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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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12 maggio 2008

OTTIMO TREMONTI

La ricetta del neoministro: lotta al caro-mutui, cominciare a far pagare banche e petrolieri e cambiare la Costituzione. 















Quali italiani dovranno fare sacrifici ora? "Le banche e chi incassa la rendita petrolifera, certo non i poveri". E' questo il progetto del ministro dell'Economia Giulio Tremonti che ha indicato proprio in banche e petrolieri i destinatari dei sacrifici annunciati da Silvio Berlusconi subito dopo le elezioni. "Qualche sacrificio devono iniziare a fare banche e petrolieri - ha spiegato - le banche dovranno pagare qualcosa in più di tasse se non faranno pagare meno i mutui alle famiglie". Mentre per quanto riguarda i petrolieri Tremonti ha spiegato che "prendono più soldi perché è aumentato il prezzo".

"Posso escludere che abbiamo un tesoretto": lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti rispondendo alle domande di Lucia Annunziata durante la registrazione di 'In mezz'orà che gli chiedeva con quali fondi copriranno i primi provvedimenti annunciati dal governo (Ici, sicurezza, straordinari). "L'andamento delle entrate fiscali non è buono e questo non perché l'evasione da gennaio è ripartita - ha detto - basta guardare all'andamento dell'Iva sugli scambi interni che è negativo perché l'economia va male. Insomma tesoretto zero". Alla domanda se il governo avvierà una due diligence sui conti pubblici Tremonti ha spiegato che "sui conti c'é un controllo assoluto. Ci sono molti occhi sopra. Chiederemo quindi agli istituti nazionali e internazionali una valutazione aggiornata. Nei documenti dell'Ue c'é la parola 'rischio' su tante voci, chiederemo di discutere insieme i numeri di chiusura del 2007 e 2008 che purtroppo non sono buoni". Ma dove troverete le risorse? "Qualche idea ce l'ho, ma non la dico adesso. Siamo in una stagione non buona, ci saranno problemi e una situazione non facile. Non per colpa del governo Prodi che però ha fatto l'errore di non capire cosa stava succedendo nel mondo. Il governo Prodi è stato imprudente. In una stagione buona ha fatto la cicala e non la formica. Più entrate c'erano e più spese facevano".

Tremonti ribadisce la decisione di abolire l'Ici sulla prima casa. Poi si interverrà anche sul caro-mutui che 'strangola' le famiglie italiane. Lo ha detto lo stesso ministro durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata. "Abbiamo detto che azzeriamo l'Ici sulla prima casa. Seguiremo lo sgravio già ipotizzato e chiaramente castelli e ville non saranno compresi nel provvedimento. Ma poi parleremo anche dei mutui".

"Cerchiamo una soluzione italiana e fondamentalmente privata. Se non funziona vedremo": così risponde il ministro dell'Economia Giulio Tremonti durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata alla domanda se Alitalia potrebbe tornare in mano pubblica. Più in generale il ministro spiega di avere avuto poco tempo ancora per 'guardare le carte', ma - afferma - "una cosa è sicura: un conto è fare campagna elettorale e un conto è essere al governo. Per Alitalia saranno seguite le procedure di legge. Ma mica aspetto che arrivi qualcosa dal cielo. One moment - ha aggiunto il ministro - wait a moment. Saremo dentro le procedure di legge e dentro quelle procedure guarderemo le offerte". Ma avremo una nuova Iri? "Io spero di no. L'impegno è per una cordata italiana e molti imprenditori si sono impegnati. Il rischio che la nostra compagnia andasse in mano ad un nostro concorrente nel turismo è stato evitato"

Il primo Consiglio dei ministri "operativo" si terrà a Napoli tra due settimane. E in quell'occasione il governo dovrebbe affrontare tre provvedimenti: l'abolizione totale dell'Ici sulla prima casa, la detassazione degli straordinari e un pacchetto sicurezza. Lo ha confermato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti intervistato da Lucia Annunziata durante la registrazione di 'In mezz'orà che andrà in onda domani alle 14,30. "Lunedì - ha spiegato Tremonti - ci sarà il Consiglio dei ministri per completare la squadra di governo. Poi devo andare a Bruxelles (per partecipare all'Eurogruppo e all'Ecofin, ndr). Quindi penso che il Cdm di Napoli non sarà la prossima settimana ma quella dopo (cioé dal 19 al 25 maggio) lì ci sarà il primo Cdm operativo". Tremonti ha spiegato che questo non dipende da tentennamenti nel governo sulle decisioni da prendere ma dal fatto che "non abbiamo ancora la fiducia e la chiediamo al Parlamento questa settimana. Non si fa un decreto senza avere la fiducia". Alla domanda se saranno uno più decreti a tradurre il legge questi primi tre provvedimenti Tremonti spiega che si tratta di "cose che devono essere decise ma si deve agire di colpo e in fretta".

Per il ministro dell'Economia Giulio Tremonti è "fondamentale cambiare la Costituzione insieme all'opposizione. Non fare più scontri ideologici che sono inutili". Lo ha spiegato lo stesso ministro durante la registrazione di 'In mezz'orà di Lucia Annunziata. "La Costituzione va cambiata - ha detto - perché come è stata modificata nel 2000-2001 blocca il paese". Questa disponibilità nei confronti dell'opposizione non vuole però dire che ci saranno accordi sottobanco: "Certo - sottolinea Tremonti - non ci sarà nessun inciucio". Sempre parlando dei rapporti con l'opposizione Tremonti spiega che anche il centrosinistra ha "più volte detto in campagna elettorale" di voler modificare la Costituzione. Il luogo naturale di questa discussione sarà il Parlamento "che deve tornare ad essere la piazza fondamentale del confronto. Avevamo la bozza Violante che era un testo molto buono" e da lì, fa capire Tremonti si potrebbe riniziare a discutere e poi "dall'autunno dobbiamo anche affrontare il federalismo fiscale".

Il primo confronto fra il nuovo esecutivo e i sindacati sarà sul provvedimento per la detassazione degli straordinari", afferma Tremonti. "Il primo punto di confronto sarà sul provvedimento che faremo a Napoli sugli straordinari. Su quel provvedimento dovremo discutere. Ma penso ci sia una logica di dialogo costruttivo da entrambe le parti". Tremonti avverte però che per quello sugli straordinari, che sarà un provvedimento sperimentale, ci sono dei limiti. "Limiti fondamentali di finanza pubblica e vincoli europei. Abbiamo il terzo debito pubblico più alto del mondo", ricorda Tremonti. Per quanto riguarda sia il provvedimento sull'Ici che quello sugli straordinari Tremonti precisa che "non abbiamo ancora testi scritti. Quando avremo una base di ragionamento la presenteremo. Ci vuole un po' di tempo anche perché quella sul lavoro è una misura che non c'é mai stata in Italia".


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8 maggio 2008

MUTUO SOCIALE SUBITO!

E' DISPERATO PER IL MUTUO
OPERAIO RAPINA LE POSTE A MONZA

Era disperato perché non riusciva a pagare il mutuo e arrivare a fine mese. Così ha tentato di rapinare un ufficio postale. Un operaio incensurato è stato bloccato dai carabinieri di Monza che lo hanno notato mentre, indossando un cappellino e degli occhiali da sole, entrava nell'ufficio postale di Brugherio con l'intenzione di compiere una rapina. L'uomo, C.G. di 36 anni, sposato e padre di due bambini, in tasca aveva un coltello. Alla vista dei carabinieri ha tentato di scappare rubando la bicicletta lasciata davanti all'ufficio postale da una donna anziana. Dopo un breve inseguimento l'uomo è stato raggiunto e arrestato. In caserma ha confessato ai militari di aver progettato il colpo per la disperazione di non essere riuscito negli ultimi cinque mesi, a pagare il mutuo contratto per l'acquisto dell'abitazione.

http://www.leggonline.it/articolo.php?id=8212





Solidarietà TOTALE!



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22 aprile 2008

Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

 Crisi dei mutui: la Banca d'Inghilterra dà il via ad un piano anti-crisi da 63 mld di euro

Continuano le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per compensare i gravi effetti della crisi dei subprime e la perdita di fiducia nel settore bancario. Nonostante da più parti si continui a sostenere che il peggio è passato, la Banca d’Inghilterra ha confermato ieri che per fronteggiare la crisi di liquidità nel settore avvierà a breve un piano “anti-crisi” da 50 miliardi di sterline, pari a circa 63 miliardi di euro. Secondo quanto si legge in un nota dell’istituto centrale, il piano consentirà alle banche locali in difficoltà di attuare operazioni di ‘swap’, scambiando “temporaneamente obbligazioni garantite da mutui delle banche e altre obbligazioni strutturate con titoli del Tesoro britannico”, cioè di debito pubblico. Grazie a questo scambio, che riguarderà solo le attività avviate entro la fine del 2007 (e non i nuovi prestiti strutturati), la Banca d’Inghilterra mira ad alleggerire i bilanci degli istituti di credito rendendo possibile l’emissione di nuovi prestiti e permettendo così alle banche di continuare ad operare anche durante le prossime crisi di liquidità. A conferma che la crisi finanziaria non è affatto sulla via della conclusione, inoltre, l’istituto centrale ha previsto che la durata dei contratti ‘swap’ sarà di un anno, rinnovabili però fino a ben tre anni. Il rischio delle perdite, ha sottolineato comunque la Banca d’Inghilterra, rimarrà nelle mani degli istituti locali.
La coraggiosa decisione presa dall’istituto centrale del Regno Unito, a ben vedere, si configura in sostanza come un nuovo intervento pubblico da parte dell’istituto d’Oltremanica, peraltro in contrasto con quanto teorizzato dalla Bce, contraria a priori a qualsiasi forma di aiuto di Stato. Un fatto che porta nuova linfa al dibattito, sollevato anche da Giulio Tremonti, sulle strategie necessarie per affrontare una crisi senza precedenti, capace di mettere fortemente a rischio la crescita mondiale e che continua a mietere vittime aldiquà e aldilà dell’oceano.
Nello stesso giorno in cui la Banca centrale ha confermato il piano anti-crisi, infatti, la Royal Bank of Scotland (RbS) ha confermato alcune anticipazioni stampa che ipotizzavano un imminente aumento di capitale tramite emissione di azioni da parte del al colosso finanziario.
La seconda banca del Regno Unito, a quanto sembra, chiederà ai propri azionisti circa 20 miliardi di dollari proprio per coprire, con questa significativa iniezione di liquidità, le forti perdite legate ai mutui subprime Usa. In particolare, secondo indiscrezioni non confermate, l’operazione dovrebbe essere gestita da Merrill Lynch, Goldman Sachs e Ubs e prevedere l’emissione di azioni per circa dieci miliardi di sterline e svalutazioni per circa sette.
Una decisione quella di RbS che, purtroppo, promette di non essere l’ultima, non solo in Inghilterra ma anche nel Vecchio Continente e aldilà dell’oceano. Mentre la banca centrale del Regno Unito si prepara a farsi carico delle cartolarizzazioni dei mutui degli istituti di credito britannici, infatti, con molta probabilità quest’ultimi si preparano ad annunciare nelle prossime settimane nuovi aumenti di capitale per decine di miliardi di sterline, con significativi incrementi delle svalutazioni che, nel complesso, finiranno per riportare le perdite delle banche locali britanniche in linea con quelle delle rivali statunitensi.
Altrettanto preoccupante appare la situazione degli istituti dell’Europa continentale.
Proprio ieri l’Ubs ha reso noto a Basilea di aver pubblicato un documento indirizzato agli azionisti, convocati in assemblea generale per domani, nel quale sono riportati i principali fatti e dati connessi alle posizioni e alle perdite della banca nel settore dei subprime fino al 31 dicembre scorso. Da quanto risulta, complessivamente nel 2007 il colosso svizzero aveva registrato perdite per 4,4 miliardi di franchi e svalutazioni per circa 21 miliardi. Nello stesso tempo, l’Ubs ha comunicato di aver pubblicato un riassunto del suo rapporto destinato alla Commissione federale delle banche (Cfb) sulle perdite derivanti dalla crisi, in parte sintetizzato nel rapporto inviato agli azionisti, nel quale sono state analizzate le linee operative che hanno subito perdite, i modelli operativi e le iniziative di crescita promosse da Ubs in queste attività, gli sviluppi relativi alle perdite nelle attività rilevanti, l’attuazione di attività di gestione e controllo del rischio nonché le principali conclusioni in merito alle cause delle perdite. Ancora agitate le acque oltreoceano: scatenando reazioni negative sugli indici di Wall Street e spingendo ancora al ribasso il dollaro, ieri la Bank of America ha reso noto di aver chiuso i primi tre mesi del 2008 con un calo degli utili di ben il 77% rispetto allo stesso periodo del 2007, con profitti pari a 1,21 miliardi di dollari, vale a dire 23 centesimi per azione, la metà rispetto ai 41 centesimi attesti dagli analisti. In calo anche i ricavi, scesi del 6% a 17,3 miliardi, e i profitti delle divisioni corporate&investment bank e corporate, ridottisi di oltre un miliardo di dollari. In salita, di contro, svalutazioni e perdite da credito, passate da poco più di un miliardo di dollari nel primo trimestre 2007 a circa 6 miliardi nello stesso periodo del 2008. Pur affermando di trovarsi “in una posizione di forza per sostenere gli scossoni nel sistema”, la banca statunitense ha poi comunicato di aver aggiunto alle perdite previste da prestiti una riserva di 3,3 miliardi di dollari, decisione che lascia facilmente ipotizzare ulteriori perdite nel prossimo trimestre.
Di fronte ad una così difficile situazione, rispetto alla quale la Fed e la Banca d’Inghilterra appaiono pronte ad intervenire anche con la mano pubblica, la Bce continua purtroppo a restare ferma su posizioni che Tremonti definirebbe superate e incapaci di rispondere alla mutata realtà e a comportamenti delle banche ormai sfuggiti di mano agli istituti centrali.

http://www.rinascita.info/cc/Prima_Economia/EkpllyAZVFYPrAVCyj.shtml


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26 marzo 2008

Spot contro il signoraggio

 


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11 marzo 2008

La Federal Reserve inietta altri 200 miliardi

 

ROMA, 11 MAR - La Fed immettera' liquidita' fino ad un massimo di 200 mld dollari, il doppio rispetto all'importo gia' comunicato in asta questo mese. L'azione coinvolgera' anche la Bce, attraverso un'offerta fino a 30 miliardi di dollari nell' ambito delle operazioni cosiddette di 'currency swaps' gia' attuate a dicembre. La Fed ha comunicato inoltre che cambieranno in occasione di queste aste le modalita' relative ai titoli da consegnare in garanzia.

http://www.ansa.it/site/notizie/awnp...111195625.html







CHIUDETE GLI OCCHI, FARA' MALE, E PURE PARECCHIO........!!!










 


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28 febbraio 2008

SPROfondo monetario internazionale

 Un’analisi sugli obiettivi e le politiche ( reali ) del Fondo Monetario “Internazionale”.




Il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund, di solito abbreviato in FMI in italiano e in IMF in inglese) è, insieme al Gruppo della Banca Mondiale, una delle organizzazioni internazionali dette di Bretton Woods, dalla sede della Conferenza che ne sancì la creazione. L'Accordo Istitutivo acquisì efficacia nel 1945 e l'organizzazione nacque nel maggio 1946. L 'FMI si configura anche come un Istituto specializzato delle Nazioni Unite (ONU). I suoi obiettivi sono (dovrebbero essere): - Promuovere la cooperazione monetaria internazionale - Facilitare l'espansione del commercio internazionale - Promuovere la stabilità e l'ordine dei rapporti di cambio, evitando svalutazioni competitive - Dare fiducia agli Stati membri rendendo disponibili, con adeguate garanzie, le risorse del Fondo per affrontare difficoltà della bilancia dei pagamenti - In relazione con i fini di cui sopra, abbreviare la durata e ridurre la misura degli squilibri delle bilance dei pagamenti degli Stati membri. Ogni membro (attualmente 185 paesi) può accedere al credito del fondo (SBA ed EFF), in un anno, fino al massimo del 100% delle quote sottoscritte e, cumulativamente, fino al massimo del 300%; l'ammontare dei prestiti può essere elevato in casi eccezionali. Il Fondo Monetario Internazionale è fortemente criticato dal movimento no-global e da alcuni illustri economisti, come il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che lo accusano di essere un'istituzione manovrata dai poteri economici e politici del cosiddetto Nord del mondo e di peggiorare le condizioni dei paesi poveri anziché adoperarsi per l'interesse generale. Il sistema di voto, che chiaramente privilegia i paesi "occidentali", è considerato da molti iniquo e non democratico. Il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche economiche. Il board esecutivo e il board dei governatori del FMI non danno a tutti i Paesi la stessa possibilità di essere rappresentati. L’assegnazione del numero dei voti è basata sul sistema “un dollaro un voto”, che quindi antepone la ricchezza alla democrazia. I paesi più ricchi controllano il board esecutivo sia in termini di seggi che di voti, nonostante il Fondo sia quasi completamente impegnato in Paesi a basso e medio reddito. Questo sistema, creato durante il periodo coloniale e controllato dai governi dei Paesi sviluppati, è inadeguato e necessita di essere radicalmente modificato. Perciò molti economisti, rappresentati del governo e associazioni chiedono una struttura del Fondo che sia realmente democratica, che abbia gli stessi standard di democrazia richiesti a livello nazionale. Per raggiungere questo obiettivo, si auspica l’adozione immediata di un sistema di voto a doppia maggioranza. Le decisioni dei board dovrebbero essere prese solo con il consenso della maggioranza dei governi membri e con la maggioranza dei voti a favore. Il sistema “un Paese, un voto” contro-bilancerebbe il sistema “un dollaro, un voto”. La combinazione dell’attuale sistema di voto con la richiesta di un accordo della maggioranza dei governi membri contribuirebbe a superare l’ineguaglianza che caratterizza il meccanismo decisionale del FMI. Come espresso prima Joseph Stiglitz ha apertamente criticato l’operato del Fondo Monetario Internazionale. Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica. Ha lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 –1997); alla Banca Mondiale ha assunto la posizione di Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers. Stiglitz esprime il suo disappunto per la politica del FMI nel suo libro intitolato "Globalization and Its Discontents" 92 ("La globalizzazione e i suoi oppositori"), dove analizza gli errori del FMI e della gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi. Stiglitz critica il FMI su diversi punti. Analizzando la crisi dell’Est asiatico, Stiglitz ricorda che il 2 luglio 1997 crollò il baht tailandese che segnò l’inizio della più grande crisi economica dai tempi della Grande depressione, una crisi che partendo dall’Asia sarebbe andata a colpire anche Russia e America Latina. Il baht, che per dieci anni era stato scambiato con un rapporto di 25:1 rispetto al dollaro, dalla sera alla mattina subì una svalutazione di circa il 25 per cento. Ormai la crisi è passata ma sfortunatamente le politiche imposte dal FMI durante quel periodo tumultuoso hanno peggiorato la situazione, e in molti casi hanno provocato addirittura l’inizio di una crisi: secondo Stiglitz una liberalizzazione eccessivamente rapida dei mercati finanziari e dei capitali è stata probabilmente la causa principale della crisi, sebbene vi abbiano condotto anche alcune politiche sbagliate condotto dai singoli paesi. Oggi gli esperti del FMI hanno riconosciuto molti errori, ma non tutti. Si sono resi conto, per esempio, di quanto possa essere pericolosa una liberalizzazione troppo rapida del mercato dei capitali, ma è un cambiamento di opinione che arriva quando ormai è troppo tardi per aiutare i paesi in difficoltà. Nei tre decenni precedenti alla crisi, l’Est asiatico non era soltanto cresciuto più velocemente di qualsiasi altra regione del mondo, più o meno sviluppata, riuscendo addirittura a ridurre la povertà, ma aveva anche acquisto stabilità e si era salvato dagli alti e bassi che caratterizzavano tutte le economie di mercato. Tanto che quei risultati positivi vennero descritti come “il miracolo asiatico”. Quando scoppiò la crisi però il FMI e il Tesoro degli Stati Uniti fecero aspre critiche contro questi paesi, incolpandoli di avere dei governi corrotti e urgeva una riforma radicale. Stiglitz però si interroga: “come è possibile che le istituzioni di questi paesi abbiano funzionato così bene per tanto tempo se sono marce e corrotte?” . La risposta si evinse chiaramente dalla relazione intitolata “The East Asian Miracle” realizzata dalla Banca Mondiale su pressione dei giapponesi: quei paesi asiatici avevano avuto successo non solo malgrado il fatto di non aver seguito il diktat del Washington Consensus, ma proprio perché non li avevano seguiti; fu così evidenziato l’importante ruolo svolto dai governi. Mentre le politiche del Washington Consensus mettevano in risalto la privatizzazione, i governi asiatici a livello nazionale e locale davano contributi per la creazione di imprese efficienti che hanno svolto un ruolo decisivo nel successo di alcuni di questi paesi. Quando cominciò la crisi, l’Occidente non ne colse la gravità. Il FMI per risolvere la crisi impose un’impennata dei tassi d’interesse e tagli alle spese, nonché di introdurre nei paesi cambiamenti sia economici che politici. Il FMI stava fornendo miliardi di dollari a questi paesi, ma a condizioni di così ampia portata che i paesi che accettavano i finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro sovranità economica. Nonostante ciò, i programmi del FMI sono falliti: avrebbero dovuto arrestare la caduta dei tassi di interesse, che invece si sono mantenuti in discesa, senza che il mercato abbia minimamente dimostrato di aver preso atto che fosse arrivato il FMI a “salvare la situazione”. Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta il FMI ha puntualmente incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme necessarie. Con l’aggravarsi della crisi aumentò la disoccupazione: la percentuale di disoccupati era quadruplicata in Corea, triplicata in Thailandia e decuplicata in Indonesia. Il rallentamento nella regione ha avuto ripercussioni globali:la crescita economica complessiva fu rallentata e, con questo rallentamento, sono crollati i prezzi delle materie prime. Secondo il premio Nobel americano, a generare le crisi economiche dall’Est asiatico all’America Latina, dalla Russia all’India, ritiene che la colpa vada imputata alla liberalizzazione dei movimenti di capitali. Secondo Stiglitz essa può creare rischi enormi persino in quei paesi che hanno banche forti, borse valori mature e altre istituzioni che molti di quei paesi in crisi non possedevano. Nonostante egli esempi del passato, il FMI ripropone la sua ricetta di liberalizzazione dei capitali, nella bizzarra ipotesi che questa migliorerebbe la stabilità economica attraverso una maggior diversificazione delle fonti di finanziamento. Basterebbe però analizzare i dati relativi ai flussi di capitali per rendersi conto che essi hanno un andamento prociclico, cioè defluiscono da un determinato paese in tempi di recessione, proprio quando il paese ne ha più bisogno, e affluiscono verso il paese nel periodi di rapida espansione, esasperando le pressioni inflazionistiche. Analizziamo due casi: la Corea del Sud dove è intervenuto il FMI e la Cina che scelse di non seguire le politiche del Fondo. 1. In Corea il FMI, nonostante conoscesse l’eccessivo indebitamento delle aziende, insistette che fossero aumentati i tassi di interesse e ciò aumentò il numero delle aziende in crisi e, di conseguenza, il numero delle banche che si trovarono a gestire “crediti in sofferenza”. In pratica il FMI era riuscito a congegnare una contrazione simultanea tanto della domanda quanto dell’offerta. Il FMI si giustificava dicendo che le sue politiche avrebbero aiutato a riportare la fiducia nei mercati dei paesi colpiti. Ma chiaramente un paese in piena recessione non ispira alcuna fiducia. 2. Confrontando quello che è successo in Cina invece, che come la Malesia scelse di non seguire i programmi del FMI, vediamo chiaramente gli effetti negativi delle politiche del FMI. La Cina , del resto come l’India, fu uno dei grani paesi in via di sviluppo che è riuscita ad evitare la devastazione della crisi economica mondiale introducendo dei controlli sui movimenti dei capitali. Mentre i paesi in via di sviluppo con mercati dei capitali liberalizzati hanno registrato un declino dei redditi, l’India è cresciuta di oltre il 5% e la Cina quasi dell’8%. Questi risultati notevoli sono stati seguiti non certo seguendo le ricette del FMI, bensì quelle dell’ortodossia economica che gli economisti insegnano da più di mezzo secolo. La Cina ha colto l’occasione di associare ai suoi obiettivi a breve termine quelli di una crescita di lungo periodo, stimolando una domanda enorme di infrastrutture. Conn Hallinan è analista in politica estera al Foreign Policy, ed insegnante di giornalismo all’Università della California a Santa Cruz. Hallinan scrive che l’ultima vittima in ordine di tempo del FMI sia stata appunto l’Argentina: la terza economia, per importanza, dell'America Latina è stata fatta deragliare dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale che hanno già devastato popolazioni ed economie da Mosca a JaKarta riempiendo al contempo i forzieri delle banche e delle organizzazioni finanziarie. Secondo Hallinan il mito più diffuso riguardo al FMI è che si tratti di un organismo “internazionale". Infatti, ha molti membri ma gli Stati Uniti ed i suoi alleati prendono tutte le decisioni. L'Olanda, ad esempio, ha più potere di voto della Cina e dell'India. "Internazionale" sarebbe quindi una comoda finzione che permette all'organizzazione di evitare il controllo del Congresso. Quello che il FMI fa è di fare un'offerta che non è possibile rifiutare. Quando L’Argentina attraversò un periodo economico burrascoso all’inizio degli anni ’90, il Presidente Bush (senior) e il Fondo offrirono un prestito condizionato all’ancoraggio del Peso Argentino al Dollaro, alla totale privatizzazione di banche e servizi, alla rimozione di dazi doganali ed alla liberalizzazione della circolazione dei capitali. L’Argentina ha abboccato e i capitali stranieri sono affluiti. Per alcuni (i benestanti) l’economia decollò, ma legare il peso al dollaro ha reso le esportazioni argentine proibitive mentre l’inondazione di importazioni estere a basso costo ha minato la base industriale del paese: chiusura di fabbriche, diffusione della disoccupazione ed implosione del debito. La libera circolazione dei capitali ha permesso a compagnie straniere di spillare profitti all’estero ed ha aperto le porte ai “vulture funds”, che hanno acquistato gran parte del debito per fare il colpo grosso con gli elevati tassi d’interesse. Il fondo Toronto Trust Argentina98 ha avuto un ritorno del 79,25% sui debiti acquistati pari a trenta volte quello che avrebbe realizzato con i Bonds del tesoro statunitensi. L’effetto delle privatizzazioni proposte dal FMI portarono una compagnia francese ad acquistare gli acquedotti del paese e aumentare le tariffe del 400%. L'Argentina era guardata dal mondo come il paese dove il pensiero unico del F.M.I. e della Banca Mondiale aveva vinto. Un miracolo economico! Ma le privatizzazioni prima o poi finiscono, lo squilibrio commerciale resta, lo Stato deve drenare denaro sui mercati internazionali attraverso prestiti internazionali in valuta, ad ogni giro i tassi salgono e il rating diminuisce. I tassi alti scoraggiano l'economia e per tre anni l'Argentina va in recessione. Le Grandi Famiglie (3% della popolazione) incominciano a cambiare i pesos in dollari. Servono altri prestiti, sempre più cari. A questo punto scoppia la crisi finanziaria. Nessuno presta più soldi all'Argentina che è costretta a tagliare del 13% i salari pubblici e a bloccare totalmente la spesa pubblica. Neanche questo basta, ed ecco l'F.M.I., caritatevole, giungere in soccorso, prestando 8 miliardi di dollari . con una clausola, però, che l'Argentina aderisca al F.T.A.A. (Free Trade Area of the Americas) cioè si apra al libero scambio con gli USA. Doppia trappola: il deflusso di dollari non potrà che aumentare, per il libero scambio e in più si mette in ginocchio il Brasile e si fa saltare il Mercosur (il Mercato dell'America del sud). La crisi finanziaria argentina è solo rimandata di qualche mese: una boccata d'ossigeno per l'UBS, Citygroup e Chase Manhattan e altre grandi banche che hanno ancora qualche mese per “securizzare” i propri crediti, cioè farli scomparire nel risparmio gestito di fondi pensione. Quando la stessa cosa avvenne in Messico nel 1995 a rimetterci fu il Fondo Pensione degli Insegnanti della California! Ma ormai è fin troppo chiaro: le ricette virtuose del F.M.I. sono catastrofiche. Dopo il Sud Est asiatico e la Russia hanno rovinato il Sudamerica. Ma la grande fornace di Wall Street ha bisogno di capitali esteri che tengano su i corsi azionari e quindi `mors tua vita mea'! Meraviglie della globalizzazione dei mercati finanziari! Ma a dicembre del 2001 la crisi esplode senza remissione. Prima l'annuncio del default sul debito, bonds sovereign e local market instruments collocati compiacentemente sui mercati internazionali per un valore di oltre 58 miliardi di dollari vanno in default. Il Ministro dell'Economia Domingo Cavallo tentò un ultimo colpo da presitigiatore finanziario: lo Swap del debito. Tassi al 7% invece del 30% e più e allungamento delle scadenze. I mercati non accettano. Gli argentini così incominciano a dubitare che un dollaro valga un peso. Le banche sono prese d'assalto per cambiare pesos in dollari. I capitali defluiscono e con essi la possibilità di far fede agli impegni assunti con il F.M.I. In più la crisi riduce i profitti e i consumi. Crollano dunque anche le entrate fiscali e l'obiettivo del `deficit di bilancio zero torna ad essere quello che era sempre stato: una pura utopia. Si limita la possibilità di ritirare denaro a 1.000 dollari mese. I bancomat vengono presi d'assalto e presto vanno in Tilt. Ormai è crisi di liquidità. Il F.M.I. nega la `tranche' di oltre 1 miliardo di dollari dell'ultimo accordo di sostegno. Anche loro sanno che sarebbe ormai solo una goccia in un mare di debiti. Iniziano gli assalti ai supermercati e la crisi che tutti conosciamo. Il crac in Argentina non può essere imputato semplicemente alla corruzione nazionale ma al sistema “politico” del FMI che, invece di sostenere una partecipazione vera nello sviluppo della nazione, ha introdotto meccanismi monetaristici che hanno portato alla rovina economica il paese. Tra Paesi che soccombono in crisi finanziarie, c’è invece un paese che si libera dal debito nei confronti del FMI e Banca Mondiale, ovvero il Venezuela del Presidente Hugo Chàvez. Il paese sudamericano ha estinto il debito con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale e adesso nutre come secondo obiettivo la costituzione del Banco del Sur. Il Venezuela ha recuperato interamente la sua sovranità; le sue orme potrebbero essere seguite da tanti altri paesi sudamericani od europei. Naturalmente tutto dipende se al tavolo delle trattative si indossi la veste del finanziatore pro-lobby o del debitore. Fonti: http://bankitaliasignoraggioenwo.blogspot.com www.imf.org STIGLITZ J., La globalizzazione e i suoi oppositori Torino, Einaudi, Torino (2002) www.foreignpolicy.com http://www.aamterranuova.it

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