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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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1 aprile 2008

14 anni fa moriva Leon Degrelle

Oggi ricorre il 14° anniversario della morte di Leon Degrelle, un grande, straordinario Patriota Europeo.





"Non è per salvare il capitalismo che noi ci battiamo in Russia. E' per questo che i soldati al fronte hanno una tale fiducia.
Se l'Europa deve essere ancora questa, se deve ritornare ad essere l'Europa dei banchieri, di questa grande borghesia corrotta, della facilità e dell'infiacchimento, ebbene, noi altri, lo diciamo senza giri di parole, preferiamo ancora che il comunismo avanzi e faccia saltare tutto per aria. Auspichiamo che tutto salti piuttosto di vedere ancora rifiorire questo marciume...
Noi altri guarderemo i caricatori, e dopo aver sbaragliato la barbarie bolscevica, affronteremo i plutocrati, per i quali abbiamo riservato le nostre ultime munizioni."

Leon Degrelle











LEON DEGRELLE ( M. Morsello )

Una sirena dietro il vento
taglia il cielo di Madrid
scende la pioggia ad aiutare il traffico
gente che sale e scende dai taxi
e un generale d’ottant’anni
con un passo forestiero
senza medaglie appese al petto
solo una croce tutta d’oro.

E qualcuno ha bussato alla porta
è il passato che lo viene a cercare
è una storia ch’è morta e sepolta
dal mare.

Ma è una storia da ricordare
come il Natale passato in casa
come una guerra persa per sempre
come una curva pericolosa.
La candela riflette la luce
sopra un foglio fitto di righe
è un leone che attraversa la storia
e la penna che scrive.

Generale la tua spada è nel vento
e ha la lama che punta nel sole
e la notte da dietro al tramonto,
che sale.
E’ il vapore del caffè che fischia
come un amico che ti vuole
come una nave che gonfia le vele
come la vita e i suoi misteri
come la gente che non li vuole.

E i giornali sono già usciti
come volpi affacciate alla tana
come fabbriche rimesse in moto
dal profumo del caffè in cucina
e un generale di ottant’anni
due occhi accesi e appesi al vento
con la sua storia imprigionata
dietro una linea di combattimento.

Generale c’è una nave nel mare
taglia le onde e le ricopre di schiuma
c’è una donna affacciata al balcone,
che fuma
e c’è una striscia di terra, che forse
non vale neanche più la pena di
rivedere
più la pena di ricordare
e c’è una fascia di uomini
che si guardano un po’ meglio
dentro alle mani, e ci trovano lontani
la stessa razza di uomini
che accavallano le gambe a un tavolino
e un bicchiere di vino tra le mani
ma che destino è domani.
ma che destino è.


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permalink | inviato da nerononpercaso il 1/4/2008 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

22 marzo 2008

Maestri di Vita, sesta puntata - Leon Degrelle

 




LEON J. M. DEGRELLE (1906-1994) - Il giovane giornalista Degrelle inizia a farsi conoscere nei primi anni '30 quando è autore di un reportage straordinario sulla situazione dei Cristeros: i cattolici messicani massacrati per la loro fede. Tornato in patria inizia la propria militanza politica nelle file dell''Azione Cattolica e poi fonda un proprio movimento di ispirazione cattolica e nazional-popolare chiamato REX (in onore di Cristo Re) che ottiene i primi successi elettorali già nel 1936. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l'invasione del Belgio, Degrelle ed i Rexisti si troveranno a combattere sul fronte russo distinguendosi per coraggio e grandi capacità militari. Degrelle sarà l'unico straniero infatti a ricevere la "croce di ferro con foglie di quercia in oro", massima decorazione al valor militare. Dopo la fine della guerra sceglie l'esilio in Spagna per sfuggire alla pena di morte.
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CITAZIONI



Troppi uomini sono vili? Ma, accanto a coloro la cui viltà è una bestemmia alla vita, vi sono tutti coloro - li si scorga o meno - i quali salvano il mondo e l'onore del vivere.



Il dono, il vero dono è così: l’annientarsi fino all’ultima favilla.



La felicità è divenuta, per l’uomo e per la donna, un mucchio di frutti che essi divorano in fretta e in cui affondano rapidamente i denti e basta, per poi ributtarli alla rinfusa – corpi rovinati, anime rovinate -, una volta esaurita la frenesia passeggera, in cerca già di altri frutti più eccitanti o più perversi.



Donare! Aver visto grandi occhi che brillano per essere stati compresi, colpiti, appagati! Donare! Sentire le grandi onde di felicità che fluttuano come acque danzanti su di un cuore pavesato all’ improvviso di sole! Donare! Aver colto le fibre segrete che tessono i misteri della sensibilità! Donare! Avere il gesto che consola, che toglie alla mano il suo peso di carne, che consuma il bisognosi essere amato!



L’universo non è mai stato così ricco, colmo di tanto benessere, grazie a una nuova industrializzazione di tale efficacia produttiva. Non vi sono state mai tante risorse, né tanti beni disponibili. E’ il cuore dell’uomo, solo lui, a versare in stato fallimentare. E’ per mancanza di amore, è per mancanza di fede e capacità di donarsi, che il mondo stesso si abbatte sotto i colpi che lo assassinano. Il secolo ha voluto essere soltanto il secolo degli appetiti. Il suo orgoglio lo ha perduto. Ha creduto nella vittoria della materia finalmente assoggettata dal proprio spirito. Ha creduto nelle macchine, negli stock, nei lingotti sui quali avrebbe regnato sovrano. Egualmente ha creduto nelle passioni della carne spinte oltre ogni limite, nella liberazione delle forme più varie di godimento, moltiplicate senza posa, sempre più avvilite e avvilenti, fornite di una tecnica che in genere di rivela, solo alla fine, una accumulazione, senza grande immaginazione, do vizi tanto poveri da essere vuoti.



La malattia del secolo non risiede nel corpo. Il corpo è malato perché l’anima è malata (…). In ciò consiste la grande rivoluzione da fare. Rivoluzione spirituale. O fallimento del secolo.



Color che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo. Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà! L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente e conquistatore.



La facilità addormenta l’ideale. (...) Non si è sulla terra per magiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni ed oltre. Tutto questo è vano e sciocco. Una sola cosa conta: avere una vita valida, affinare la propria anima, aver cura di essa in ogni momento, sorvegliarne la debolezza ed esaltarne le tensioni, servire gli altri, spargere attorno a sé felicità ed affetto, offrire il braccio al prossimo per elevarsi tutti aiutandosi l’un l’altro. Compiuti questi doveri a che significato ha morire a trenta o a cento anni, sentir battere al febbre nelle ore in cuoi la bestia umana urla allo stremo delle forze?



Siamo uomini in quanto apparteniamo a un popolo, a un suolo, a un passato. E’ possibile non saperlo, è possibile tentare di dimenticarlo. Ma gli avvenimenti provvedono presto a ricondurci alle fonti della vita.



I volti delle madri sono nobili, sovranamente limpidi, allorché la purezza delle vite volontariamente innocenti le ha rinfrescate ai mille mattini dei sacrifici.



Sono le collettività a venir aspirate dal vortice di desideri impossibili: desiderio di possedere – cioè di prendere -, desiderio di essere il primo – cioè di colpire -, desiderio di fondare la propria potenza sulla materia -, cioè di soffocare ed eliminare lo spirituale, mediante sforzi tanto più inutili (…).



Ogni giorno il mondo è più egoista e più brutale. Ci si odia tra uomini, tra classi, tra popoli, perché tutti si accaniscono alla ricerca di beni materiali il cui possesso furtivo rivela il nulla.



Che il destino ci trovi sempre forti e degni!



Occorre pensare continuamente al valore della vita (…). La vita non è una forma di tristezza, ma la gioia fatta carne. Gioia di essere utile. Gioia di domare quel che potrebbe macchiarci o sminuirci. Gioia di agire e donarci. Gioia di amare tutto quel che vibra, spirito e materia, perché tutto, sotto l’impulso di una vita retta, eleva, alleggerisce, anziché pesare.



Felice chi non è schiavo delle circostanze, chi sa godere del piacere esteriore quanto farne a meno.



Come si può non essere felici! E’ talmente semplice, talmente elementare, talmente naturale!



Si può sempre rimanere incantati, poiché i sogni sono i nostri violini segreti.



La pazienza è la prima delle vittorie, la vittoria su sé stessi, sui propri nervi, sulla propria suscettibilità.



Nessuna opera di grande respiro può compiersi nell’egoismo e nell’orgoglio. Obbedire è una gioia, perché una forma di dono, di dono illuminato. Obbedire è fecondo, moltiplica il risultato degli sforzi. Obbedire è un dovere, perché il bene comune dipende dalla disciplinata unione delle energie. La società umana non è formata da un nugolo di zanzare accanite e irrequiete, che si avventano nell’aria seguendo il loro interesse o il loro umore. Essa è un grande complesso sensibile che l’anarchia rende sterile o pericoloso, mentre l’ordine e l’armonia gli offrono possibilità illimitate. Un popolo ricco, composto da milioni di individui che siano però isolati dall’egoismo, è un popolo morto. Un popolo povero, in cui ciascuno riconosca con intelligenza i propri limiti e i propri obblighi verso la comunità e obbedisca agendo solidamente, è un popolo vivo. L’obbedienza è la forma più elevata dell’uso della libertà. E’ una costante manifestazione dell’autorità, l’autorità su se stessi – la più difficile di tutte. Nessuno è realmente in grado di dirigere gli altri, se non è prima in grado di dirigersi da solo, di domare dentro di sé il destriero orgoglioso che desiderava lanciarsi follemente nel vento dell’avventura. Dopo aver obbedito si può comandare, non per godere brutalmente del diritto di scacciare gli altri, ma perché il comandare è una prerogativa magnifica quando mira a disciplinare forza scalpitanti, conducendole alla pienezza del risultato, fonte suprema di gioia.



Coll’affetto e coll’esempio si può tutto.



Morire vent’anni prima o vent’anni dopo poco importa. Quel che importa è morir bene. Soltanto allora inizia la vita.



Guerra significa non solo combattimento. Significa anche una lunga serie – a volte massacrante, a volte spossante – di rinunce silenziose, di sacrifici quotidiani, privi di importanza. Dunque la virtù si forgia nel medesimo modo.



Ma la poesia è dovunque. Davanti ai nostri fucili, migliaia di passeri saltellano tra le siepi, scotendo con garbo la loro tonda pancetta (…). Noi ci sforziamo di sorridere sempre: ai passeri che cantano, ai corvi solenni che passano. Ma il cuore è il cuore e, dietro al sorriso delle labbra e degli occhi, possiede i suoi poveri, balordi, segreti di bestia feroce.



Non esiste neppure uno di noi soldati, che non debba essere pronto alle privazioni più orribili. Ma il dono lo si calcola? Il sacrificio non si calcola, non comporta riserve.



Preferirei dieci anni di freddo, di abbandono, piuttosto che sentire un giorno la mia anima vuota, sgomenta dei suoi sogni morti.



Se amiamo la virtù solo per il fatto che vien notata, la macchiamo di orgoglio. Noi non siamo più virtuosi nel momento in cui desideriamo che la virtù, che riteniamo aver raggiunto, sia vista e ammirata.



Il più delle volte la compagnia non è che agitazione, rumore, disturbo alla propria solitudine. Ricercare costantemente quella che viene chiamata l'animazione, significa aver paura di ritrovarsi in presenza di se stessi. Significa, in effetti, sotto il profilo morale, prendere la fuga. Cosa si può confondere la gioia col fatto di stare sempre mescolati alla folla chiassosa? Perchè bisogna assolutamente rimanere inghiottiti, in mezzo ad altri esseri, per ritenersi felici? In tal caso si è in contatto solo con l'apparenza degli altri: si gode soltanto del loro contegno artificioso e superficiale.



Solo coloro che hanno fede sfidano e rovesciano il destino! Credeteci! E lottate! Il mondo, lo si perde o lo si prende! Prendetelo! Nel deserto umano, in cui belano tanti montoni, siateci leoni! Forti come loro! E come loro intrepidi! E che v’aiuti l’Iddio! Salve, camerati!


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permalink | inviato da nerononpercaso il 22/3/2008 alle 21:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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