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"Non cercate altrove, guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno." Niccolò Giani "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…" Nicola Bombacci
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16 aprile 2008

16 aprile 1973, il rogo di Primavalle

 Camerati Stefano e Virgilio Mattei (M.S.I.)





Roma, 16 Aprile 1973

Era la notte tra il 15 e 16 aprile ’73, nella casa popolare dove abitava Mario Mattei, il netturbino che osava fare il segretario del MSI della sezione Giarabub di Primavalle a Roma, quartiere che doveva essere e restare rosso, quando divampò un incendio, appiccato da una tanica di benzina riversata sotto l’uscio. Mario Mattei con la moglie e quattro figli riuscirono a scamparla,VIRGILIO e STEFANO no. (Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, il più grande e il più piccolo dei sei figli).I pompieri li trovarono carbonizzati e abbracciati vicino la finestra che non erano riusciti a scavalcare.
Vennero accusati per la strage tre militanti di Potere Operaio: Marino Clavo, Achille Lollo e Manlio Grillo; nel giudizio di primo grado i tre vennero assolti per mancanza di prove… mentre il pm Domenico Sica aveva chiesto come pena l’ergastolo!
La polizia lavorò subito sull’ipotesi dell’autodistruzione, in quanto le vittime possono solo essere di sinistra e i carnefici solo fascisti. L’ipotesi è la seguente: o quei missini scalmanati stavano preparando una bomba o avevano preso fuoco le vernici e solventi da imbianchino che il capo famiglia teneva nella camera dove dormivano STEFANO e VIRGILIO.
I vendicatori del popolo erano dei signorini che avevano studiato greco al liceo classico, il loro nemico di classe un monnezzaro che aveva fatto solo la scuola dell’obbligo! Il 6 Settembre 1975, i tre imputati per la stage di Primavalle, vengono ignobilmente assolti.
(oggi Lollo è in Brasile dove rilascia anche interviste alla tv italiana, Manlio Grillo vive indisturbato a Managua dove possiede un ristorante in società con il brigatista rosso Casimirri)
Ma tanto, "uccidere un fascista non è reato", e sui giornali si leggevano gli inviti a "chiudere le sedi dei fasci con il fuoco......"
Elemento curioso, indice di quanto sia difficile ancora oggi parlare di certi argomenti, è che in rete sui fratelli Mattei esistono solo dei fantasiosi racconti che "informano" come in realtà il loro martirio sia stato provocato dai soliti fascisti... veramente dopo 35 anni pensavamo che un filo di onestà intellettuale ci fosse, purtroppo ci siamo sbagliati.




Parla Anna Mattei:

"Fini è venuto in mezzo a noi, ma adesso mi pare che stia soffrendo di qualche patologia al cervello, non doveva toccare la Rsi. Lo sto dicendo con le lacrime agli occhi! Mio marito stava a Hereford con Roberto Mieville, s'è fatto il campo di concentramento in Texas per non collaborare con gli americani. Lui e gli altri sono tornati in Italia laceri, sporchi, malati. Le mie amiche - io ero la più giovane di loro - le hanno rapate, con la falce e martello pitturata in testa. I miei figli li hanno ammazzati. Noi siamo gente che ha sofferto per non collaborare! Fini non è degno di avere la fiamma creata da chi è morto per un ideale! E così io adesso soffro, per quello che ci hanno fatto, e soffro per An, che non è un partito, è solo un ufficio di collocamento. Per come Fini parla adesso, pare che i miei ragazzi li ho uccisi io. Spero che paghi per questo, pure se ha mandato il cuscino di fiori alla morte di mio marito qualche anno fa".

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questo è un articolo apparso ai tempi delle dichiarazioni di Lollo a porta a porta.

Chi ha paura di Achille Lollo? Da Rio de Janeiro, dove milita nel partito del presidente Lula, minaccia nuove rivelazioni l’ex militante di Potere operaio condannato a 18 anni di carcere per l’incendio doloso che nel 1973 causò la morte di Virgilio e Stefano Mattei, figli del netturbino di Primavalle, segretario della sezione del Movimento sociale. Lollo da anni vive in Brasile dove fu arrestato nel 1993 su mandato di cattura internazionale, ma il paese sudamericano negò l’estradizione in Italia, riconoscendo la prescrizione del reato.

Cosa può rivelare Lollo? “Di tutto”, risponde oggi Ruggero Guarini, che l’ha conosciuto e l’ha persino difeso. “Dopo il processo di primo grado, che portò alla sua scarcerazione, andai con Alberto Moravia, Dario Bellezza ed Elio Pecora a festeggiare la sua liberazione in una villa, credo dei suoi genitori, a Fregene. Devo aggiungere che allora credevo alla sua innocenza”. Perché? “Perché quando esplose il caso dei fratellini Mattei, alcuni ragazzi di Potere operaio, e cioè Stefania Rossini e Lanfranco Pace, per i quali avevo molta simpatia e con i quali giocavo a poker tutte le notti in casa di Guendalina Ponti, vennero a trovarmi al Messaggero, dov’ero a capo dei servizi culturali e mi dissero: ‘Credi davvero che ragazzi intelligenti, colti, preparati come noi, dei marxisti seri che leggono i Grundrisse di Karl Marx possano individuare in un povero netturbino, segretario della sezione del Msi di Primavalle, un nemico di classe?’

E io naturalmente risposi di no. Dissi che mi sembrava un’idea assolutamente folle. E insieme a Pasquale Prunas, che era uno dei redattori capo, Piergiorgio Maoloni, capo dell’ufficio grafico, e un bravo ragazzo, all’epoca inviato, che si chiamava Fabio Isman, li aiutai a spazzolare stilisticamente un testo che avevano messo in piedi per dimostrare la loro estraneità a quell’orrore. Scritto in un sinistrese indigesto, era il racconto della penetrazione e del magistero politico di Potere operaio nel contesto semiproletario di Primavalle”. Quel famoso pamphlet (“Incendio a porte chiuse”, prefazione di Riccardo Lombardi, editore Giulio Savelli) accusava gli stessi fascisti di essere autori della strage. “Questo non me lo ricordo. Comunque, io mi convinsi non che fossero stati i fascisti, ma che fosse impossibile che gente come Piperno, Pace e Rossigni avessero partecipato anche di sguincio alla progettazione di quel colpo”.





La confessione di Stefania Rossini

Poi ha cambiato idea? “Molti anni dopo, Stefania Rossini ha confessato a una mia amica, non dico il nome, la quale mi ha riferito: sai che Stefania piangendo mi ha detto che quando vennero da te e da Prunas al Messaggero lei lo sapeva che i colpevoli erano Lollo e i suoi? Me l’ha detto una decina di anni fa. Capito?”. Capito. “Intendiamoci. Dal fatto che la Rossini abbia ammesso che sapeva della colpevolezza di Lollo nel rogo di Primavalle non deduco affatto che quella strage sia stata pensata dai vertici di Potere operaio. Non so se Lollo, Clavo e Grillo abbiano agito per conto loro, per fare bella figura coi loro capetti.

Oggi Lollo può rivelare che il vertice di Potere Operaio sapeva tutto e che la tanica di benzina sotto la porta di casa Mattei la versò su mandato di un capo. Può rivelare sino a che punto arrivasse la protezione di Giacomo Mancini. Ma può anche rivelare il vero motivo per cui non esiste più una grande famiglia di editori puri”. Ci spieghi il nesso: “Tra il processo di primo grado del 1974, in cui il pm Domenico Sica aveva chiesto l’ergastolo, ma i tre vengono assolti per insufficienza di prove, e il processo di secondo grado, che nell’86 li condanna in contumacia a 18 anni di carcere, accade una cosa nuova. Uno degli imputati diventa testimone. E sa chi era?”. Diana Perrone? “Sì, la figlia del comproprietario del Messaggero, coinvolta nella vicenda da Marino Clavo, con cui divideva un appartamento.

Tutti al giornale sapevano che era successo perché suo padre veniva ricattato”. Da chi? “Il Messaggero aveva fatto la campagna divorzista. La Dc sconfitta al referendum, aveva deciso di sbarcare i Perrone e trovò il punto debole nella figlia vicina ai violenti. Ferdinando vendette il suo 50 per cento a Rusconi, cacciato subito in quanto ‘clerico-fascista’. Poi subentrò la Montedison, il giornale entrò in area socialista, garantito da Italo Pietra, amico di Francesco De Martino. Morale? Un caso tragico di nevrosi borghese: la figlia di un miliardario coinvolta in un modo o nell’altro nell’incendio della casa di un netturbino, in cui muoiono due innocenti, si redime con la castrazione del babbo. "La meglio gioventù”".

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