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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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12 ottobre 2008

Incredibile...."Il Manifesto" rimpiange Hitler e Mussolini...

 

LA DISFATTA DEL MERCATO
Marco d'Eramo


Sbilanciamoci: dopo il dibattito dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale).
Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o stampandola o allentando il credito.
A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale - ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora (tagliare le tasse rende lo stato più debole).
È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si rinsaldano nelle loro convinzioni.
Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece della deregulation il vangelo dell'occidente.
La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70: è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel suo libro sulle rivoluzioni scientifiche).
La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70 furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui, nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia, cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi «buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi. Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali, cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici, come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la gigantesca rete autostradale statunitense.
Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy «economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Ottobre-2008/art1.html





CORRO A METTERE LE LAMELLARI, QUEST'ANNO FARA' TANTA, TANTA NEVE....GHGHGHGHGHGH


"La storia mi darà ragione"
B.Mussolini, testamento politico 

25 luglio 2008

Sessantacinque anni dopo [da Noreporter]

Siamo sempre inchiodati al venticinque luglio











E' tutto una congiuretta, è tutto una doppiezza, è tutto un rinnegamento di quanto detto un attimo prima. E a Verona, si sa, finiscono sempre in troppo pochi.

29 febbraio 2008

Simbiosi Fra Capitale E Lavoro

 

Le nostre radici
SIMBIOSI FRA CAPITALE E LAVORO
Nella Repubblica Sociale Italiana
Di Filippo Giannini


<La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana, romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge la livellazione inesistente nella natura umana e impossibile nella storia>.(Mussolini – 14 ottobre 1944).

Il teorico e storico della dottrina cattolica Don Ennio Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e all’insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da Mussolini nell’ultimo decennio della vita <fu quello di far entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore da collaboratore dell’impresa a partecipe alla gestione e alla proprietà e quindi ai risultati economici della produzione>. E aggiunge: <Durante la R.S.I. fu emanato un decreto che prevedeva la socializzazione delle imprese. E’ stato questo, sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al futuro. E’ un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest’ultimo messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi ravvediamo qualcosa di profetico>.
L’idea di un “socialismo effettuabile” sorse in Mussolini già nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, organismo velleitario e ciarliero, e la sviluppò nell’immediato dopoguerra.
Nel 1919 Mussolini, parlando agli operai della “Dalmine”, che avevano occupato le fabbriche e innalzando le bandiere tricolori anziché quelle rosse e continuato a lavorare sotto la guida dei tecnici, fra l’altro dichiarava che <il lavoro doveva essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati, ma partecipi della produzione>.
LEGGI D’AVANGUARDIA
In questo secondo dopoguerra è stato scritto e detto che l’idea mussoliniana della Socializzazione <fu un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici>. E’ una delle tante menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto terrorizzato dal dover affrontare un serio confronto con lo Stato che lo aveva preceduto.
Tutta l’attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiara finalità sociali, all’avanguardia, non solo in Italia, ma nel mondo.
Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent’anni di governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai governi di quest’ultimo dopoguerra risulterebbe stridente.
Ricorderemo, per i giovani che non sanno per coloro che hanno dimenticato, solo alcune leggi e alcuni decreti, specificando che prima del fascismo c’era il vuoto più assoluto:
Tutela donne e fanciulli (26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (30/12/1923; Assicurazione invalidità e vecchiaia (30/12/1923); Maternità e infanzia (10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (27/10/1927); Esenzione tributarie famiglie numerose (14/6/1928); Opera Nazionale Orfani di Guerra (16/7/1929); INAIL (23/3/1933); Istituzione libretto di lavoro (10/1/1935); INPS (4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (29/5/1937); Casse Rurali e Artigiane (26/8/1937); cassa Integrazione e Guadagni (13/6/1942); INAM (11/1/1943).
Da tutto ciò si evince il motivo per il quale i governi che seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne e contestualmente varare leggi antidemocratiche e liberticide, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale”, e “Legge Mancino”.
I principi essenziali dell’ordinamento corporativo sono espressi e ordinati dalla “Carta del Lavoro” che vide la luce il 21 aprile 1927. La “Carta del Lavoro” portava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati.
In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su “Il Giornale d’Italia”, fra l’altro si leggeva: <La nascita dello Stato corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del cosiddetto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia>.
Il Diritto Corporativo tende a porre l’Uomo al centro della società postulando principi dei quali citiamo alcuni più caratterizzanti:
1) ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa;
2) partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa;
3) partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali, onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
4) intervento dello Stato attraverso suoi funzionari, immessi nei Consigli di Amministrazione, allorquando le imprese assumono interesse nazionale, a maggior difesa dei lavoratori;
5) diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
6) diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale contro l’appiattimento collettivista e le concentrazioni capitaliste;
7) edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la Previdenza Sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per bambini poveri, l’assistenza agli anziani, i dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via dicendo;
8) eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che se un cittadino non può farsi giustizia da sé, altrettanto deve valere per i conflitti sociali; evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
9) abolizione dei sindacati di classe, ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano, e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
10) attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale che togliendo ai latifondisti le terre incolte, vengano rese produttive e quindi distribuite in proprietà gratuita ai contadini poveri.
Questi enunciati, che risalgono ai primi anni ’30, non sono che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente, nel “Manifesto di Verona”.
LA SOCIALIZZAZIONE
Una logica successione che partì dal lontano 1914 e approdò alle “Leggi sulla Socializzazione” nella Repubblica Sociale Italiana.
Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione), Mussolini fra l’altro dichiarava che <la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale>; e il 29 settembre, ancor più esplicitamente <un carattere nettamente socialista, stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l’autogoverno degli operai>.
La Socializzazione si poneva come strumento per una più ampia trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista: socializzare l’economia per socializzare lo Stato.
Questo disegno può risultare ancora più chiaro leggendo uno stralcio della Relazione che accompagnò il “Decreto Tarchi”, (Tarchi fu Ministro dell’Economia): <(…) la civiltà tende ad un nuovo ciclo nel quale l’uomo riassumerà il ruolo di protagonista della propria storia e del proprio destino in funzione della sua personalità estricantesi in attività concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo l’affermazione programmatica che riconosce il lavoro come soggetto dell’economia (…)>.
Ecco, allora, prendere forma la dottrina della società come era intravista da Saint Simon, da Owen, da Mazzini: concezioni vilipese dal bolscevismo, ma ben focalizzate dal “socialismo effettuabile” di Mussolini, riportate nel “Manifesto di Verona” e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13 gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell’11 febbraio seguente.
La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica Sociale, il 13 gennaio, all’annuncio dei provvedimenti sulla Socializzazione, accusò il giorno dopo una caduta dell’indice generale: da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando il 13 febbraio furono emanati i Decreti sulla Socializzazione, l’indice generale scese a 567 punti. Poi, però, ad iniziare da marzo, riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944, il ragguardevole livello di 1745 punti.
Certamente il Paese, che sopportava oltre quattro anni di guerra e diversi mesi di lotta intesina, ben difficilmente poteva attuare, in tempi rapidi, un così ambizioso progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che come disse Mussolini a Milano, <qualunque cosa accada, è destinato a germogliare>.
Giustamente l’avvocato Manlio Sargenti ha osservato: <Purtroppo questo progetto non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono considerati gli epigoni dell’idea del Fascismo e della Repubblica Sociale>.
Prima di concludere, è importante citare gli articoli che costituiscono la base della nostra lotta politica: articoli che, ovviamente, a tanta distanza dalla loro promulgazione possono essere ritoccati lì dove è necessario, ma il cui spirito dovrebbe rimanere inalterato.
Art. 9) Base della Repubblica Sociale Italiana e suo progetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione degli utili stessi da parte dei lavoratori (…)>.
Gli articoli non menzionati sarebbero ugualmente meritevoli di essere ricordati, ma quelli sopra richiamati alla memoria da soli caratterizzano lo spirito del “Manifesto di Verona”.
L’attuazione della Legge sulla Socializzazione” trovò enormi difficoltà casuate sia dagli industriali, per ovvi motivi; dai tedeschi, timorosi che la resistenza passiva da parte degli industriali danneggiasse la produzione bellica; da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori, timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.
SE CI SEI BATTI UN COLPO
Questa situazione di stallo persistesse sino a quando Concetto Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito <la nostra più importante mente giornalistica>, creò un caso clamoroso. Un suo articolo del 21 giugno 1944 pubblicato su “La Stampa” (di cui Pettinato era direttore), con il titolo: “Se ci sei batti un colpo”, diede una sferzata e costrinse a mettere in atto quelle leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto, erano già approvate in sede legislativa, ma rimaste inoperanti.
Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò l’entrata in vigore del Decreto del febbraio ’44 a partire dal giugno dello stesso anno.
A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese, Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per gradi, iniziando dalle imprese editoriali.
La situazione stava precipitando, ma nelle imprese socializzate si riscontrò un notevole incremento della produzione. A dicembre 1944 Nicola Bombacci programmò una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e, tra queste, visitò la Mondatori, traendone sorpresa ed emozione.
A seguito di ciò, inviò una lettera a Mussolini nella quale, fra l’altro, scrisse: <Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione, dato che gli utili, dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni>.
La guerra volgeva ormai alla fine e, come ha scritto Amicucci ne “I 600 giorni di Mussolini”: Mussolini voleva che gli anglo-americani e i monarchici trovassero il nord d’Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste sociali raggiunte con la R.S.I.>. Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile, alla Socializzazione delle imprese con almeno100 dipendenti e un milione di capitale.
Ma il giorno precedente quella data gli eserciti invasori ruppero il fronte a Bologna e dilagarono nella pianura Padana.
Era la fine.
I comunisti che controllavano il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato “l’olocausto nero”, abolirono la “Legge sulla Socializzazione”. E questo per ripagare i grandi industriali che avevano finanziato la Resistenza. Fu il “capolavoro” di Mario Berlinguer, il padre di Enrico, il grande capitalista, super proprietario terriero.
Era iniziata la grande beffa ai danni dei lavoratori.

29 febbraio 2008

La Guerra D’etiopia E “i Gas Di Mussolini”

 

LA GUERRA D’ETIOPIA E “I GAS DI MUSSOLINI”
di Filippo Giannini



Allora, gli italiani nella guerra etiopica usarono o no i gas asfissianti? Prima di entrare nel merito sarà bene ricordare che quando l’Italia affrontò quell’impresa, Francia e Inghilterra profetizzarono che, qualora il nostro Paese fosse riuscito a vincere quella guerra, questa sarebbe durata non meno di cinque anni e con perdite inimmaginabili. Grande fu lo scorno della “Perfida Albione” allorquando quel conflitto si risolse per noi vittoriosamente in una manciata di mesi. Ecco allora venir fuori il motivo: “Hanno vinto perché usarono i gas asfissianti”. E’ sempre difficile tentare di confutare certi argomenti, quelli cioé che riguardano “il feroce volto del fascismo”, il minimo che può capitare al malcapitato che si dovesse avventurare nell’impresa sarebbe quella di essere marchiato di “revisionismo”, il che equivale ad una infamia.
In occasione del cinquantenario dell’impresa etiopica ed esattamente il 3 ottobre 1985, il primo canale televisivo della RAI, mandò in onda una trasmissione che doveva essere rievocativa e la direzione fu affidata ad Angelo Del Boca. Come è ormai uso in casi del genere, il programma “non prevedeva” alcuna controparte e, di conseguenza, lascio al lettore stabilire il livello di quello che doveva essere una tale ricostruzione storica.
Angelo Del Boca, è l’autore del volume “I gas di Mussolini” e non centellina le accuse di “brutalità” e “la ferocia del tiranno” a danno di quell’infelice Paese: l’Etiopia.
Per inquadrare il grado di attendibilità dell’Autore, trascrivo quanto ha riportato a pagina 45 del libro in questione: <Montanelli ad esempio ha finalmente (?) ammesso l’impiego dei gas in Etiopia (...)>. E’ oltremodo strano che uno “storico”, fornito di ampia documentazione, senta la necessità di ricevere approvazione alle sue tesi da parte di un giornalista anche se del prestigio di Indro Montanelli. Nella realtà il De Boca asserisce una grossa inesattezza; infatti Montanelli in data 12 gennaio 1996 su “Il Messaggero” ribadisce: <Se la guerra a cui ho partecipato corrisponde a questi connotati, vuol dire che io ne ho fatta un’altra. Che non c’ero. Ma quali gas?>. Alla domanda: <Lei continua a non credere nei gas?> Montanelli rispose: <Vorrebbe dire che ero cieco, sordo, imbecille. No, guardi di quelle cose non c’era traccia. Una cosa sono le carte, che possono anche essere scritte per la circostanza, un’altra le testimonianze vissute>.
Prima di passare alle “testimonianze vissute”, per inquadrare nel suo insieme quanto si sta trattando, è interessante riportare:
a) un altro passo del volume in questione, dove l’Autore attesta: <Il mio lavoro vuol essere una sorta di deterrente contro i fantasmi del passato (...)>. Non è certamente una garanzia di indipendenza di giudizio questa dichiarazione: un ricercatore non può scrivere “contro qualcosa o qualcuno”;
b) una precisazione del De Boca che attesta che i bombardamenti chimici continuarono fino al ‘39, nella fase di ‘pacificazione’ delle colonie conquistate. Precisa lo ‘storico’: <Non ho dubbio alcuno e i documenti comprovano che sulla testa degli etiopici il regime (!) scaricò dalle 2000 alle 2500 bombe per complessive 500 tonnellate di aggressivi chimici. Questo è stato il nostro regalo. Sono cifre assodate>. I “documenti” a cui Del Boca fa riferimento sono noti da diversi anni, ma quel che non è noto è la conseguenzialitità con cui si giunse a quei “documenti”, non la loro reale autenticità, e attesto questo perché da troppi anni, per motivi che nulla hanno a che vedere con la Storia, troppi falsi hanno circondato gli avvenimenti di “quei” venti anni. E passiamo alle “testimonianze vissute”.
Pietro Romano, “Il Giornale” del 18/2/96: <All’epoca ero un semplice gregario del gruppo Diamanti. Poiché il mio reparto, come è risaputo, operò sempre in avanguardia nel Tigrai e altrove, nessuno dei suoi gregari sarebbe sfuggito alle contaminazioni, se fossero stati usati i gas (...). Posso assicurare che i gas non furono mai usati>. Il Colonnello Giuseppe Spelorzo in data 18/3/96 mi ha, fra l’altro, scritto: <Ho la buona sensazione che il Sig.... e gli altri cretinissimi italiani ne sappiano molto meno di me. Già, io ho avuto la ventura di percorrere tutto l’Impero A.O.I. (...) mai sentito parlare di gas (...)>. Sempre il Colonnello Spelorzo, ma in data 12/6 ha ribadito: <I gas! Nessun militare del nostro esercito conquistatore era dotato di maschere antigas! Ne sono testimone vivente: sbarcato a Mogadiscio il 24 giugno 1935, rimbarcato a Massaua il 28 marzo 1938!>. Uno dei punti nodali è “la maschera antigas”. Nessuno, per quanto ne sappia, ha mai accennato che il nostro contingente avesse in dotazione quel tipo di protezione; infatti se il vento avesse cambiato improvvisamente direzione (e in quelle latitudini la cosa era più che probabile), l’iprite avrebbe investito coloro che l’avevano lanciata e disporre della “maschera” doveva essere il minimo della prevenzione. Segue l’interessante dichiarazione del Sig. Giovanni De Simone su “Il Giornale d’Italia” del 23 marzo 1996:<(...) In A.O.I. non vennero usati i gas. Se così non fosse io sarei stato il primo a saperlo prestando servizio al Sim ove giungevano decrittati tutti i messaggi della intera rete radio del nemico captati dal “Centro intercettazioni” di Forte Bracci; un vero libro aperto per noi in possesso di “decifratore”. Mai rilevata una parola sui gas>
E ancora “Il Giornale d’Italia” del 29/4/96, il Sig. Giulio Del Rosso testimonia: <Posso tranquillamente affermare che nel settore del fronte etiopico, dal fiume Mareb, confine fra l’Eritrea e l’Etiopia, fino al Lago Tana (oltre 1000 Km. pedibus calcantibus) ove ha operato il VI° Corpo d’Armata, comandato dal generale Babbini e del quale faceva parte il mio reparto, non sono mai stati impiegati gas tossici. Avevo raggiunto, io, Addis Abeba dopo le ostilità ed avevo avuto l’occasione di contatti con commilitoni provenienti da altri fronti e da altre località ove si susseguirono battaglie cruente e sanguinose, non ho mai sentito la parola ‘gas’ (...). Altra perla, me la riferì una graziosa francesina incontrata a Firenze nel ‘37, secondo la quale giornali francesi ed inglesi riportavano che noi Cc.Nn. avremmo mangiato a colazione bambini abissini>.
Lo stesso Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra Mondiale”, a pag. 210, esclude l’uso dei gas nei seguenti termini: <I gas asfissianti sebbene di sicuro effetto contro gli indigeni non avrebbero certo accresciuto prestigio al nome d’Italia nel mondo>.
Vittorio Mussolini che all’epoca era al comando di una squadriglia di bombardieri mi disse: <Mai usati i gas. E noi dell’aeronautica che avremmo dovuto trasportarli e sganciarli, dovevamo pur esserne a conoscenza>. Non so se il Del Boca, nel suo libro, ha ricordato che ai prigionieri caduti in mano abissina venivano riservati trattamenti diabolici: l’evirazione era la norma comune.
Non è male ricordare un fatto che traumatizzò l’opinione pubblica nazionale:
il 13 febbraio 1936 a Mai Lahlà operava, ubicato imprudentemente oltre il Mareb, un cantiere Gondrand. Su questo opificio piombò una banda di 2000 guerriglieri abissini al comando del Ras Immirù, che dopo aver ucciso in modo atroce tutti gli operai, torturarono, come sapevano far loro, l’ingegnere milanese Cesare Rocca fino ad ucciderlo. Violentarono ripetutamente la moglie Lidia Maffioli e, prima di finirla, le misero in bocca i testicoli del marito. Nel caso del genere, contro gli autori di simili misfatti, l’uso dei gas sarebbe stato più che motivato. Le Convenzioni de l’Aja e di Ginevra tra l’altro stabilivano: <(...) La rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolata nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita>. E ancor più chiaramente precisavano: <La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno>. Questi episodi (che poi non erano tali, ma la norma), non erano “propaganda fascista”, ciò è dimostrato dal fatto che vennero denunciati anche dai Governi pre-fascisti, in occasione delle disastrose spedizioni effettuate in quel periodo e in quelle località. In merito a quegli avvenimenti accaduti alla fine del XIX secolo, il Del Boca attesta: <E Se la prima guerra d’Africa fu condotta in maniera cavalleresca, quella intrapresa dal fascismo fu invece di sterminio (!) e di sopraffazione>. Non so se queste dichiarazioni possono essere tacciate di impudenza o di cos’altro; infatti evirare i prigionieri e sotterrarli vivi (notizie di fonte inglese) era una “maniera cavalleresca” di condurre la guerra. Altra testimonianza interessante è quella dello storico scozzese Denis M. Smith, non certo sospetto di nutrire simpatie per il regime mussoliniano, esprime uguali perplessità; nella sua biografia su “Mussolini” riconosce che: <L’impiego dei gas è forse un fatto meno rilevante dei grandi sforzi prodigati per celarlo (...) contrastava con la missione civilizzatrice (...) e la vittoria con atrocità illegali avrebbe danneggiato il prestigio fascista>.
Ugualmente interessante è quanto ha scritto il signor Francesco Deosanti (“Giornale d’Italia” dell’1/4/96): <Da metà febbraio 1935 a metà giugno 1936, fui sottufficiale in servizio presso la Capitaneria di Porto di Massaua (...), non dimenticherò mai quella mattina, credo di febbraio 1936, quando registrai un piroscafo di 500/600 tonnellate con un carico di 25 tonnellate di ‘iprite’ (...)> Il Sig. Deosanti così continua: <Ho conosciuto recentemente un ex sottufficiale del Genio, che faceva parte della Colonna Graziani da Belet Ven (in Somalia) ad Addis Abeba, che mi ha detto: “Non ho mai sentito parlare di gas”>. Che una nave trasporti ‘iprite’ non prova che quel gas sia stato usato per scopi bellici. Infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale e precisamente dopo l’8 settembre 1943, alcuni bombardieri tedeschi colpirono delle navi alleate alla fonda nel porto di Bari. Una di queste trasportava un gas venefico, probabilmente ‘iprite’. La nave, centrata da una bomba, si incendiò diffondendo il gas letale nel centro abitato che causò centinaia di morti. Ancor oggi il fatto è accuratamente celato, anche se tanti fusti di quel pericoloso gas giacciono, tutt’ora, nel fondale Adriatico. Una nave alleata trasportava ‘iprite’ e nessuno ha mai accusato gli alleati di averlo usato per fini contrari alle Convenzioni Internazionali. Per concludere. Nel compilare questo articolo contattai il generale Angelo Bastiani, presidente del gruppo Medaglie d’Oro, recentemente scomparso. Alla mia domanda, sdegnato mi rispose: <E’ una vigliaccata, rieccoci con le carognate. Io e i miei indigeni eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci avrebbero almeno dato le maschere antigas. Alla battaglia conclusiva di Maiceo, al lago Ashraghi, quella a cui partecipò anche il Negus; perché lui che ne avrebbe avuto tutto l’interesse mai disse che lo combattemmo coi gas?>.
Giro le domande: 1) perché nessun milite italiano fu mai fornito di maschere antigas? 2) Perché il Negus, benché fosse di casa alla Società delle Nazioni, mai denunciò l’uso di ‘armi illegali’ da parte degli italiani?


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permalink | inviato da nerononpercaso il 29/2/2008 alle 14:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

28 febbraio 2008

Chi ha paura del fascismo repubblicano?

Giulietto Chiesa dà prova di meschinità intellettuale e di pavore politico

Disse una volta Ezra Pound (cito a memoria): <Se un uomo non ha il coraggio di sostenere un'idea a cui crede, o non ha valore l'uomo o non ha valore l'idea>. Per chi non lo sapesse, Ezra Pound è stato il più notevole poeta americano dell'altro secolo e un fervente fascista mussoliniano.
Ricevo da un caro amico: <Visto che siamo in tanti. Anch'io mi dico FASCISTA. E, a Giulietto Chiesa, direi quel tale: "sanzionami questo">.
Non ho ben capito a che cosa si riferisse, poi, leggendo più avanti, ho compreso il suo intendimento.
Leggo: <Denunciata la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano>.
E ancora: <Giulietto Chiesa presenta formale esposto presso la Procura di Roma>.
Leggendo ancora più avanti comincio anche a capire le "gravissime preoccupazioni" di Giulietto Chiesa.
Strasburgo, 22 maggio 2007; "Il Partito Fascista Repubblicano, fondato nel settembre '43 da Benito Mussolini, oggi rinasce grazie all'intraprendenza di un camerata che crede ciecamente nell'ideologia fascista. E' giunta finalmente l'ora che tutti i fascisti d'Italia, possono di nuovo riunirsi sotto un unico nome e simbolo che il Duce stesso volle creare. Il Partito fa propria tutta l'ideologia Mussoliniana. Il PFR fonda le proprie radici nell'ideale Fascista Mussoliniano">.
Osserva allarmato Giulietto Chiesa: <Queste, alcune preoccupanti frasi presenti sul sito www.partitofascistarepubblicano.it, farneticazioni che possono costituire una grave e attuale minaccia alla vita politica e democratica del nostro paese (…)>.
Giulietto Chiesa non si ferma a questa denuncia e avverte.
<Per questo oggi ho dato mandato al mio legale, avv. Lucio Barletta, di avanzare formale denuncia presso la Procura di Roma>.
E continua: <La ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano si pone in aperto contrasto con la XII norma finale transitoria (ma quant'è permanente questa espressione "transitoria", nda) della Costituzione, che sancisce: "E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Una disposizione fortemente voluta dall'Assemblea Costituente, manifestazione inequivocabile dello spirito repubblicano e antifascista ("e daje", nda) della nostra Costituzione. Tale disposizione, seppure troppo spesso ignorata, è tutt'oggi in vigore>.
Quindi conclude e specifica: <In qualità di europarlamentare, mi riservo di denunciare all'attenzione delle preposte autorità comunitarie un episodio ecc. ecc..Giulietto Chiesa - Europarlamentare>.
E poi c'è qualcuno che si lamenta, sostenendo che i parlamentari non lavorano per quanto guadagnano.
Tutto giusto? Non tanto. Infatti, dato che si parla di Costituzione, documento che, credo, dovrebbe essere la massima garanzia per ogni cittadino, l'art. 21, fra l'altro, recita: <Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (…)>. E poco più avanti, nell'art. 49: <Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale>. Come la mettiamo?
Ma non è finita. Domando all'europarlamentare Giulietto Chiesa: quanti cittadini italiani conoscono il Trattato di Pace (per essere più precisi: "il diktat") del 1947, che ci fu imposto dallo straniero perché vincitore del secondo conflitto mondiale?
Trascrivo due articoli inseriti nella "Parte II - Clausole Politiche" che attestano: <L'Italia non incriminerà, né altrimenti perseguiterà, alcun cittadino italiano, compresi gli appartenenti alle forze armate (e qui viene "il bello", nda), per il solo fatto di avere, durante il periodo di tempo corrente dal 10 giugno 1940 all'entrata in vigore del presente Trattato, espressa simpatia (la chiamano "simpatia, nda) od avere agito in favore della causa delle Potenze Alleate o Associate>.
Questo, in altri tempi, quando le parole avevano un senso, si sarebbe chiamato "tradimento".
Ma andiamo avanti. Visto che Giulietto Chiesa - Europarlamentare cita la Costituzione, io sostengo che alcuni articoli di questa ci furono imposti dallo straniero. Leggiamo l'art. 17, sempre della Parte II: <L'Italia, la quale, in conformità dell'articolo 30 della Convenzione di Armistizio, ha preso misure per sciogliere le organizzazioni fasciste in Italia, non permetterà, in territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni, siano esse politiche, militari o militarizzate, che abbiano per oggetto di privare il popolo dei suoi diritti democratici>.
Pure questa è bella! Ed osservo: a parte il contrasto in termini fra le prime imposizioni e la parte finale, se è vero (e non lo è) che gli Stati Uniti d'America, come dicono, sono una grande democrazia, quale interesse avrebbe "una grande democrazia" a proibire la ricostituzione di un Partito politico, anche se "Fascista", oltretutto sconfitto dalla potenza delle armi? E' questo il punto. Sconfitto dalla potenza delle armi, ma non dalle idee. E se avesse avuto ragione Benito Mussolini? Nell'ultima intervista, concessa poche ore prima di essere assassinato, ad una precisa domanda rispose: <Abbiamo spaventato il mondo con le nostre idee>: il mondo della grande finanza e del capitale.
E allora tutto quadra. A tutt'oggi "qualcuno" ha ancora paura di quelle idee. E per tornare all'E/mail del mio amico, affermo che: sono disposto a dare altro lavoro all'avvocato Lucio Barletta, legale dell'Europarlamentare Giulietta Chiesa e dichiaro: mi avvalgo degli articoli 21 e 49 della Costituzione e mi dichiaro Fascista. Se questo è un reato, mi autodenuncio e invito il mio amico ad inviarmi l'indirizzo della direzione del novello PFR, perché sono pronto ad iscrivermi, se l'iniziativa è seria.
Perché infierire sui "fascisti", uomini che lavorano e non hanno mai dato adito , dal termine del conflitto, a scandali di sorta?
Non a poche ore, ma a pochi minuti dalla sua morte (queste poche righe portano la data: "27 aprile notte" (1945), Mussolini fra l'altro ha lasciato scritto: <(…). Non so se i miei appunti saranno mai letti dal popolo Italiano; vorrei che così fosse, per dargli la possibilità di raccogliere in confessione di fede il mio ultimo pensiero. Non so nemmeno se gli uomini mi concederanno il tempo sufficiente per scriverli (…). E' ormai un fatto che la guerra è perduta, ma è certo che non si è vinti finché non ci si dichiari vinti (…). Oggi io perdono a quanti non mi perdonano e mi condannano condannando sé stessi. (…). All'odio smisurato e alle vendette subentrerà il tempo della ragione (…).
Rifletta l'on. Giulietto Chiesa su queste parole, e volga lo sguardo e la sua intelligenza e la sua attività lì dove c'è corruzione e arroganza. C'è tanto da fare… E sono certo di interpretare il pensiero e la volontà degli italiani tutti. Altro che andare a denunciare per apologia ecc. ecc.


Filippo Giannini

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