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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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21 maggio 2008

Sorpasso neuronico

documento politico










Il documento contiene una critica di fondo alla destra radicale, ne ripercorre gli errori e i difetti cronici, mette in discussione i pregiudizi, gli equivoci e le mentalità che la conducono puntualmente in un vicolo cieco.

Quindi, facendo leva sulla concezione futur/ardita e sottolineando gli esempi positivi esistenti, che vanno capitalizzati, si passa ad un secondo livello. Viene preso in considerazione quanto di positivo si delinea nella situazione internazionale e di riflesso in quella italiana.

Continuando, si esprimono un progetto strategico e un modello organizzativo offrendo senza esitazione, e fin nei dettagli, spunti, suggerimenti, sponde e strumenti per chiunque voglia partecipare ad una trasformazione che gli consenta di passare dall'autoemarginazione ad un ruolo di avanguardia organica e realistica.

Ogni aspetto e ogni livello di un possibile sistema di forze viene considerato e trattato. Il “che fare” si sposa con il “come fare”


Per ottenerlo in pdf scaricabile potete richiederlo a ga@gabrieleadinolfi.it

25 aprile 2008

25 aprile, lutto nazionale

 






Che sfilino le Brigate Rosse [di Gabriele Adinolfi]


Credo che l'Italia sia l'unica nazione al mondo che festeggia l'invasione del suo territorio: non era mai venuto in mente a nessuno. Certo una parte di italiani, invero assai sparuta, passò dalla parte del nemico nel settembre del 1943 quando il re coniglio e il primo ministro vigliacco scapparono a gambe levate nelle braccia del nemico e si affrettarono a chiamarlo amico. Quella piccolissima porzione d'italiani, alcuni per fede, altri per tornaconto, altri ancora per obbedienza, si misero a fiancheggiare l'avanzata del nemico, incuranti che questa fosse contrassegnata da bombardamenti di città, stupri e stermini di donne, violenze sui civili e persino eccidi ingiustificati. In poco meno di due anni la lunga marcia del nemico si concluse con la sua vittoria nella guerra. Ne derivarono eccidi, lo scempio vergognoso di Piazzale Loreto, epurazioni selvagge contrassegnate da regolamenti di conti per rivalità personali. Ne nacque la Repubblica fondata sull'accordo tra poteri affaristici, in particolare quelli mafiosi che avevano organizzato gli sbarchi americani in Sicilia e a Salerno e ottenuto in cambio la mano libera per i traffici sul versante tirrenico fino a Marsiglia. Ne seguì un periodo di lunga e vergognosa sottomissione internazionale accompagnata da un disprezzo nei nostri confronti, ancora oggi non del tutto sopito, dovuto appunto alle nostre capriole sfrontate. Al di là dei sentimenti non si capisce proprio cosa ci fosse da festeggiare, né tanto meno cosa ci sia da celebrare oggi.




Perché intervenne quella retorica


Allora una ragione per mitizzare quel 25 aprile c'era; ce l'aveva un'intera classe politica sconfitta dalla storia e dal fascismo, emarginata dalla nazione, che per venti anni era passata a vita privata (ma sempre assistita dal buon Benito) o all'esilio parigino con tanto di stipendio mensile (mai accaduto in nessun altro contesto o in nessun'epoca). Uno stipendio mensile che cresceva con l'aumento della vita perché bastò che una figlia di Saragat andasse dal Duce (che riceveva...) per lamentarsi del caro-vita perché il buon Benito allargasse i cordoni della borsa. Ora quella classe politica di falliti cercava un posto al sole e lo reclamava dal nemico vittorioso al quale si era offerta ossequiosa e incurante della sorte dei suoi compatrioti. Bisognava mitizzarlo quel 25 aprile perché si doveva creare un'aura di epos e di gloria che desse autorevolezza ai falliti di ritorno. Così intervenne la retorica intrisa di ogni menzogna. Al punto di capovolgere la realtà oggettiva delle cose. “L'invasore” non fu più chi ci bombardava dal mare, chi sbarcava sulle nostre coste, violentava le nostre donne, occupava le nostre città, ovvero il nemico di guerra, anglo/franco/americano, bensì il tedesco che pure non solo era nostro alleato ma si trovava in Italia a difendere la nostra terra chiamatovi addirittura dal re coniglio in persona poche settimane prima della sua ignobile fuga. E allora, sulla falsa riga di questa mistificazione chi si era battuto contro “l'invasore”, per un sogno di libertà, in nome del tirannicidio, era nobile e da mitizzare. La sconfitta italiana - ma la sua vittoria – diventava così festa nazionale. E il “mito” partigiano s'impadronì della cultura politica, letteraria e poi televisiva delal penisola affranta.




Ora è tempo di scelte


Ora quella classe dirigente è sparita, morta di vecchiaia, dopo aver spolpato ogni bene dell'Italia e averla trascinata nella bancarotta. Che senso ha dunque continuare a celebrare il triste rito della contraffazione e il gusto dell'odio? Immagino che alcuni nostalgici delle rivoluzioni mancate, alcuni orfani degli arcobaleni e maniaci della legge di Lynch non possano fare altrimenti, ma il resto? Non si può superare questa stucchevole retorica resistenzialista, così come in molti iniziano a chiedere? Perché delle due l'una: o si supera quest'impasse o la si celebra fino in fondo. In tal caso si accetti e si esalti la cultura partigiana, quella dell'omicidio a freddo, del mordi e fuggi in nome di un sol dell'avvenire e di un qualsiasi tirannicidio. Si riprenda quella cultura che avvelenò gli animi negli anni Sessanta e Settanta da tutte le cattedre, da tutti gli schermi e che fece presa su migliaia di giovani che finirono per imitarli, e si facciano allora sfilare i Brigatisti Rossi che hanno di certo molti più numeri dell'Anpi.
Essi, infatti, hanno creduto alla retorica resistenzialista, ne hanno messo in atto il modello, sono insorti, hanno cecchinato, hanno ucciso. Ma, a differenza dei loro patrigni, non avevano alcun carro armato nemico da seguire e hanno quindi perso. E hanno pagato sulla loro pelle (e ovviamente su quella di molte loro vittime) la cultura del 25 aprile. Hanno trascorso dietro le sbarre periodi più lunghi del Ventennio mussoliniano e hanno, di certo, più titoli dei partigiani per camminare a fronte alta. Se la fronte può andare alta in marce fondate sull'odio e il rancore.

Gabriele Adinolfi

http://www.noreporter.org/

15 aprile 2008

Cambiare velocità [di Gabriele Adinolfi]

Bilancio post elettorale e pre strategico


Finita la bagarre e svaniti gli auspici della vigilia, così numerosi quanto generalmente privi di senso, si può iniziare a ragionare in virtù di un quadro nuovo. Facciamolo serenamente e non capziosamente, evitando di far coincidere per forza l'analisi con i nostri desideri e proiettando i nostri progetti sul quadro reale. Sarebbe ora che questo modo di ragionare cessasse di essere un esercizio isolato e venisse finalmente concepito come necessità comune.


Plebiscito Berlusconi


Innanzitutto ha stravinto Berlusconi, e con lui Bossi. A ridimensionare il plebiscito non son bastati nemmeno il basso profilo e la campagna al ribasso del PdL. C'è da chiedersi ora cosa farà Berlusconi della carta bianca ottenuta e come cercherà di affrontare la paventata crisi apocalittica del prossimo biennio. Sicuramente non presenterà ricette “democristiane” (chi sostiene che il PdL sia la nuova Dc non ha capito granché). Tra Lega, Tremonti e lo stesso Berlusconi, la linea che si profila è quella di un populismo poujadista (dal nome del partito in cui nacque politicamente Le Pen) e tale vocazione comporta necessariamente più di una linea di scontro oltre a prospettare qualche possibilità interessante in chiave populista ed europea. Staremo a vedere: ma lo scenario non è privo d'interesse


Crack Veltroni


Ha fallito Veltroni. Benché tutti abbiano corso mafiosamente per lui, più ancora di quanto fecero lo scorso anno in Francia per Sarkozy, l'insulso non è riuscito a far altro se non svuotare inutilmente la costola di sinistra. Ora promette un'opposizione corretta ma, a differenza di quanto sarebbe accaduto se lo scarto fosse stato minimo, non ha altre prospettive se non quelle di radicarsi e di lavorare per una campagna di aggressione leninista che sarà spietata e feroce non appena la maggioranza sarà in difficoltà. Il che ci permette d'immaginare ipotetici scenari conflittivi non privi d'interesse e di possibilità d'intervento di qui a un anno e mezzo


Nemmeno Hitler


Chi ha subito la più cocente sconfitta è stata la sinistra più idiota di tutte le epoche storiche (un record davvero strabiliante, eppur raggiunto!); la sinistra del fondamentalismo pacifista, socialdemocratico, gay e alterglobal è riuscita a centrare per i destini del comunismo lo stesso risultato che aveva colto Hitler; per il momento si può dire che sia sparito. La salva soltanto, in prospettiva di ripartenza, l'operato difficile e degno di merito di Ferrando.


Casinisti


I democristiani doc non stanno benissimo. Benché abbiano centrato, unici nel lotto, uno score tale da portarli in Parlamento, i casinisti sono politicamente sconfitti, come giustamente sottolineava ieri Mastella, in quanto non hanno alcun peso né capacità di ricatto e si ritrovano a nuotare a largo senza approdi sperando tanto di non affogare quanto di non essere risucchiati dal governo o dall'opposizione. Se il Vaticano non li ha voluti riconoscere oltre il minimo indispensabile una ragione doveva pur esserci; e infatti c'è: non hanno colto i tempi e sono fuori tempo massimo, un po' come Storace seppur con qualche mezzo in più.



Nostalgie e localismi

Ed eccoci ad altri dati inequivocabili di questa consultazione elettorale, dati che annunciavamo già ieri in chiusura dei seggi, alle 15 in punto, e che riproponiamo. Innanzitutto patendo dall'inconsistenza del “primarepubblichismo”. Nel prevedere la sconfitta dei blocchi “nostalgici” avevamo infatti scritto: “l'attrito dei refrattari che pretendono di fare quadrato solo sulle parole o alzando recinti intorno ai loro ghetti non ha politicamente senso perché non va nemmeno controcorrente, è semplicemente inerte. Ed è così che gli stati maggiori di tutte le minoranze rivoluzionarie o controrivoluzionarie hanno deciso di fare di queste sacche un serbatoio e un pungolo, considerandole quindi una riserva, una retroguardia. Non è un caso se la Chiesa, che la politica la sa fare meglio di chiunque altro, si è rifiutata di benedire il rilancio del partito cattolico e ha preferito affondare i suoi tentacoli in tutti gli schieramenti. Non è neppure un caso se i comunisti si sono accordati con il centrosinistra laddove ci sono gestione reale, denaro e potere da acquisire: nelle municipalità e nelle provincie”. E aggiungiamo che l'identità localista si consolida e si rafforza come attestano i risultati della Lega, dell'Autonomia Sud e della SVP


Il magma e dentro il magma


Ribadiamo che sbaglia chi crede che questo magma grigio e incolore significhi la vittoria finale del capitalismo e del qualunquismo e la fine della storia e/o della politica. Sempre ieri scrivevamo: “le compagini che hanno una tradizione politica da cui prendono le mosse (fascisti, comunisti, clericali, laicisti) hanno dovuto misurarsi con nuovo lessico e con nuova gestualità in un nuovo magma. Solo i più avveduti dei rispettivi schieramenti (davvero pochi per quel che concerne i fascisti) hanno colto il significato di questa mutazione che non è tanto la prova della vittoria del capitale sull'autenticità della vita quanto la cartina di tornasole di una transizione sociale, culturale, economica e persino geopolitica che è l'effetto dell'allargamento - e della configurazione - di diversi blocchi di potenza nello scacchiere mondiale. O, se vogliamo, dell'attrito che viene dalla crisi dell'unipolarismo americano e dalla crescita, su piani diversi e in direzioni diverse, di Russia, Cina, Europa, India, crescita che sta coinvolgendo, travolgendo e sconvolgendo gli stati nazionali a dimensione ridotta. Il movimento magmatico accomuna nel percorso ogni cosa e ogni soggetto ma chi non sia un individualista, un soggettivista, un narcisista, un ombelicocentrico bensì abbia un radicamento profondo, porta con sé le linee di faglia e affila le sciabole per lo scontro, in attesa che la dinamica si completi e apra la strada a nuove possibilità. Ed è così che le minoranze rivoluzionarie o controrivoluzionarie stanno ragionando; che si tratti di comunisti, preti, atlantisti, israeliani, massoni, tutti stanno muovendosi per essere quelli che resteranno in piedi quando la discesa di questa montagna russa sarà conclusa. Dietro accattivanti sorrisi tutti i libidinosi del potere sono pronti a combattersi senza esclusione di colpi; ma questa conflittualità, lungi dall'essere sospesa, viene rimossa dal palcoscenico perché è alle strutture stesse del teatro che si punta.” Lo scrivevamo ieri e lo scriviamo di nuovo oggi.


Sventiamo rigurgiti di strategie della tensione


Passiamo ora agli ambienti politici ritenuti depositari di idee forti. Dell'estrema sinistra abbiamo già detto. Se avesse avuto l'intelligenza e il coraggio di presentare qualche bandiera rossa, dei pugni chiusi, di dipingere falci e martelli, ora sarebbe tranquillamente al livello dell'UdC; nello sbando masochistico di cui è stata vittima si ritrova invece priva di prospettive che non siano di piccolo cabotaggio amministrativo. Ma lo scarso peso contrattuale e la riduzione dei mezzi disponibili non solo rischiano di gettare allo sbando una serie incalcolabile di clan e tribu ma potrebbero dettare qualche cattivo consiglio in chiave di strategia della tensione. Sarà un bene che colà le persone intelligenti vigilino affinché non ci siano ricadute in tal senso e che non esitino a spaccare la faccia ai sobillatori. E comunque perché nell'opposto schieramento non si cada in provocazioni servono una sana e spiccata gerarchia e una logica di sistemi di forze che rompa la sensazione del ghetto e dell'accerchiamento. Per questo compito, che mi sento di poter assolvere in qualche misura io stesso, mi appello ai più responsabili.


L'estrema destra


Passiamo così all'estrema destra. Scrivevo ieri, sempre alle 15, che qualcosa di buono ha fatto, se non altro in maturazione tattica, ed esortavo a brindare con il bicchiere mezzo pieno. Volevo scongiurare uno scoramento privo di senso; ma non voglio neppure che per non scoraggiarsi si finisca col sopravvalutare scelte ed impegni. Di certo l'impegno ha pagato in minima parte anche se il suo risultato principale è più che altro esperienza e spirito di corpo. Per il resto, eccezion fatta di pochi luoghi di radicamento militante, si deve prendere atto di un disarmante determinismo. Nel quadro politico in cui si è fossilizzata la destra d'ispirazione missina e paramissina il valore degli uomini c'entra poco, al massimo questi possono, per stupidità, mancare l'en plein del piccolo capitale a loro disposizione, ma aumentarlo senza un radicale cambio di concezione è impossibile. Tant'è che la Destra Tricolore fa una percentuale praticamente identica a quella di Rauti nel 96 nel dopo-Fiuggi e FN rastrella quella di Fascismo e Libertà + i cani sciolti. Il che significa che esiste un elettorato refrattario che viene attirato dal simbolo; che quello è e che non si muove né si muoverà fintanto che chi pretende di rappresentarlo avrà la solita mentalità gretta del piazzista della cassa di risparmio.
Quest'immobilità è stata dimostrata già alle europee del 2004 quando solo una legge elettorale strampalata e un caso fortutito produssero due europarlamentari mentre l'estrema destra, all'indomani di Gerusalemme, centrava complessivamente la stessa percentuale delle europee del 1999, ovvero non incideva minimamente sulla realtà, incapace di cogliere persino un momento particolaremente favorevole per un'elezione, quella europea, che facilita le scelte ideologiche. Insomma cos'è cambiato a un decennio circa dalle prime espressioni post/fiuggiane? Che la rifondazione missina è diventata una rifondazione missino/alleanzista e che l'estremismo fascista è diventato un estremismo cattopopulista. Ovvero: marcia indietro a tutto raggio.


Piantiamola con la litania dei cornuti


Quindi a mio avviso, malgrado la possibile affermazione nella provincia romana del cartello Fiamma-Buontempo, che comunque nascerebbe da altre fondamenta, per l'insieme siamo al capolinea; al capolinea di una concezione partitica fondata sul tentativo di capitalizzazione del voto cornuto o, se volete, del voto cornificato. Perché se è vero che il pieno del voto refrattario è stato un buon risultato vista la linea di tendenza (e per merito dei pochi veri militanti ha superato di una trentina di migliaia di voti lo stesso mio pronostico) è pur vero che un governo di "destra" che affronterà una congiuntura difficile o farà miracoli restringendo quindi gli spazi di manovra alla sua destra o farà degli sfracelli che rilanceranno la sinistra. Quindi le prospettive per un partito identico a quello che si è presentato ieri sono di calo se non di crollo. Paradossalmente hanno più avvenire i comunisti postarcobalenici che non le destre tricolori. Pertanto a chi esalta il risultato santanchian/storaciano di ieri e pensa di poter ripartire di lì io dico che si sbaglia di grosso. Dico anche che, per mancanza di dirigenti, di quadri e financo di tempra umana, questo partito nasce morto ed è oggi al suo punto zenit. Non esiterei a cambiar pagina e prospettive.



Rilancio l' S.O.S.

Sempre ieri in chiusura del mio commento a urne chiuse scrivevo: “quand'anche quanto affermo dovesse essere comunemente approvato non sarà assolutamente colto dai più prima di sedici mesi, ovvero quando si metabolizzerà il post-europee. So quindi perfettamente che oggi sto sparando un colpo a salve ma voglio comunque lanciare un S.O.S. che nello specifico è l'acronimo di Strategia, Organizzazione, Stile. Da queste tre qualità è possibile partire, sì da capitalizzare per il bene comune quanto i singoli o le singole comunità hanno offerto fino ad oggi di bello e di concreto; sì da riuscire ad essere presenti nel cuore dei conflitti e da poter contribuire a determinare i nostri destini invece di continuare a subirli per poi sfogarci ululando rabbiosi alla luna.”


Una molla pronta a scattare


Mi riprometto di fare di più e conto tra l'altro di realizzare in breve un documento di proposta programmatica. Per intanto mi soffermo sulle seguenti considerazioni.

  • Il nostalgismo primarepubblicano è finito, non ha prospettive e non ha nemmeno uomini validi per rappresentarlo.

  • Lo scenario che si sta preparando è interessante e ricco. C'è posto e spazio per una minoranza qualificata e decisa.

  • Perché essa si affermi deve innanzitutto partire dai fondamentali.

  • La conditio sine qua non è di smetterla di seguire le parole d'ordine routinarie e d'inseguire somme disinvolte con i refrattari e con gli scarti del teatrino della politica show.

  • Essa deve liberarsi dai condizionamenti psicologici e dai pregiudizi paralizzanti dettati dalla stupidità e dai suoi luoghi comuni.

  • Per giungere a tanto deve approfittare della pausa che il tatrino politicante le offre per richiudersi su se stessa come una molla pronta a scattare.

  • A nulla servirebbe il diluirsi in un liquido annacquante, peraltro periferico. Se si devono stabilire contatti politici spregiudicati è sempre meglio farlo in diretta che non delagarli a dei marescialli che hanno ben altra idea della vita e della guerra.

Per un discorso più articolato rimando alle prossime settimane. Per ora mi limito a questo, e a una valutazione sugli esiti elettorali che alla fin fine mi paiono ottimi perché forieri d'immense possibilità a patto di rompere il gesso in cui ci si è imprigionati e anchilosati.

In alto i cuori e raggianti i sorrisi: voltiamo pagina e cambiamo velocità!


Gabriele Adinolfi



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permalink | inviato da nerononpercaso il 15/4/2008 alle 18:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

10 aprile 2008

Perché sono con il Tibet [di Gabriele Adinolfi]

e rifiuto tutti i luoghi comuni

Un popolo abbandonato a se stesso, in preda ai suoi feroci occupanti, che non può contare che sulla sua determinazione per non essere sterminato, detta e merita simpatia, solidarietà e sostegno. Questo vale per qualsiasi popolo angariato e oppresso, che si tratti dei tibetani, dei karen o dei palestinesi. Non esiste, non può esistere, uomo libero e degno di chiamarsi tale che, a meno di essere direttamente coinvolto in quanto appartenente per sangue alla nazione dominante, possa reagire altrimenti nella tragedia. E questo è il primo dei motivi per il quale mi batto oggi per il Tibet, e perché ero domenica in piazza con i tibetani insieme con Casa Pound ed almeno altre quattro associazioni di area nr che mi riservo di nominare ché non so quanto gradiscano la pubblicità.

Nel mondo del materialismo scatenato, del razionalismo irrazionale, della bulimia informe e globale, ogni legame con lo spirito, ogni espressione della Kultur, ogni reminiscenza del sapere va imperativamente sostenuto: è una questione di essenza, pena l'accettare di vagare tra la culla e la tomba come larve che non vivranno mai. E questo è un altro dei motivi per il quale ho accolto immediatamente il richiamo del Tibet, già punto di riferimento negli anni Trenta e Quaranta per le forze che diedero vigore alla rinascenza europea.


Non c'è due senza tre


Quanto esposto basta e avanza e lascia perplessi il fatto che oggi ci sia qualcuno per il quale non basti e non avanzi. Ma tant'è: l'infezione della teologia marxista ha lasciato il segno ed ha fatto accettare come reale il dualismo artificiale che è fondamento dei suoi dogmi. Fu questo dogmatismo acefalo che lasciò credere ai più che l'alternativa fosse tra Usa e Urss, tra capitalismo e comunismo e che oggi si ripropone in altre forme, anch'esse ingannevoli: Islam o Atlantico; Sud o Nord; Occidente o Anti-occidente; fino alla ripetizione quasi identica dello schema originale con un Cina o America. Tra i due poli di queste dualità c'è stata sempre, e c'è ogni giorno di più, una complicità che supera la rivalità. Accettare lo schema di conflittualità, in qualsiasi schieramento ci si ponga, significa soccombere; significa rafforzare i due elementi che si nutrono della debolezza dei popoli e, soprattutto, rinunciare a sognare - e a segnare! - un destino. Sempre bisogna sfuggire a questa morsa per affermare una Terza Posizione.


Yankees e marxisti


Sembra impossibile, eppure c'è chi critica sia la scelta per i karen sia quella per i tibetani in quanto, dando per scontato il dualismo di cui sopra, e considerando comunque gli Usa il peggiore dei mali, preferisce far torturare e schiavizzare gli uomini, far sterminare i popoli, far cancellare le civiltà, piuttosto che condividere il campo critico con gli odiati yankees. Di per sé questo ragionamento è idiota, eppure, forse perché, da tempi non sospetti e davvero controcorrente, vado affermando che gli Usa sono il principale centro dell'Anti-Europa, riesco ad essere indulgente con tanta avventatezza che, se non altro, preserva da “pragmatiche” contaminazioni. O meglio preserverebbe, perchè le contaminazioni si producono ugualmente mediante l'attrazione verso il presunto opposto che non è meno inquinato da agenti provocatori e da quadri irrigimentatori di quanto lo sia lo stesso partito atlantico doc. Malgrado l'indulgenza di fondo non posso però non restare sbigottito dalla mancanza di ancoraggio positivo di queste idiosincrasie. Ancora una volta a determinare i quadri in cui si muovono le scelte critiche di presunti irriducibili sono gli schemi del marxismo più banale e più becero che, neanche a dirlo, non corrispondono al vero.


Usa e Cina


Chi crede che gli americani siano anticinesi, o più propriamente che i centri di potere americano siano anticinesi, non ha ben presente la realtà. Confonde di certo il fatto che l'americano medio, come l'europeo medio, possa sentirsi ferito nell'orgoglio dalla crescita gialla con l'orientamento degli Usa che contano. I quali debbono a Pechino sia il ritardo del crack della loro economia, sia il salvataggio del dollaro, sia il rinvio dell'affermazione dell'euro come valuta di scambio internazionale in una nuova Bretton Wood. E fanno dichiaratamente conto sulla locomotiva cinese per affrontare la combinazione di stagnazione e recessione che paventano di qui a pochi mesi con tanto di previsioni catastrofiche sul piano finanziario. E questo senza mettere in conto né la complicità che li lega da tre decenni abbondanti nella gestione mondiale del traffico di eroina né i legami che hanno sul piano degli armamenti in una triangolazione Washington – Tel Aviv – Pechino sempre più rodata. Certo, non mancano ragioni di attrito e di preoccupazione ma al momento prevale la concordanza d'interessi, Il fatto è che, nel sistema globale, oggi stanno un po' tutti con tutti essendo, al contempo, rivali di tutti. Ma se una qualche demarcazione di massima si può cogliere, essa vede la Russia e l'Europa, ciascuna per conto proprio, sulla linea di tiro. Ed è proprio l'Europa, semmai, in un misto di interessi e rivalità, a distanziarsi dalla Cina nella misura in cui gli Usa invece le si avvicinano.


Lo sviluppo europeo


L'Europa occidentale gioca la sua partita, e spera di sopravvivere alla crisi che incombe – e magari di uscirne addirittura rafforzata - spingendo la sua influenza contemporaneamente verso il vicino est (le repubbliche dell'area sovietica) sia verso il vicino sud (nord Mediterraneo e Turchia). Conta di fare delle sue periferie in crescita l'alternativa alla locomotiva cinese e la garanzia della sua affermazione di potenza. Singolare è il fatto che le linee di sviluppo europeo che sembrano materialmente promettenti siano le medesime che avevano scelto gli “aborriti regimi”. Ovviamente lo spirito, essendo capitalista, ne è inverso ed allora anche i fenomeni sono obbligatoriamente inversi, così come lo sono i flussi di capitale e di colonizzazione. Ma questo, che pure è un elemento centrale in quanto determina o la civiltà o l'inciviltà, è un altro canto. Restando nello specifico, è semmai in Europa che una critica alla Cina fa gioco, non in Usa. E le prese di posizione lo attestano: gli Usa hanno cancellato la Cina dalla lista dei “cattivi” e finora hanno solo proposto con la Clinton di boicottare la cerimonia d'inaugurazione delle Olimpiadi, e Bush ha risposto che ci penserà: almeno per il momento non è davvero molto. Gli statisti europei invece hanno chi più chi meno alzato la voce. Col che non voglio pretendere che schierarsi contro la Cina sia positivo in quanto “europeista”; penso di quest'Europa più o meno quello che penso degli Usa, della Cina, di Israele o dell'Iran. Ma ritengo opportuno ribadire che l'equazione pro Tibet = pro Usa è assolutamente infondata; per gli americani il Dalai Lama è oggi ingombrante come lo Scià di Persia lo era trent'anni fa e non vedono l'ora di liberarsene nello stesso identico modo.


Il pensiero e l'aratro


Chi pretenda di premettere alle motivazioni del cuore le ragioni del calcolo e chi metta in cima a queste l'antagonismo contro lo Zio Sam dovrebbe quindi darsi una ripassata, tanto di storia quanto di cronaca. Questo comporta però una totale revisione del pensiero e dei suoi schematismi, con l'abbandono completo dei pregiudizi derivati dal marxismo dozzinale. Se c'è qualcosa da prendere dal pensiero rosso questa è la volontà di potenza unita al metodo del leninismo, è la capacità di unire pragmatismo a strategia, non è certo la teologia incapacitante della tradizione comunista né l'isteria infantile dei centri sociali, delle femministe, dei piagnoni di ogni sorta, dei fabbricatori di anatemi. Altrimenti, se e quando le condizioni storiche lo permetteranno, se e quando la crisi consentirà di porre al centro l'ipotesi di una nazione e di una sovranità incentrate in Europa, anziché giocarci i nostri destini staremo a parlare acidi dei nostri ombelichi: saremo come i socialisti dopo Vittorio Veneto quando l'avvenire non può essere che nelle mani di chi pensa e agisce come Mussolini, con il coraggio, la spregiudicatezza, la genialità che aiutano l'uomo, padrone di sé e non schiavo dei suoi preconcetti, a tracciare il solco con l'aratro e a difenderlo con la spada.


Mutanti


Questo per tutti coloro ai quali non sta mai bene niente; o più esattamente a cui non sta bene niente che sia in camicia nera; perché non solo hanno maturato un ingiustificato complesso d'inferiorità ma non ne sono guariti mai. Non hanno il coraggio morale di abiurare, il che per molti sarebbe più onesto, e cercano allora di sminuire quello che fanno gli indefessi per giustificare la loro inattività, cioè il loro oscillante peregrinare verso lidi di cervellotiche utopie rivoluzionarie. E finiscono col giustificare se stessi solo e sempre con l'abbassamento degli atti altrui. Tanta piccolezza non stupisce, si accompagna sovente alla stanchezza esistenziale, alla decomposizione, all'accidia spirituale. E si tramuta in predicazioni mortifere che vanno fino alla creazione di mostruose e ibride forme di vestali farisee. A questi mutanti, che sono comunisti mancati, a questi mutanti ai quali va bene qualsiasi cosa facciano la Cina, l'Iran, le Brigate Rosse, l'ultrasinistra, e che sono così critici verso il fascismo e tutti quelli che hanno vissuto e vivono, che hanno pagato in proprio e continuano a pagare la passione che accese milioni di europei, a questi mutanti che si allineano sempre e con celerità da record ai nostri calunniatori, a questi mutanti che battono le mani a chi vuol rimuovere dai paesi baltici le statue delle nostre armate e rimetterci quelle dei sovietici, a questi mutanti che non fremono per le persecuzioni dei tibetani perché “sono fatti di politica interna(!)”, a questi mutanti che ogni giorno sputano le loro sentenze tanto perentorie quanto oblique; ebbene a questi mutanti noi vogliamo dire che ci hanno rotto i coglioni!


Dove sventolano quei simboli


Oggi è d'attualità la tragedia tibetana e nessun uomo libero, nessun uomo degno, nessun uomo può ignorarla. Lasciarla strumentalizzare dai professionisti dell'imbavagliamento e da quelli del travestimento, cioè dai Pannella e dalle sinistre arcobaleno, sarebbe quanto di più sbagliato si possa fare; non solo perché noi ci riconosciamo nella lunga lotta tibetana ma perché sappiamo che se a rappresentarla ci si mettono quei signori essa non può che risultarne gravemente danneggiata, banalizzata, neutralizzata. Per noi batterci per il Tibet è imperativo, sia per lo stesso Tibet sia per la nostra identità Perché noi siamo karen, noi siamo tibetani, noi siamo palestinesi, noi siamo europei, noi siamo latinoamericani. Noi siamo e saremo sempre per la libertà dello spirito e per lo spirto della libertà; noi siamo e saremo sempre dove sventolano i simboli della solarità; noi siamo e saremo sempre con tutti i popoli che combattono e ci alzeremo a difenderli contro gli individui, i gruppi, le oligarchie che si appropriano delle loro lotte per ingessarle e mummificarle in una gestione da clero degli scriba. Noi siamo e saremo sempre per l'affermazione dell'uomo e non per la sua sottomissione a dogmi, a schemi, a pregiudizi, a catene, e men che meno a patenti di validità.

Per questo laddove c'è un conflitto di civiltà noi c'identifichiamo e se possibile ci siamo, anche concretamente. Per questo siamo scesi in piazza domenica e non la chiuderemo lì.

Col Tibet, per il Tibet; noi, per noi. 


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permalink | inviato da nerononpercaso il 10/4/2008 alle 9:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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