texas per non collaborare con gli americani. Lui e gli altri sono tornati in Italia laceri, sporchi, malati. Le mie amiche - io ero la più giovane di loro - le hanno rapate, con la falce e martello pitturata in testa. I miei figli li hanno ammazzati. Noi siamo gente che ha sofferto per non collaborare! Fini non è degno di avere la fiamma creata da chi è morto per un ideale! E così io adesso soffro, per quello che ci hanno fatto, e soffro per An, che non è un partito, è solo un ufficio di collocamento. Per come Fini parla adesso, pare che i miei ragazzi li ho uccisi io. Spero che paghi per questo, pure se ha mandato il cuscino di fiori alla morte di mio marito qualche anno fa".

__________________________________________

questo è un articolo apparso ai tempi delle dichiarazioni di Lollo a porta a porta.

Chi ha paura di Achille Lollo? Da Rio de Janeiro, dove milita nel partito del presidente Lula, minaccia nuove rivelazioni l’ex militante di Potere operaio condannato a 18 anni di carcere per l’incendio doloso che nel 1973 causò la morte di Virgilio e Stefano Mattei, figli del netturbino di Primavalle, segretario della sezione del Movimento sociale. Lollo da anni vive in Brasile dove fu arrestato nel 1993 su mandato di cattura internazionale, ma il paese sudamericano negò l’estradizione in Italia, riconoscendo la prescrizione del reato.

Cosa può rivelare Lollo? “Di tutto”, risponde oggi Ruggero Guarini, che l’ha conosciuto e l’ha persino difeso. “Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua innocenza”. Perché? “Perché quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere operaio, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a trovarmi al Messaggero, dov’ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: ‘Credi davvero che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?’

E io naturalmente risposi di no. Dissi che mi sembrava un’idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell’ufficio grafico, e un bravo ragazzo, all’epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell’orrore. Scritto in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle”. Quel famoso pamphlet (“Incendio a porte chiuse”, prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli) accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. “Questo non me lo ricordo. Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che gente come Piperno, Pace e Rossigni avessero partecipato anche di sguincio alla progettazione di quel colpo”.





La confessione di Stefania Rossini

Poi ha cambiato idea? “Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo e i suoi? Me l’ha detto una decina di anni fa. Capito?”. Capito. “Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti.

Oggi Lollo può rivelare che il vertice di Potere Operaio sapeva tutto e che la tanica di benzina sotto la porta di casa Mattei la versò su mandato di un capo. Può rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande famiglia di editori puri”. Ci spieghi il nesso: “Tra il processo di primo grado del 1974, in cui il pm Domenico Sica aveva chiesto l’ergastolo, ma i tre vengono assolti per insufficienza di prove, e il processo di secondo grado, che nell’86 li condanna in contumacia a 18 anni di carcere, accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone. E sa chi era?”. Diana Perrone? “Sì, la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da Marino Clavo, con cui divideva un appartamento.

Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato”. Da chi? “Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti. Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto ‘clerico-fascista’. Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese: la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell’altro nell’incendio della casa di un netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. "La meglio gioventù”".

1 aprile 2008

14 anni fa moriva Leon Degrelle

Oggi ricorre il 14° anniversario della morte di Leon Degrelle, un grande, straordinario Patriota Europeo.





"Non è per salvare il capitalismo che noi ci battiamo in Russia. E' per questo che i soldati al fronte hanno una tale fiducia.
Se l'Europa deve essere ancora questa, se deve ritornare ad essere l'Europa dei banchieri, di questa grande borghesia corrotta, della facilità e dell'infiacchimento, ebbene, noi altri, lo diciamo senza giri di parole, preferiamo ancora che il comunismo avanzi e faccia saltare tutto per aria. Auspichiamo che tutto salti piuttosto di vedere ancora rifiorire questo marciume...
Noi altri guarderemo i caricatori, e dopo aver sbaragliato la barbarie bolscevica, affronteremo i plutocrati, per i quali abbiamo riservato le nostre ultime munizioni."

Leon Degrelle











LEON DEGRELLE ( M. Morsello )

Una sirena dietro il vento
taglia il cielo di Madrid
scende la pioggia ad aiutare il traffico
gente che sale e scende dai taxi
e un generale d’ottant’anni
con un passo forestiero
senza medaglie appese al petto
solo una croce tutta d’oro.

E qualcuno ha bussato alla porta
è il passato che lo viene a cercare
è una storia ch’è morta e sepolta
dal mare.

Ma è una storia da ricordare
come il Natale passato in casa
come una guerra persa per sempre
come una curva pericolosa.
La candela riflette la luce
sopra un foglio fitto di righe
è un leone che attraversa la storia
e la penna che scrive.

Generale la tua spada è nel vento
e ha la lama che punta nel sole
e la notte da dietro al tramonto,
che sale.
E’ il vapore del caffè che fischia
come un amico che ti vuole
come una nave che gonfia le vele
come la vita e i suoi misteri
come la gente che non li vuole.

E i giornali sono già usciti
come volpi affacciate alla tana
come fabbriche rimesse in moto
dal profumo del caffè in cucina
e un generale di ottant’anni
due occhi accesi e appesi al vento
con la sua storia imprigionata
dietro una linea di combattimento.

Generale c’è una nave nel mare
taglia le onde e le ricopre di schiuma
c’è una donna affacciata al balcone,
che fuma
e c’è una striscia di terra, che forse
non vale neanche più la pena di
rivedere
più la pena di ricordare
e c’è una fascia di uomini
che si guardano un po’ meglio
dentro alle mani, e ci trovano lontani
la stessa razza di uomini
che accavallano le gambe a un tavolino
e un bicchiere di vino tra le mani
ma che destino è domani.
ma che destino è.


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30 marzo 2008

Comandante Peppe Dimitri Presente!

da 2 anni nel Walhalla.






















30 marzo, Peppe Dimitri da 2 anni nel Walhalla, il Paradiso dei Guerrieri







E' il 30 marzo 2006. Per le strade dell'Eur un'auto investe, uccidendolo, un uomo a bordo di uno scooter. Quell'uomo è Peppe Dimitri. La notizia sembra passare inosservata, ma il suo funerale, due giorni dopo, richiama una folla di ministri, parlamentari, ex terroristi, giovani militanti, ultrà da stadio e gente comune, riuniti per salutare quello che, per molti, è il simbolo di un'Idea: mantenere in vita il fascismo dopo la fine del regime. 
(tratto da "la fiamma e la celtica")

13 marzo 2008

13 marzo 1975: 33 anni fa veniva aggredito sotto casa Sergio Ramelli

Trentatre anni fa veniva scientificamente aggredito da una banda di vigliacchi Sergio Ramelli. Morì dopo 47 giorni di tremenda agonia. I suoi assassini girano ancora per l'Italia come relatori nei centri sociali e nelle sale comunali.











Il 13 marzo 1975, verso le ore 13, Ramelli Sergio residente a Milano in via Amadeo 40, stava appoggiando il motorino poco oltre l'angolo con via Paladini nei pressi della sua abitazione. Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi: il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra esanime. Venne soccorso da alcuni passanti e ricoverato al reparto Beretta del policlinico per trauma cranico (più esattamente ampie fratture con affondamento di vasti frammenti), ferita lacero contusa del cuoio capelluto e stato comatoso. Nelle settimane successive alternava a lunghi periodi di incoscienza brevi tratti di lucidità e decedeva il 29 aprile 1975".


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12 marzo 2008

Angelo Mancia, 12/03/1980 - 12/03/2008

 



Angelo...

Parlare di Angelo Mancia vuol dire, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, parlare soprattutto di un grande attivista del Movimento Sociale Italiano. Dotato di grande carisma, forte personalità e soprattutto di una forte carica umana; il suo nome è legato in maniera indissolubile a quello della "mitica" Sezione Talenti dell’MSI, quella di Via Ferdinando Martini 29. Quando nel 1975 mi chiese di aiutarlo a rilanciare l’attività politica nel "suo" quartiere Talenti, il suo entusiasmo mi contagiò ( e come sarebbe potuto essere altrimenti?) e nacque così un amicizia, una vera amicizia, che solo il vile attentato del 12 marzo 1980 riuscì ad interrompere tragicamente... 

Talenti alla fine degli anni ’70

Nato e sviluppatosi negli anni ’60 ad opera dei soliti palazzinari senza scrupoli, con strade strette e senza strutture pubbliche, Talenti, è ben presto diventato un quartiere dormitorio senza spazi per i giovani, costretti per vedersi a formare le solite comitive davanti ai bar della zona. Era proprio tra queste comitive che Angelo era diventato assai popolare. Simpatico ed irruento, dall’atteggiamento guascone ma allo stesso tempo rassicurante, Angelo riusciva a convincere i giovani di Talenti, che la mattina erano tormentati nei licei "rossi" della zona (Orazio e Archimede in testa...) a lasciare i bar e le bische ed a frequentare la "Sezione di Via Martini". In poco tempo si creò un gruppo molto unito che oltre alla militanza politica iniziò a dividere una grande amicizia. La militanza politica si alternò quindi ai momenti di svago, tutti trascorsi insieme: si andava insieme a sciare o al mare, mentre a primavera tutti eravamo concentratissimi sul torneo "Fiamma" che per diversi anni fu accanitamente conteso tra tutte le sezioni missine di Roma. Talenti era però accerchiato da veri e propri feudi "rossi" (da una parte S. Basilio e dall’altra Tufello e Val Melaina con il tristemente noto collettivo autonomo) ed era quindi facilmente raggiungibile dai "gruppettari". Qui più che in altre zone si viveva quindi in attesa delle immancabili aggressioni e provocazioni. Più volte respinti in piazza, ai compagni non restò che adottare tattiche di partigiana memoria quali l’agguato, l’imboscata e l’attentato dinamitardo notturno. Un po’ tutti noi, chi prima chi dopo, chi in un modo chi in un altro ne rimanemmo vittime. Quando poi con l’istigazione dei partiti di regime, la complicità della stampa e la copertura delle istituzioni si scatenò una vera e propria persecuzione nei confronti della Destra e dei suoi militanti che assunse a Roma la forma di una vera e propria guerra civile "strisciante", agguati, assalti ed attentati alle nostre sedi e ai nostri militanti non si contarono più. " Talenti" pagò allora un prezzo assai alto con l’assassinio, nel 1977, di Bruno Giudici, papà di Enzo, intervenuto in difesa del figlio aggredito sotto casa, e con quello, nel 1979, di Massimo Cecchetti avvenuto davanti al " Baretto " di Largo Rovani. Riuscirono anche a chiuderci la sezione, in base alla famigerata legge sui "Covi", quando, in seguito ad una delle tante perquisizioni di "regime" venne trovata una tanica che, a detta degli inquirenti, doveva aver contenuto benzina per fare attentati e che, a seguito di successive analisi i cui risultati vennero rivelati solo dopo tre anni, risultò aver contenuto solo colla per manifesti! Angelo riuscì tuttavia a tenere unito il gruppo e continuammo ad essere presenti sul nostro territorio e dovunque servisse la nostra presenza in supporto dei camerati degli altri quartieri... ...si arrivò poi, purtroppo, al 1980... 

Massimo.









Angelo Mancia - il dossier  - Marzo 1980

Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del "Secolo d’Italia", facendo esplodere due bombe, si credette che l’apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così. Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al "Secolo" ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell’organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l’artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l’ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze. 



Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere

I compagni organizzati in "volante rossa", questo l’appellativo che si erano dati i protagonisti dell’attentato al "Secolo d’Italia", firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano. 



Dall’esecuzione di Verbano all’assassinio di Angelo Mancia

In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all’uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell’Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all’ambiente di destra la responsabilità di quell’assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l’omicidio di un esponente che nell’estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano.
volante rossa.jpg - 68672,0 K Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c’era scritto che non sarebbero bastate "100 carogne nere". Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell’Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L’11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l’altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato. L’attentato al "Secolo", la bomba alla sede di via Sommacampagna, l’omicidio per "sbaglio", così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio "giusto", non erano riusciti a dare agli odiati "fascisti" una risposta precisa all’omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel "fascista di razza" (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del "Secolo d’Italia", rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del "Secolo" e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c’erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.



Il funerale di Angelo

Le barricate per un ora erano cadute, ma solo per quella triste ora, quando il mondo "democratico" sembrava essersi stretto intorno al nostro lutto. Subito dopo durante lo stesso corso dei funerali, il volto sanguinario del regime, che aveva armato la mano dei delinquenti rossi, riappariva spettrale e fanatico. Già la mattina del 14 marzo alcuni giornali cominciavano, odiosamente, a disegnare variegati volti di Angelo Mancia: squadrista, picchiatore, furono alcuni epiteti con cui dei pennivendoli al soldo del sistema cercarono di infangare il nome del Martire. La stampa antifascista, doveva in qualche modo "giustificare" o "attenuare" quest’omicidio, tanto, dicevano alla Rai e scrivevano sui giornali, era un violento. Niente di più falso, lo ribadiamo, il fatto che egli fosse un ragazzo di destra "pulito" era dimostrato anche dal suo certificato penale che dichiarava in relazione alle sue presunte colpe: NULLA! Sotto scrosci di pioggia battente, insieme con i familiari, tantissime persone accompagnarono Angelo alla Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, dove veniva officiato il rito funebre, dando la dimostrazione con la presenza attiva e silenziosa, che dietro ogni nostro caduto altri giovani erano pronti a continuare la lotta in nome di chi era stato vilmente assassinato. Tanta era la commozione, insieme ai fiori, alle corone, ai cuscini, c’era una corona su cui era scritto: "Caro Angelo, il tuo ricordo sarà sempre nel nostro cuore, insieme con il nostro Francesco, che ti voleva molto bene. Valeria, Maria Carla e Antonio Cecchin": la comunione nel martirio. Terminato il sacro rito, il Segretario del Partito, on. Giorgio Almirante pronunciava una toccante orazione funebre. Era andato, nel dolore, tutto bene, la commozione prevaleva sul, sia pure umanamente giustificabile, senso di rabbia, ma la provocazione doveva purtroppo scattare. Qualcuno, lontano dalla folla, scagliava una bottiglia incendiaria, riuscendo così ad intaccare il suggestivo silenzio della piazza. Immediatamente i lacrimogeni della polizia diffondevano il loro acre odore, a guastare quello cristiano del divino incenso. La gente presente al funerale veniva manganellata e malmenata dagli agenti, scoppiavano incidenti, alla fine dei quali veniva arrestato un estremista di sinistra. Fino ad oggi non è stata fatta ancora giustizia, per Angelo, come per tanti altri giovani martiri; non sono state, volutamente, fatte indagini per scovare chi lo aveva assassinato, per non disturbare i piani di chi voleva che tutto rimanesse immutato. La nostra lotta per ricordare e vendicare con la forza delle idee che ci guidano Angelo Mancia, quindi, prosegue, senza paura, sulla strada per cui Egli è Caduto! Continueremo, nel suo nome, a percorrere il suo cammino, certi che sia con noi nelle nostre riunioni e nelle battaglie politiche, ideali e sociali che quotidianamente combattiamo nel nome del nostro mondo, un mondo che sa guardare a faccia alta i suoi avversari, così come Angelo ha sempre fatto.

(Fonte: I quaderni del C.I.S. - Marzo 1982)


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10 marzo 2008

In ricordo di Massimo Morsello

 
Sette anni fa, il 10 marzo 2001, Massimo Morsello lasciava un vuoto immenso nel nostro mondo tutto nero...



Massimino Presente!
























Punto di non ritorno (Massimo Morsello)

L'alba si è accesa come un filo di rame come i caffè della stazione e la strada si affretta tra scarpe e catrame a portarti a destinazione.

Non uscire di casa, non portargli la morte al tuo punto di non ritorno

Non portarti gli occhiali, non voltargli le spalle al tuo punto di non ritorno...
alla tua fine del mondo...

La moto si è accesa con un filo di gas ti accompagna verso la morte. Nascosto nel cuore c'è un pezzo di rabbia che ti applaude, che ti apre le porte.

No non dargli il tuo collo, il tuo ghigno di sfida, al tuo punto di non ritorno.

Non lasciarci i miei anni, i miei sensi di colpa, al tuo punto di non ritorno...
alla tua fine del mondo...

E proprio mentre il corpo t'abbandona che sembra che trattieni il respiro
dal cielo Dio s'affaccia e ti perdona, e sembra che ti vuole davvero.

Una fiamma s'è accesa da quel tubo di ferro quando hanno dovuto aprirti il portone.

Una sirena si accende come un grido di rabbia gira la testa delle persone...
c'è qualcuno che guarda, c'è qualcuno che soffre, c'è qualcuno che ti fa una canzone.

No non lasciargli a quei volti, a quegli occhi in divisa, il tuo punto di non ritorno.

Non passare alla morte come fosse la fine, come un sole d'inverno, il nostro è un punto di non ritorno.

Proprio mentre il corpo t'abbandona che sembra che trattieni il respiro
dal cielo Dio s'affaccia e ti perdona e t'apre un pezzo di paradiso.

E proprio mentre il cuore t'abbandona che sembra che ti sfugge un sorriso
dal cielo Dio s'affaccia e ti perdona e t'apre un pezzo di paradiso.

E proprio mentre il corpo t'abbandona che sembra che trattieni il respiro
dal cielo Dio s'affaccia e ti perdona e sembra che ti vuole davvero.....


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6 marzo 2008

30 anni sono passati, Franco Anselmi Presente.

Era il 6 marzo 1978 quando il camerata Franco Anselmi veniva ucciso in uno scontro a fuoco.

PRESENTE!







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29 febbraio 2008

Addio Marilina

Tu sei riuscita a fare ciò che molte donne ancora adesso sognano di fare... essere libera e coerente! 


















A Noi Camerata Marilina,

figlia del tempo della confusione, in una Federazione abbandonata da coloro che si apprestavano a lasciare la divisa della militanza per l'abito borghese del potere,
prendevi posto nell'occupazione e generosamente davi il Tuo contributo ideale e pratico, fatto di fantasia e fermezza ideologica.  I nostri manifesti scritti a mano sarebbero stati letti nell'Università di Lecce da
sempre rossa dove noi spavaldamente e con orgoglio andavamo uno contro venti a mettere il nostro segno... il nostro simbolo... il nostro seme!
La nostra era una militanza aperta, quotidiana, assoluta!
La Tua vita è stata sempre comandata dal cuore, dalla passione... un grande cuore!
Una grande passione! Ti incazzavi quando a destra nessuno comprendeva l'importanza del Tuo fare e forse ancora nessuno si è accorto della Tua tragica scomparsa, ma
questo non diminuisce la STIMA di quei camerati che hanno avuto la fortuna di conoscerTi e lavorare insieme primo tra tutti Romano Vernole e la camerata ANNA Tua fedelissima amica da sempre!
Tu sei riuscita a fare ciò che molte donne ancora adesso sognano di fare... essere
libera e coerente!
BOIA QUELL'INFAME CHE HA TRADITO LA TUA FIDUCIA SFERRANDOTI VIGLIACCAMENTE LA LAMA AL
COLLO! HAI VISSUTO COME SE AVESSI DOVUTO MORIRE SUBITO... HAI PENSATO COME SE NON
AVESSI DOVUTO MORIRE MAI!
Un abbraccio cameratesco ed un arrivederci con il calice del nettare degli DEI per un
brindisi a Valhalla!

Con sincero cordoglio.

Mauro Chirizzi (Lecce)


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28 febbraio 2008

Ricordiamo Mikis

 A trentatre anni dal suo assassinio. Veltroni, per fortuna, lo ha dimenticato




Ricordiamo Mikis, a trentatre anni dal suo assassinio. Veltroni, per fortuna, lo ha dimenticato, così non diventerà un testimonial involontario della sua mistificazione elettorale. Dedicato a Lui, a noi che in quei giorni c'eravamo e a tutti quelli che ne han raccolto il testimone. Contro chi ha ballato sul suo sangue e, in qualunque schieramento, ci ha poi fatto carriera o magari denari e fama vendendone il ricordo. Contro quelli che si rifanno il trucco e si lavano la coscienza con una bella operazione di marketing. A Mikis. A noi!

Gabriele Adinolfi



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